Economia & Lavoro

Guspini, Roberto Maccioni: “Mi piacerebbe istituire una scuola per insegnare l’arte del ricamo”

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di Maurizio Onidi

Servizio fotografico di Dolores Pani

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Nell’immaginario collettivo, davanti a un ricamo, la mente corre a una figura femminile china sul tamburello, punto dopo punto e con molta pazienza, in un clima di serenità, ricama il suo capolavoro. Contrariamente a quanto si pensa, l’arte del ricamo per secoli è stata di esclusiva pertinenza maschile. Nel Medioevo il ricamatore era paragonato e considerato alla stregua del pittore. Le corporazioni dei ricamatori garantivano standard qualitativi elevati. Riproducevano su disegni di pittori del periodo, Botticelli e Pollaiolo, tanto per citarne alcuni, volti di santi, stemmi, eventi importanti. Con la scomparsa delle corporazioni comincia a venir meno l’apporto maschile in questo campo per scomparire quasi del tutto agli inizi del XVIII secolo per lasciare posto al mondo femminile. Dal primo decennio del ‘900 “il sesso forte” comincia a riavvicinarsi a questa attività soprattutto all’estero dove si formano designer e maestri del ricamo che si affermano sempre più anche nel campo dell’alta moda. Albert Lesage, ricamatore e creatore della famosa Maison parigina nel 1924, eccellenza mondiale, viene considerato a pieno titolo il capostipite in questo campo.

Proprio in virtù di questa trasformazione chiediamo a Roberto Maccioni, 51 anni, guspinese, come nasce questa passione e chi le ha insegnato a ricamare?

«Ho iniziato circa dodici anni fa come autodidatta quando a quarant’anni mi sono ritrovato senza un lavoro. Inizialmente decisi, con l’aiuto dei miei genitori, di aprire un negozio di oggettistica di arte sacra e accessori degli abiti tradizionali. Di pari passo ho dato inizio a una ricerca delle tradizioni locali e tutto ciò che a essa fosse legato, in particolare nell’arte del ricamo, ascoltando e seguendo i consigli di quelle donne che per tanti anni lo hanno praticato. Successivamente ho frequentato dei corsi tenuti da maestri spagnoli, specificatamente per il ricamo in oro, richiesto nelle lavorazioni ecclesiastiche. Da dieci anni porto avanti questa attività che spazia “nel mondo del ricamo sacro e profano” come io lo definisco. Dai paramenti sacri all’abito tradizionale locale, allo scialle e altro ancora non perdendo mai di vista la costante ricerca dell’antico. Non va trascurata la lunga e importante tradizione di Guspini in questo campo specifico dove abili maestre e importanti scuole hanno insegnato a moltissime ragazze l’arte del ricamo, dalle suore della redenzione alle salesiane senza tralasciare le tante donne che si dedicavano alla lavorazione al telaio dei tessuti. Tutto questo ha permesso a tantissime ragazze di realizzare il corredo che avrebbero portato in dote. Ma non solo, se da una parte l’economia guspinese è stata prevalentemente legata alle miniere e in misura inferiore all’attività agro pastorale, è altrettanto vero che il nostro paese ha formato decine e decine di abili artigiani in diversi settori. Fino agli anni 60 del secolo scorso, mi raccontano tante persone che hanno vissuto quel periodo, percorrendo le strade del paese si potevano vedere all’opera tanti artigiani nelle loro botteghe, falegnami, fabbri, maniscalchi, scalpellini. “A lusci de stiarica” era un modo di dire di quelle signore che per arrotondare le entrate familiari, dopo aver messo a letto i bambini “con la luce della candela” fino a notte fonda realizzavano capi d’abbigliamento e accessori. Tutto questo mondo mi ha sempre affascinato e forse ha fatto scattare la famosa molla che mi ha portato fin qui».

C’è molta richiesta di questo “prodotto”?

«È un lavoro molto delicato e particolare fatto di tanta pazienza e amore. Il prodotto ottenuto è senza dubbio di nicchia. Riferito all’ambito ecclesiastico, realizzo stole, palle, paliotti e ultimamente sono diverse le richieste ricevute per la realizzazione di stendardi che vengono portati nelle processioni. A questo proposito mi sono sentito molto onorato quando all’inizio dell’anno la confraternita maschile mi ha richiesto di realizzare lo stendardo di N. S. dI Bonaria, in occasione del 650.mo anniversario dell’arrivo del simulacro a Cagliari, lavoro  realizzato su mio disegno che è stato molto apprezzato. Un altro lavoro importante che ho realizzato qualche mese è stato il velo, il lenzuolo e il cuscino per il simulacro di Santa Maria. Per il prossimo anno ho già in mente un altro addobbo per la nostra Madonna Dormiente.  Per quanto concerne le altre creazioni “laiche” le procedure di lavorazione di base sono quasi identiche con le ovvie differenza se pensiamo ad esempio alli scialli, quelli che io chiamo “da turista” hanno meno ricami rispetto a quelli “da processione” che sono molto più ricchi. In tutti i casi, ogni pezzo che io realizzo è unico e difficilmente irripetibile anche per rispetto a chi lo indossa ma soprattutto perché il disegno e la composizione floreale è frutto della fantasia che mi ispira in quel momento».

Qual è la tipologia di clientela?

«Abbastanza variegata. Per i paramenti sacri, solitamente si tratta di oggetti che mi vengono commissionati per essere regalati a religiosi in occasione di ordinazione o anniversari mentre per la parte più tradizionale sono molto richiesti gli scialli anche dagli stranieri, americani e francesi in testa. Quest’anno, causa Coronavirus, ho lavorato moltissimo per creare le mascherine nelle varie forme e tipologie, realizzate con i ritagli avanzati dalle lavorazioni degli abiti, camicie e altre lavorazioni. Ho prodotto anche 100 mascherine con il logo di Santa Maria. “Una tiratura limitata” in ricordo della festa in questa tragica situazione che ho regalato al comitato. Nel complesso ho realizzato un migliaio di pezzi, la maggior parte messi gratuitamente a disposizione della collettività».

Consiglierebbe a un giovane di intraprendere questo lavoro? E, infine, il sogno nel cassetto?

«Lo consiglio certamente e mi piacerebbe tanto che ci fossero dei giovani che imparassero questo lavoro. Mi auguro e spero tanto che qualcuno prenda a cuore anche il lavoro del ricamo al telaio che da enormi soddisfazioni. Amo questo lavoro che certamente richiede impegno, costanza e tanta tanta pazienza ma che ti ripaga con le emozioni che provi nel vedere l’opera realizzata e l’apprezzamento da parte delle persone che indossano un tuo capo.  Come tutti anch’io ho un grande sogno nel cassetto anzi due: il primo poter insegnare quest’arte, mettere a disposizione di chi ha voglia di imparare, tutta la mia esperienza e la mia manualità. Sto facendo dei tentativi sui social ma seguire di persona è senza dubbio più proficuo e semplice. A me spiace non avere a disposizione uno spazio da dedicare a questo scopo; l’altro mio sogno sarebbe quello di vedere realizzato nella nostra cittadina il museo del costume e delle tradizioni dove poter allestire anche corsi mirati a queste attività. La passione per l’abito tradizionale mi ha portato nel tempo a dedicarmi anche alla costituzione di “Tradizioni popolari” il gruppo folk che gestisco e che porta in giro per la Sardegna l’abito e il nome della nostra cittadina. Ho nella mia collezione parti dell’abbigliamento e della tradizione guspinese che risalgono al 1800 oltre a un copriletto di fine settecento che sarei pronto a donare al pari di altre persone che, conoscendo questa mia passione, mi hanno contattato per offrirmi dei telai antichi, alcuni in noce, cassapanche e altri oggetti di altissimo valore storico e culturale. Perchè nella nostra cittadina non può nascere un circuito museale che potrebbe creare anche qualche opportunità di occupazione? Casa Murgia, la nascente casa del coltello, il Monte Granatico, “le canne d’organo” e altre strutture parzialmente utilizzate potrebbero essere il volano per ridare slancio alle attività socioculturali, “autunno in Barbagia” insegna».

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