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Attualità

Guspini, Neapolis ancora testimone della storia

Neapolis, foto di Tarcisio Agus
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Incombe una nuova occupazione dell’isola, che attraverso la sua testa di ponte, costituita da numerosi impianti eolici e fotovoltaici già in produzione, con 12 mila e 335 GWh a fronte di 8 mila e 426 GWh annui di consumi, si espanda in maniera incontrollabile, offuscando e compromettendo il nostro patrimonio culturale, storico, ambientale e paesaggistico. Sabato 22 giugno manifestazione di protesta a Neapolis.
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di Tarcisio Agus

 

Nel nuovo millennio le prassi medioevali sembrano ancora resistere ed il popolo sardo è chiamato ancora una volta a scongiurare un’invasione, non più perpetrata da uomini avidi di conquista, ma da robot al servizio di uomini e società fantasma avidi di denaro, in virtù di un “Bene comune” come l’energia.

La location, come diremo oggi, scelta per la prossima manifestazione di sabato 22 p.v, è un antico sito con un trascorso storico dimenticato, che ha concorso con le sue genti alla prosperità territoriale e dell’isola di Sardegna. La sua popolazione e il territorio rappresentato dall’antica città di Neapolis, pur non essendo stata scavata, se non in piccola parte, sappiamo ha concorso alla difesa di cicliche invasioni, a cominciare da quella romana tanto che una parte consistente del territorio, a sud della città sottomessa, mantiene ancora il titolo Gentilis: “territorio che appartiene alla gens, cioè alla stirpe”. Per alcuni studiosi la città di Neapolis fu l’avamposto nuragico del territorio, prima e anche dopo l’influenza fenicio punica, per soccombere poi sotto l’invasione romana.

Neapolis, Faustina Maggiore (foto di Tarcisio Agus)

Neapolis sarà, con il suo carico di storia, testimone muta di una nuova presa di coscienza, che tende a scongiurare una infausta occupazione territoriale ancora di portata storica. Questa deve essere assolutamente arginata e ricondotta davvero a “Bene comune”, in armonia con la salvaguardia della città e del suo territorio, perché essa stessa possa essere presto nuova fonte di “Energia Culturale” di cui ha tanto bisogno il territorio e la Sardegna.

Senza scomodare il passato remoto credo, stando un po’ più vicino a noi, sia opportuno seguire l’esempio dei nostri padri che nel lontano 1637, il 22 del mese di febbraio, videro l’ampio golfo di Oristano, che con il suo abbraccio univa le antiche città di Tharros, Cornus, Othoca e Neapolis, invaso dall’Armata francese, al comando dell’arcivescovo di Bordeaux e del Conte di Harcourt Enrico de Lorena. Il forte contingente francese non ebbe difficoltà ad occupare l’unica e gloriosa città mantenutasi nel tempo. L’avvenimento storico che portò alla fuga degli abitanti della città di Oristano prima della sua invasione, non tardò a diffondersi nelle contrade e città isolane, pur in assenza dei moderni mezzi di comunicazione. L’intento per alcuni studiosi era chiaro, fare del glorioso golfo di Oristano, per i francesi, la testa di ponte per la conquista dell’isola. Certo è che a ricacciare i francesi, per la prima volta, con i loro 45 vascelli, non fu l’armata spagnola, che ancora “controllava” l’isola, ma i soldati e il popolo sardo. Mentre Cagliari, con il suo castello, si preparava ad un eventuale attacco dotandosi di armi e provviste, nel resto dell’isola si riunivano tutte le compagnie a cavallo per accorrere in soccorso di Oristano. Si mobilitarono tutti i nobili ed i feudatari con tutta la gente delle loro terre, a piedi, a cavallo, con armi e munizioni, il rischio per i baroni e feudatari era la sicura perdita delle loro giurisdizioni, da cui traevano ricchezze e privilegi. All’importante evento e successo concorsero anche e le comunità di Arbus e Guspini, guidati dal capitano Pietro Fortesa, con 286 fanti a cavallo. Oggi quelle condizioni sono sicuramente mutate e non vi sono più i baroni e feudatari che mobilitarono le genti sarde al grido “Armiamoci e partite”.

Laguna di San Giovanni presso Neapolis (foto di Clemente Muntoni)

Incombe però una nuova occupazione dell’isola, che attraverso la sua testa di ponte, costituita da numerosi impianti eolici e fotovoltaici già in produzione, con 12 mila e 335 GWh a fronte di 8 mila e 426 GWh annui di consumi, si espanda in maniera incontrollabile, offuscando e compromettendo il nostro patrimonio culturale, storico, ambientale e paesaggistico. Nessuno vuol rinunciare al benessere, l’energia è fonte primaria e i sardi lo sanno bene, vogliono parteciparvi ma senza subire. Lo dimostrano le iniziative spontaneamente nate attraverso i diversi comitati popolari, che sottolineano ancora una volta che non si è contro la riconversione energetica, anzi i sardi l’auspicano, anche in virtù della tutela del suo vasto patrimonio identitario, ricchezza d’ Italia e d’ Europa. Dai comunicati stampa delle diverse iniziative già attuate, sembrerebbe emergere il defilarsi dei rappresentanti eletti. I sardi hanno subito e combattuto il potere e l’arroganza dei baroni e dei feudatari, che non hanno certo difeso le terre e le popolazioni loro assegnate. Oggi la democrazia ci ha consegnato il “potere” degli onorevoli eletti, ai quali i sardi hanno affidato ancora una volta i loro territori, con l’auspicio di difendere ed attuare le loro aspirazioni, nonché rappresentarli. I sardi che oggi manifestano tutto il loro disagio e paura per l’avvenire della propria terra, devono sentire che i propri rappresentanti eletti, sia in Parlamento che nel Consiglio regionale, sono al loro fianco, perché la soluzione al problema non può che passare attraverso gli organi legislativi che la democrazia ci offre.

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