La Sardegna nel Cuore

I Giganti di Mont’e Prama a Milano

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A CURA DI SERGIO PORTAS

È da molti venerdì che, sul settimanale che “Repubblica” ti vende alla modica cifra di 1,90 euro, sul retro di copertina uno dei “pugilatori” di Mont’e Prama mi fissa con quegli spropositati occhi concentrici. Dicono che sia un altro dei misteri che di loro si debba ancora svelare: sono dei cerchi perfetti e al tempo della loro nascita di compassi non c’era neppure l’ombra. Anche ne avesse inventato uno dei magici scalpellini che operarono per metterli in piedi, bianchi d’arenaria, non c’è traccia di foro centrale a supporto di una tale supposizione. Come abbiano fatto a tirare su i giganti di pietra di oltre due metri senza un terzo piano di appoggio che non siano i piedoni che li tengono ancorati al suolo lapideo è ancora motivo di stupite discussioni tra gli esperti. Per tacere di quelle braccia che sporgono dai torsi poderosi a reggere scudi sul capo o archi istoriati. Non sono stati scolpiti a parte e poi attaccati, come si potrebbe legittimamente pensare a prima vista, no, fanno parte dello stesso blocco d’arenaria e se è vero che Michelangelo era capace di scorgere i vuoti che avrebbe dovuto lasciare nel marmo per farne emergere la scultura che già aveva nella mente, questi nuragici del’VIII, IX secolo prima di Cristo dovevano essere fatti della stessa pasta. Il gigante che vi dicevo è finito sulle patinate pagine del “Venerdì” di “Repubblica” (una tiratura di più di 500.000 copie) in grazia della nova strategia che l’assessore al turismo della Regione Sardegna Francesco Morandi ha elaborato, perché finalmente una storia diversa dalla solita venga raccontata quando essa concerne l’isola di Sardegna: “Sardegna, naturalmente. I giganti di Mont’e Prama sono i misteriosi ambasciatori dell’Isola, testimoni di una terra antica dove mito e natura offrono un’esperienza di vita unica al mondo. Una vacanza in Sardegna è un tuffo nella storia del Mediterraneo”. Lo ribadisce qui a Milano, nel cortile di villa Litta, uno dei tanti palazzoni barocchi che la capitale lombarda usa a quinta delle occasioni speciali, anche nella sua facciata due “omanoni” in marmo sorreggono gli stipiti dell’ingresso, ma è roba del 1700 d. C. Circondato dai massimi nomi che reggono le sorti della musealità milanese, viene presentata oggi la mostra: “L’Isola delle torri e le torri dell’Isola”, abbinata alla quale una serie di fotografie che Gianni Berengo Gardin (dirlo celeberrimo fotografo non è davvero esagerare) scattò nell’Isola (anche io da adesso la scrivo in maiuscolo) giusto una trentina d’anni fa. In occasione di un’altra mostra che Regione Sardegna e Comune di Milano allestirono nei giardini pubblici di via Palestro: “Sardegna preistorica, Nuraghi a Milano”.
Questa di oggi, praticamente di fronte a palazzo Litta, è allestita presso il civico Museo Archeologico e andrà avanti da maggio a tutto novembre (schiacciando l’occhietto all’Expo qui imperante). L’anno scorso ha girato anche da Cagliari a Roma, che nel 2014 erano cento anni da che nacque il più famoso archeologo sardo del nostro tempo, quel Giovanni Lilliu che ha legato il suo nome allo scavo della reggia-nuraghe di Barumini e ha lasciato scritti e testimonianze fondamentali sulla civiltà dei Sardi. Tyrrenòi ci dicevano i Greci, costruttori di torri. Di queste torri è ancora costellato il territorio sardo e Francesco Morandi ha buon gioco nel ricordare ai presenti accorsi in numero ben più elevato di quanti ne attendessero gli organizzatori (sedie insufficienti prese d’assalto), che il paesaggio archeologico sardo può essere stimato in venticinquemila chilometri quadrati. “Paesaggio” sta diventando la parola magica per il nuovo turismo culturale che impazza per il globo.
Le colline senesi, per dirne una, sono più tutelate degli ultimi rinoceronti bianchi dell’Uganda, per la semplice ragione che attirano turisti danarosi e vogliosi di spendervi soldi in cambio di emozioni, mischiandole, perché no, col lardo di Colonnata e Brunello di Montalcino, tutta roba che è meglio pagare con carta di credito, per non doversi portare appresso valigie di contanti. La Sardegna è da meno? Ha meno assi nel suo mazzo, frecce nel suo arco, visto che tra i giganti ci sono arcieri e guerrieri? Vicino a Mont’e Prama, siamo a Cabras e questo “monte delle palme” sarà alto cinquanta metri non di più, ci sono eccellenze della cucina sarda che spaziano dalla vernaccia di Milis alle bistecche del bue rosso del Montiferru, dal “Casizolu” (formaggio) alla bottarga dello stagno. E ancora dolci di mandorle e Malvasia, prosciutto di cinghiale e grappa di Cannonau. Per quanto riguarda il paesaggio, i nuraghi di quei posti sono numerosi quasi che i fenicotteri negli stagni, sullo sfondo del mare le colonne di Tarros a ricordarci che capo san Marco è penisola in una più grande che il Sinis. Quella piccola divide, con un istmo stretto, mare morto dal vivo, come dire che in questo porto naturale ci si può attraccare (e fare il bagno) anche quando il Maestrale gonfia le onde a metri di altezza. E se lo scoprirono Punici e Cartaginesi, figurarsi se se l’erano lasciato sfuggire i sardi che erano lì da qualche migliaio di anni. Civiltà nuragica, diceva Lilliu, che era presente nel 1974 quando le prime teste dei “giganti” spuntarono nel solco di un aratro. Come oramai è noto, i più di 5.000 pezzi che ne vennero in seguito tirati fuori, se ne rimasero a dormire nelle casse sigillate nel Museo Archeologico di Cagliari. Per il restauro che ne è stato fatto negli ultimi anni un prestigioso premio dell’Unione Europea ne ha sancito l’eccellenza (i concorrenti al premio erano più di duecento).
E ora eccoli qua i “Giganti”, Cabras ha per loro allestito un museo, appena fuori paese, nella strada che porta a San Giovanni e Tarros. Qui a Milano si possono ammirare in 3 D come oggi si usa. Li si può vedere in ogni piccolissimo particolare, ingrandirli a dismisura, girarli per 360 gradi, tutta tecnologia di quelli del CRS4 (Center for advanced studies, research and development in Sardinia) di Pula. Un altro bel biglietto da visita per sottolineare che la Sardegna non ha intenzione di vivere solo sugli allori dei nuragici, ma è anche capace di innovazioni che non direste mai. Basta che ai loro giovani (se laureati è meglio) venga data un’occasione. Nel 2016 è previsto un dibattito a livello UNESCO su musei e paesaggi culturali. E vi assicuro che sono queste problematiche che fanno muovere, dapprima le persone più acculturate, ma subito dopo le masse dei turisti che portano benessere. Di lombardi che ogni anno vanno in Sardegna se ne contano 200.000. Gli svizzeri sono solo, si fa per dire, 100.000 e considerando che la Confederazione conta poco più di otto milioni d’abitanti essi sono per la Sardegna di gran lunga il primo mercato estero in percentuale. Da coccolare quindi. Non a caso questa mostra milanese farà la sua prossima tappa a Zurigo. E anche oggi è qui un esponente del museo che la ospiterà e che ha parole di miele per quasi tutto quello che concerne l’Isola Ichnusa che conoscete.
La mostra è articolata in forma fortemente didattica, vuole sottolineare gli aspetti fondamentali della civiltà nuragica attraverso tre tematismi: il metallo, l’acqua e la pietra. Da qui l’aspetto architettonico, tanto legato al mondo del sacro e a quello funerario, le tecnologie costruttive e quelle idrauliche, la società, l’economia, il territorio, la metallotecnica, l’arte. I materiali esposti provengono da tutto il territorio regionale ma, grazie alle Soprintendenze di Calabria, Toscana e Campania, anche da contesti della penisola. La mostra, curata dal Soprintendente Marco Minoja e dalle funzionarie archeologiche Gianfranca Salis e Luisanna Usai, ripercorre la complessa e articolata protostoria della Sardegna, segnata da processi di trasformazione e impegnata in un costante dialogo col mondo esterno, segnatamente coi paesi affacciati nel Mediterraneo mare. Sono andato a vederla e me ne sono ubriacato, ricavandone spunti per scrivere cento e cento storie nuove, a partire magari dai “Giganti” di Mont’e Prama. Da chi saranno stati fatti a pezzi? Quando furono sistemati a guardia delle tombe “a pozzetto” anche esse ritrovate e scavate sul monte delle palme, di nuraghi in Sardegna non se ne costruivano più da un pezzo. I modellini di nuraghe, numerosi, ritrovati assieme ai “giganti” a simboleggiare una cultura che non era più attuale. Pure nel sito archeologico a tutt’oggi non sono state rinvenute tracce di coloro che dominarono la Sardegna nei secoli successivi, da qui l’idea che sia stato un cambiamento traumatico della società politica sarda a determinare lo sconquasso. In quel periodo sette villaggi posti su dei colli latini si fusero insieme e crearono un re (tale Romolo), che sia successo qualche cosa d’analogo in Sardegna? Abbandonata la cultura dei saggi anziani riuniti in cerchio a deliberare per il bene comune per la ricerca di un re che decidesse per tutti? Questa davvero sarebbe stata la fine della civiltà dei Nuraghe, incapace poi di opporsi ai nuovi padroni: cartaginesi e romani.

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