STORIA DI CASA NOSTRA

I minatori guspinesi davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna del 1908

Montevecchio. Cantiere Piccalinna.
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Prima parte

   La stagione di scioperi e proteste operaie iniziata a Montevecchio nel 1903, proseguita a Buggerru nel 1904 e conclusasi con le agitazioni del maggio 1906, spinse il Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta “sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna”. La Commissione iniziò i suoi lavori nel dicembre 1906 – formata dal presidente Parpaglia e dagli onorevoli Moschini, Pala, Crespi, Di Ruffia e Carafa – ma i risultati della sua inchiesta furono pubblicati soltanto nel 1911. L’indagine fu molto ampia e venne supportata da ricerche recenti e affidabili e da numerose testimonianze e documenti sulle condizioni di lavoro, sulle istituzioni sanitarie, le malattie sociali e l’ambiente economico e sociale. Questo lavoro sarà arricchito da un tour di audizioni che la Commissione terrà nel 1908 tra i comuni minerari della Sardegna per interrogare direttamente i minatori.

Pio Piras

All’epoca, l’istituzione della commissione fu salutata con grandi aspettative. Il partito socialista, che la considerava un risultato della stagione di lotte del 1903-1906, per bocca del deputato Angiolo Cabrini affermava che “avremo finalmente una commissione parlamentare d’inchiesta sulle miniere di Sardegna” e si dichiarava “soddisfatto di questa prima vittoria che ho preso a difendere con animo di italiano e di socialista, e a sostener le ragioni della quale tanto intelligente ausilio mi hanno dato il Battelli, il Cavallera, il Costa ed altri amici che vivono in quei paesi”; e continua: “l’opposizione dichiarata del nostro partito al ministro Giolitti, non può impedire a me e a quant’altri socialisti conoscono le condizioni dei minatori sardi di approvare senza riserve la proposta di un’inchiesta parlamentare sulla vita del lavoratore del sottosuolo di Sardegna”. Ci sono parole di apprezzamento anche per i socialisti guspinesi Pio Piras e Cesare Loi definiti come “uomini con la testa sulle spalle; specialmente adesso che il movimento di resistenza cerca anche colà integrazione nelle cooperative”, e prosegue: “ai primi del 1904 – per l’attiva propaganda di tali compagni, tra cui, indimenticabile, il modesto e fervente Pio Piras di Guspini – l’azione delle leghe, forti di circa 4500 organizzati, poté estendersi a un insieme di 10000 minatori”. Cabrini descriverà invece Castoldi, proprietario della miniera di Montevecchio e allora deputato del collegio di Iglesias-Guspini, come una “egregia persona, tanto umile e modesta che, pur avendo sul panciotto varie medaglie al valore elettorale, ha trovato il modo di non consegnare il proprio nome agli stenografi e ai giornali che nei casi di appello nominale. L’onorevole è proprietario di una assai produttiva miniera; ragione per cui – quando nel 1904 avvenne a Buggerru quel po’ di roba che mise in fiamme l’Italia – il valentuomo reputò igienico non degnare di una sillaba di risposta i minatori che all’indomani dell’eccidio gli avevan telegrafato: Venite!”.

Nella relazione che introduce i risultati dell’inchiesta della Commissione si legge che “le condizioni economiche, igieniche ed intellettuali dei lavoratori del sottosuolo sono tristi; che essi sono scarsamente retribuiti della penosa opera loro; che le loro mercedi subiscono minorazione, quantunque il valore totale della produzione complessiva segnò aumento e non diminuzione. Si aggiunge che al caro viveri, a causa o dell’improduttività del terreno, o dell’esportazione, o della lontananza dei centri principali di produzione, va unito per i minatori il dovere di sottostare al truck-system; che essi vivono in cameroni luridi; che molte famiglie di minatori sono ricoverate in capanne contro ogni principio d’igiene e d’umanità; che si difetta di acqua potabile; che sono cadenti le scuole minerarie; che non è osservata l’applicazione della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli e quella sugli infortuni; e si domandano, in nome della civiltà e della prosperità economica, rimedi radicali ed energici”.

La Commissione arrivò a Guspini il 18 maggio 1908 per iniziare la sua seduta alle ore 10 dello stesso giorno nella sede del comune. Ascolterà 42 operai, la maggior parte residenti a Guspini, nati o trasferitisi qui e nella vicina Arbus per lavorare nelle miniere di Montevecchio. Saranno ascoltate anche le donne e i bambini, il sindaco Antonio Murru, l’assessore comunale Battista Loi e il medico condotto Cesare Loi. I lavoratori forniscono informazioni generali sulla miniera (chiederà un commissario: “Quanti operai conta la miniera di Montevecchio?”, risponde il minatore P. G.: “1600-1800”), sulla loro paga (da un minimo di 1,10 lire ad un massimo di 3 lire giornaliere secondo le mansioni svolte, con candela e olio a carico degli operai), sull’organizzazione del lavoro, sulle sanzioni disciplinari, sulle loro abitazioni (la maggioranza di loro vive in casa propria con moglie e figli a Guspini o Arbus, gli altri, molti celibi e qualche famiglia, vivono invece nei cameroni costruiti nei pressi dei pozzi e temono che la società ne porti l’affitto mensile da 5 a 10 lire), sui prezzi dei viveri e sull’assistenza medica. Emerge uno spaccato inedito e prezioso che descrive le condizioni di vita dei minatori di Guspini a inizio Novecento.

Gli operai interrogati, che lavorano nei cantieri di Piccalinna, Pozzo Sant’Antonio e Pozzo Sanna, avranno un approccio diffidente, ma sincero e rispettoso, verso i parlamentari venuti ad ascoltarli. Troppo forte è, tuttavia, il timore di rappresaglie da parte della direzione aziendale per aver scelto di presentarsi all’audizione. I minatori sono quindi identificati negli atti della Commissione dalle sole iniziali dei loro nomi e cognomi e soltanto le informazioni generali vengono registrate. Il presidente Parpaglia chiede ai lavoratori: “Vi ha impedito nessuno di venire qui?”, risponde il minatore S. A.: “Abbiamo timore che ci puniscono”, e continua il suo collega U. E.: “Ieri si domandava a certi caporali di venire qui, e nessuno sapeva di questa Commissione”; il presidente tuttavia insiste: “I manifesti sono stati affissi?”; A. T. replica: “Sabato sera erano ancora affissi”. Incalza ancora l’onorevole Parpaglia: “Insomma siete venuti liberamente senza alcuna pressione?”; laconico l’operaio C. S. A.: “Ho sentito dire dall’ingegnere che gli operai erano liberi di presentarsi alla Commissione, e di non presentarsi” e conclude S. A.: “Non c’era però desiderio che fossimo venuti”.

Montevecchio. Cantiere Sant’Antonio

Il tema delle pressioni e dei condizionamenti da parte della società contro la partecipazione degli operai alla seduta della Commissione ricorre di frequente nelle risposte degli interrogati, a testimoniare il timore di possibili sanzioni. Questo, però, non impedirà loro di affrontare questioni delicate come l’organizzazione del lavoro, che nelle miniere di Montevecchio, come nelle altre miniere sarde, presentava molte particolarità e una insolita complessità di tipologie contrattuali. Il rapporto di lavoro non era quasi mai disciplinato da un contratto scritto: talvolta, alcune clausole erano riprese dai regolamenti interni della società mineraria e le si intendevano accettate dagli operai con la semplice ammissione al lavoro.

Centro abitato di Montevecchio nel 1901

In questo incerto contesto, esisteva il lavoro a conto amministrazione con un rapporto diretto tramite salario individuale fra la società mineraria e l’operaio, che doveva pagarsi da solo gli strumenti necessari per il lavoro. Alla domanda dei commissari: “La candela e l’olio a carico di chi stanno?”, D. A. risponde: “A carico degli operai, ed almeno queste spese dovrebbero andare a carico degli industriali”. Vi erano poi le compagnie cooperative, che retribuivano collettivamente i minatori della squadra; se la suddivisione del salario riguardava il cottimo intero, si trattava di una compagnia a cottimo cooperativo; mentre quando la ripartizione riguardava solo il premio ottenuto sulla maggiore quantità di prodotto, il lavoro era organizzato in una compagnia a premio collettivo. Infine, vi era il sistema dell’impresa, con l’affidamento di un incarico a un imprenditore. Queste forme di organizzazione creavano spesso inconvenienti e abusi; specialmente nel sistema a impresa l’impresario realizzava facilmente guadagni illeciti giocando sulla differenza di prezzo fra il cottimo pattuito con la società e la retribuzione dei lavoratori. Inoltre, la misurazione del lavoro a cottimo dava luogo a arbitri e soprusi e il più delle volte generava un sentimento di sospetto e diffidenza tra gli operai, sia per le misure tradizionali e incerte sia per le frequenti contestazioni nei computi. Per questo un commissario chiede ai minatori: “Ci sono impresari?”, L. A.: “No: siamo tutti pagati a giornata. lo sono capo sciolta nominato dall’amministrazione: il capo sciolta ha la paga di lire 2.40 più lire 0.50 come premio”. Nonostante un commissario rassicuri che “l’amministrazione ha riferito che nella sezione di Levante i suoi operai sono divisi in compagnie che lavorano a cottimo cooperativo”, il presidente Parpaglia non è convinto e quando ascolta la deposizione dell’operaio O.G. – “Sono nato ad Arbus, ammogliato con 6 figli. Pago per l’affitto di 4 camere 60 lire all’anno e vivo in un paese vicino. Sono capo compagnia” – balza sulla sedia: “A Montevecchio quindi c’è l’impresario?”, O. G., tradendosi, conferma che “impresario e capo compagnia sono la stessa cosa”; incalzano ancora i commissari: “Proprio così?”, annuisce allora il minatore A. G.: “Si, a Montevecchio non c’è distinzione tra impresario e capo compagnia”. (continua)

W. T.

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