RUBRICA Sardegna nel cuore

“Hotel Nord America”, Giacomo Mameli racconta la sua Foghesu

Giacomo Mameli
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di Sergio Portas

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Sarà che abbia voluto accontentare quel Toti astutissimo politico, reggitore del destino di Liguria, che aveva decretato a “non più produttivi” tutti gli ultra-settantenni (quelli che più vanno in genere a votare), relegandoli a scarti dell’umano procedere (io sono nel numero), fatto sta che martedì 27 ottobre, Giacomo Mameli che pur avrebbe dovuto presentare in Galleria Vittorio Emanuele al salotto di Bocca, libreria che si vanta di esistere dal 1775, il suo ultimo libro: “Hotel Nord America”, Il Maestrale editore, non si è visto.
È rimasto nella sua Perdadefogus a ripensare le sue settantanove primavere. E dire che per arrivare in Duomo, evitando metropolitane che pur viaggiando mezzo vuote passano per essere grandi propagatrici di virus, avevo percorso in bicicletta la nuova pista ciclabile che il sindaco Beppe Sala mi aveva fatto passare sotto casa, quella che dal centro di Milano si snoda sino a Sesto San Giovanni, tra le bestemmie degli automobilisti che si sono visti scippare dall’oggi al domani un paio di corsie di viale Monza che generalmente percorrevano a velocità da autodromo. Con Giacomo a presentare il libro erano attesi anche Ferruccio De Bortoli, già pluridirettore del “Corriere della Sera” e Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice di successo.
Due veri e propri pezzi da novanta del mondo culturale nazionale, che evidentemente avevano trovato nel libro di Mameli un qualcosa che li ha emozionati, li ha convinti che valesse la pena di parlarne, discuterne. Dei due quella che amo di più è Benedetta, quel suo giovane babbo giornalista, Walter, ammazzato dalle “Brigate rosse” quando lei aveva tre anni: “Hanno ucciso papà”. Ma queste cose succedono nei film, non può essere vero. I compagni dell’asilo non mi credono. Allora insisto: “Hanno ammazzato papà, gli anno sparato, bum! bum! bum! con la pistola e mimo con le dita la forma dell’arma. Una P38”. Da “Come mi batte forte il tuo cuore”, storia di mio padre, per i tascabili Einaudi. E sempre per Einaudi: “Una stella incoronata di buio” che parla della strage fascista di piazza della Loggia e uscito l’anno scorso, “Piazza fontana, il processo impossibile”.
Libri di storia, ricchi di atti processuali che non avremmo avuto se non a prezzo dell’onestà di magistrati che  hanno contribuito a svelare una verità terribile da accettare, i complici degli stragisti sono stati apparati (deviati) del nostro Stato. La giovane repubblica italiana stava prendendo una brutta piega in quegli anni di “guerra fredda”, occorreva darle una botta forte che la riportasse nei sicuri binari di una destra “atlantica”, altro che ’68 e utopie operaiste! Servizi segreti, ma anche pezzi grossi del Ministero degli Interni, mai veramente depurati da una visione autoritaria del mondo in cui operano, ancora oggi leggo su “Micromega”: Amnesty Intrnational: “Sconcerto per la promozione di due funzionari di polizia condannati per i fatti di Genova del 2001”: “Il 28 ottobre la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della Polizia Franco Gabrielli hanno deciso la promozione di due funzionari condannati in via definitiva in relazione alle gravissime violazioni dei diritti umani verificatisi a Genova nel 2001”. Come dice sempre Giacomo Mameli, un giornalista deve fare da “cane da guardia” nei riguardi del potere di turno, questo “fattaccio” getta un’ombra su tutto il governo Conte, c’era voluta una sentenza del Tribunale Internazionale dell’Aia a decretare che a Genova ci fu tortura, l’Italia condannata a risarcire i danni ai ragazzi che furono massacrati di botte, con lesioni che non si sono mai del tutto guarite, dai manganelli della nostra Polizia di Stato. Ragazzi che venivano da tutti i paesi d’Europa. E anziché cacciare i responsabili di tanta ingiustificata violenza (i ragazzi e le ragazze dormivano a decine nei sacchi a pelo in una scuola, la Diaz) la Lamorgese e Gabrielli li promuovono: complimenti per l’esempio che danno a tutto l’apparato! A tutto il Paese. Chissà se ne avrebbe scritto De Bortoli nel suo “Corriere” che, a mio avviso, fu corresponsabile dell’irresistibile ascesa in politica di Berlusconi Silvio, tessera P2 1816 rilasciata dal “Maestro venerabile” Licio Gelli, già aderente alla Repubblica di Salò dove fu ufficiale di collegamento tra il governo fascista e il terzo Reich. Comunque De Bortoli oggi è presidente del Vidas, un’associazione di volontariato laica che a Milano offre assistenza sociosanitaria completa e gratuita ai malati con patologie inguaribili a domicilio in degenza e in day-hospice in Casa-Vidas e in Casa Sollievo Bimbi, dal 2019 primo hospice pediatrico della Lombardia per l’accoglienza di minori gravemente malati e per il sostegno alle famiglie.

Giacomo Mameli

E pieno di bimbi, che stanno venendo al mondo, è il libro di Giacomo Mameli. Chi li va aiutando in un momento non privo di pericoli è la mamma di Giacomo che, giovane ostetrica appena diplomata all’Alma Mater di Bologna, venticinque anni, assieme ad altre 21 delle sue compagne di corso, correva l’anno 1939, XVII dell’era fascista,veniva inviata, dall’oggi al domani, in terra di Sardegna dove, come anche in altre regioni d’Italia (segnatamente in Veneto) c’è un’alta mortalità infantile dovuta al parto, e molte sono anche le mamme che muoiono. Questa intrepida Ida Naldini finisce a Perdasdefogu, Foghesu per tutti i suoi abitanti. Che in quel periodo non arrivavano a essere più di 1500. Di “buona famiglia”, il babbo è capostazione a Marradi, allora paesone di 8000 abitanti sul versante romagnolo dell’Appennino, ricco di boschi di castagno, a un tiro di schioppo da Firenze. La mamma campana di origine faceva la sarta. Un figlio morto in Africa nella guerra del Duce per l’Abissinia. Un altro fuggito in Francia dopo un’aggressione fascista che gli rompe un paio di costole. Leggeva giornali anarchici e rifuggiva le adunanze imposte dal regime. Ida, da buona femmina italiana, di politica non ne mastica punto. La politica però la fa e come! Intanto non si spaventa più che tanto quando si rende conto che la casa che la ospita, come tutte quelle del paese del resto, non ha acqua corrente, né bagno, pei bisogni si va nella legnaia, i maschi al fiume, né corrente elettrica. La sua comunque possiede un letto con materasso di crine. È già un lusso, per il primo parto in cui viene chiamata, e nascerà una Maria, “Più che la casa è una capanna, il focolare al centro di una cucina in penombra, le pareti annerite di fumo, il pavimento è in terra battuta. Io so che un parto deve avvenire in camera sterile e qui, di sterile, siamo a zero”. “Letto? Non ne abbiamo. Dormiamo lì, sulla stuoia, quella lì, sotto la bocca del forno La nostra casa è tutta qui, questa cucina e, dietro, l’intimoletto-Che cosa? L’intimoletto, la stanza senza luce dove dormiamo io e mio marito, una stuoia più larga, forse da una piazza e mezza, buio pesto, un fascio di luce arriva dalla cucina, due sedie, un piccolo armadio, neanche un comodino. È un colpo al cuore” (pag.74). E durante il parto arriva anche la capra, Meduledda, che normalmente vive con i padroni di casa.
Le capre di Foghesu, quando tornano a centinaia dal pascolo, ognuna riconosce la casa dove abita e vi si infila, tutte hanno un nome, tutte hanno contribuito col loro latte ad allattare i bimbi del paese. Se queste sono le condizioni igieniche di Foghesu non stupisce che la “Spagnola”, l’ultima pandemia prima di quella che stiamo subendo, abbia fatto in Sardegna più di 12.000 morti, quasi il numero delle vite che i ragazzi sardi lasciarono sul Carso e sul Piave durante la guerra dei due anni prima. Anche allora non c’era una cura, né medicinale che potesse lenire la malattia. Sarebbero servite mascherine, distanziamenti, il lavarsi spesso le mani. Tutto roba da ricchi. Infatti negli slum africani di questo ben di dio neanche l’ombra.
La “Spagnola” imperversò per due anni e poi sparì, da sola. L’isola allora non arrivava a ospitare 900.000 abitanti. Ida diventa per tutti “s’allevadora”, contribuisce a un incremento di vendita di sapone mai sperimentato prima, col suo non lauto stipendio può comprare, pagandolo con soldi “veri”, l’ultima risma di carta da lettere, l’ultima boccetta d’inchiostro, l’ultimo pennino della bottega di Mariangela la gobbetta, dove tutti pagavano a baratto. Una forma di formaggio, un tot di grano, i prodotti dell’orto. E i bimbi di Foghesu smettono di morire come le mosche. Le vogliono bene tutti in paese, tale Orazio addirittura se ne innamora e, lui che come il fratello morto ha fatto la guerra in Abissinia e ne è ritornato guarito da ogni fascismo, in breve se la sposa. Due anni e nasce anche il loro primo bambino, che nel libro si chiama Tommaso, perché, dice Giacomo, al corso di Giornalismo in cui si è addottorato a Urbino, gli hanno insegnato a non mischiare le cronache giornalistiche con personalismi di sorta. Una bizzarria naturalmente, uno schernirsi che Mameli usa sempre, nel sottolineare che lui non è scrittore ma giornalista. Eppure il libro è qui, tratto dal diario di Naldini Ida trovato nel 2012. E il Tommaso che nasce a Foghesu nel 1941 è Giacomo stesso. Sotto mentite spoglie ci narra tutto l’amore che ha voluto al paese che gli ha dato i natali. Per tutti i paesani, di cui distingue nomi e soprannomi: la guardia campestre Antonicco Puddu, detto Molèri perché il nonno Romolo aveva un mulino per macinare il grano. O Giuseppe Lai, ce ne sono ventiquattro in paese, ma lui è il becchino-banditore, quello che con la sua tromba dà i bandi pubblici (Per ordine del Podestà si avvisa la popolazione che da domani 29 giugno tutte le donne le quali devono nascere figli si devono rivolgere unicamente alla stetrica (sic) condotta…) e lui è Lai Giuseppe Peis-trotus, piedi-storti. Ogni persona è anche personaggio, che narra una sua visione del mondo, non importa se dottore o capraro, se ha la quinta elementare o la laurea in legge. Tutti sono indispensabili nel dispiegarsi della vita di Foghesu, che ci è svelata nel suo progredire negli anni. Pensate che il 2 giugno del 1946 vanno a votare persino le donne! Quando nel ’39 le 22 ostetriche sbarcarono a Terranova (oggi Olbia) il loro primo soggiorno è a Nuoro, le fanno dormire all’hotel “Nord America”, il bordello del paese. E ci vorranno i carabinieri per far intendere ai bollenti giovanotti nuoresi che si accalcano all’entrata, che non sono arrivate le nuove bagasse.

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