Cultura INTERVISTA

Guspini,  mostra “Ventidue linee per ventidue quadri: White & Black China” di Nino Cannella

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di  Maurizio Onidi
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Servizio fotografico di Simone Zaugg
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Nino Cannella

Si è conclusa domenica 10 ottobre, nella Casa Museo Murgia, la personale di Nino Cannella, affermato pittore guspinese che riprende a esporre le sue opere nel paese natio dopo dodici anni. Una mostra attesa dai suoi estimatori che in gran numero hanno potuto ammirare le sue opere nel corso delle cinque giornate dedicate. Tanti interessati e attenti visitatori arrivati anche da fuori che hanno seguito la presentazione della mostra da parte dell’autore nell’ampio cortile dell’antica casa Murgia oggi museo, nel pieno rispetto delle norme sanitarie.

Una prolifica produzione artistica, la sua, cominciata nel lontano 1967 e che nel corso di oltre mezzo secolo di attività pittorica ha prodotto circa 1.600 quadri che sono stati ospitati in gran parte in numerose rassegne nazionali. Il nipote di Giulio Fanari, famoso poeta dialettale guspinese del primo novecento, nella mostra appena conclusa ha voluto presentare all’attenzione del pubblico una piccola parte della sua notevole produzione richiamandosi a una sua autodefinita “Pittura Ipercontemporanea”, formula originale ispirata da pittori e modelle orientali. Una tecnica complessa che si realizza su un’unica linea portante in cui il bianco e il nero sono parte integrante di ogni singola opera e che hanno ispirato Nino Cannella anche nella scelta del titolo della rassegna inaugurata sabato 2 Ottobre: Ventidue linee per ventidue quadri – White & Black China.

 Perché questo titolo “22 linee per 22 quadri”?
 «Nella mia recente Mostra Personale “White & Black China III”, tenuta nella Casa Museo Murgia in questo recente ottobre, ho esposto una terza rassegna antologica inedita e particolare, dal titolo suggestivo e sottilmente provocatorio: 22 linee per 22 quadri. Mostra di chine scelte proprio in funzione del titolo proposto. Chiaramente vi è sottintesa una formula originale del Disegno a Semplice Contorno, formalmente il più complesso per l’immediatezza risolutiva del suo tracciato fondamentale condotto esclusivamente con inchiostro di china, e con una linearità strutturalmente sciolta, rapida e unica. Ogni quadro, infatti, si realizza su un’unica linea portante, che da sola costruisce il dipinto nella sua struttura essenziale. Un costruttivismo lineare di estrema sintesi figurativa, dunque, dedicato dalla mia mano ai grandi disegnatori orientali. Naturalmente la mia visione è (e deve essere) quella di un pittore di cultura e di spirito essenzialmente occidentali. Non c’è alcuna emulazione dei vari Hokusai, Hiroshìge, Kyonàga, Utamàro.., né alcuna adesione ai loro moduli tecnici o stilistici, ma unicamente la mia creatività personale che si misura, col dovuto permesso, ovviamente, in quest’ambito figurativo dell’avventura pittorica. 54 anni di pittura già attraversati con etica e storica continuità me lo consentono».

Da quando usa questa tecnica, dedicata a una sua visione particolare del disegno orientale?
«La maggior parte dei miei White & Black China, consistente in circa 500 carte di grande formato – 70 x 100 cm, si è sviluppata lungo il quindicennio 2005/2020, per la mia particolare disponibilità a trattare, tra mille varie altre cose dipinte a olio su tela o in altre tecniche, volti e corpi di modelli orientali immaginari, in particolare soggetti relativi a pittori giapponesi e gheishe. Una trama ritrattistica d’ordine psicologico, in cui è evidente la concezione personale e l’interpretazione più che la visione in sé dei modelli dell’Estremo Oriente proposti. China sta tanto per china, inchiostro, quanto per China (Chaina), onde il titolo ambivalente della mia personale».

Il bianco della carta come parte integrante dell’insieme pittorico?
«Domanda essenziale la sua. Tutte le mie Chine Nere sono realizzate su carte in grande formato standard e strutturate in modo che il bianco esterno al disegno e il bianco interno alla linea nera che lo racchiude siano, come già detto, valenza integrante dell’opera stessa, a costituirne un unicum. Il bianco esterno, insomma non costituisce sfondo, ma valore sommante necessario e quindi propositivo della struttura e della musicalità dell’opera. Non si tratta di “studi” né di “fogli d’album”, ma di opere autonome di cui l’ampio formato e l’ampio respiro che su esse agisce le rendono di difficilissima esecuzione, confortata ovviamente dalla notevole velocità esecutiva e dalla sicurezza del tratto risolto senza affaticamenti e senza errori. Non credo siano molti i pittori, in Europa, che vantano una simile quantità di opere realizzate con chine di quelle dimensioni stabilite a priori. Mi permetto di dire ai lettori che sono state prodotte in quel di Guspini da un guspinese che giorno per giorno e anno per anno lascia per più di mezzo secolo le sue tracce creative quotidiane nella cittadina in cui vive e opera».

La cosiddetta Pittura Ipercontemporanea. Una definizione piuttosto inconsueta, no?
 «Mi assumo ovviamente la paternità di questa definizione concettuale d’ambito estetico; e sono finora il primo e l’unico a usarla. Esternamente alle tante distinzioni storiche e specialistiche tra Arte Moderna e Arte Contemporanea – l’una e l’altra essendo anagraficamente e storiograficamente distinte in quanto non ha preciso senso parlare di Moderna o di Contemporanea relativamente all’opera di pittori già morti – chiarisco che Iper qui sta per Super, che intenderebbe il fattivamente attuale, la realtà artistica operativamente vivente, la parte alta del Contemporaneo, quella appunto dell’Hic et Nunc, del Qui e Adesso che ci riguarda direttamente. Fino alla fine del 2000 definire il Contemporaneo era scolasticamente accettabile; oltre quel suo limite storico a me piace parlare di IperContemporaneo. Siamo infatti agli esordi del III millennio e lo sbalzo tra il prima e il dopo è rimanchevole, sul piano critico quanto su quello didattico».

Presentazione della mostra

 

La sua produzione artistica si ispira a qualche corrente pittorica?
«Non faccio parte di scuole o di correnti artistiche, che tra l’altro oggi sono quasi del tutto obsolete, o frequentabili e seguite per lo più da dilettanti di variabile talento in cerca di strada. Opero entro l’ambito generale e aperto delle “Nuove Figurazioni”, ma sono, pregiandomi di essere tale. Un esclusivo pittore “a sé”, padrone delle sue tecniche personali da riflettere su tela o su carta con linguaggi propri; e sul piano dell’immaginifico visionario risolvo la mia esperienza attiva e creativa orientandomi verso la cosiddetta “Pittura Colta”, per quel che essa significa. La mia scuola è fondamentalmente il Me Stesso, così come anche è in molti celebrati autori. È sempre lo spirito specifico del “me stesso” quello che fonda le leggi personali della Pittura, appunto, d’autore. E, per quel che mi concerne, ho sempre vissuto il mio lungo impegno nell’arte per spiritualità spontanea, e per rivelare a me stesso le mie personali ambizioni creative: supremo guadagno reale…e superiore cultura di vita. Ad Meliora».

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