STORIA DI CASA NOSTRA

I riti dell’Argia, a Collinas come in altri paesi della Sardegna

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L’Argia, aracnide lontano parente della pericolosissima “vedova nera”, che da qualche tempo si pensava scomparsa dalle nostre campagne, è invece ancora presente in Sardegna e continua a costituire uno spauracchio per quanti frequentano abitualmente la campagna. Per quanto abbastanza nota agli anziani, non lo è altrettanto per i giovani, ai quali vogliamo chiarire che trattarsi di una sorta di ragno di medie dimensioni che vive principalmente nella macchia mediterranea, spesso fra le sterpaglie o sotto le pietre. La femmina, più aggressiva e pericolosa del maschio, ha la dimensione di circa quindici millimetri ed è caratterizzata da tredici macchie rosse sul dorso; punge prevalentemente durante i mesi estivi in occasione della mietitura, della spigolatura, della raccolta delle fave o durante il pascolamento del bestiame. Ha il nome scientifico di “Latrodectus Tredecimguttatus” e appartiene alla famiglia “Theridiidae”, genere “Latrodectus”.

Si tratta di una sorta di ragno abbastanza pericoloso il cui morso, sebbene quasi impercettibile nell’istante in cui avviene, a distanza di circa un’ora da origine a una serie di vari scompensi, che la letteratura medica indica in: “malessere e sudorazione accompagnati da specifici disturbi neurologici; dolori fortissimi che partendo dalla zona colpita s’irradiano a tutto il corpo, particolarmente intensi nell’addome da essere paragonabili alle doglie da parto; disturbi visivi con ansia e depressione, pianto e sensazione di morte; segni di confusione mentale, irrequietezza e tendenza a tremito; spasmi agli arti inferiori che producono movimenti convulsivi; ritenzione urinaria e qualche volta anche eccitazione sessuale”.

Per fortuna esistono al momento antidoti abbastanza efficaci, sempre che si abbia l’accortezza di stringere opportunamente l’arto interessato nelle vicinanze del morso, al fine di impedire il propagarsi del veleno attraverso le vene, e si sottoponga il paziente alle cure del caso con la dovuta tempestività.

In altri tempi invece, quale antidoto al morso dell’argia, esistevano veri e propri rituali assimilabili quasi a riti tribali, che coinvolgevano parecchie persone. Tali rituali, con varianti procedurali secondo la zona, avevano come unica finalità quella di distrarre la malcapitata vittima dell’argia, possibilmente anche facendola ridere, per consentirgli di superare indenne i problemi psico-fisici determinati dal veleno inoculato dal ragno.

Mancando le testimonianze dirette, che fanno ormai parte della storia dei tempi, anche se non necessariamente remoti, per descriverli ci attestiamo sugli studi compiuti dai vari ricercatori come, ad esempio, quelli compiuti dall’antropologa Clara Galliani, già docente di Storia delle Religioni presso l’Università degli studi di Cagliari fino al 1978, poi trasferita all’Ateneo napoletano e in seguito alla Sapienza di Roma la quale, nei suoi libri “I rituali dell’argia” e “La ballerina variopinta”, descrive dettagliatamente i rituali nelle diverse realtà della Sardegna, studiati anche grazie alle testimonianze dei suoi allievi.

Tali rituali, sarebbero originati da antiche leggende sarde, una delle quali, a esempio, lascia intendere che le argie sarebbero anime malvagie di peccatrici, ridotte a tale rango per aver rifiutato di fare omaggio a Gesù Cristo il giorno di Corpus Domini, Un’altra ancora racconta di un gruppo di giovani che durante una festa di carnevale rifiutarono d’inginocchiarsi di fronte a un Sacerdote che portava il viatico a un moribondo i quali, rimbrottati in proposito, risposero: “ma noi non siamo persone, siamo Argie”. Prescindendo dalle tante leggende paesane esistenti nelle diverse realtà della Sardegna rituali partirebbero dal presupposto che l’Argia, identificata sempre di sesso femminile, rappresenterebbe l’anima di una donna defunta o maledetta, nel suo stato di: “Sposa” (di colore bianco), “Nubile” (maculata) o “Vedova” (nera). In conseguenza di ciò il primo adempimento del “rito” era quello d’individuare lo stato civile dell’argia che aveva inoculato il veleno al malcapitato agricoltore o pastore, generando in lui una serie di scompensi che andavano a incidere anche sull’intera collettività, che in tal modo rispondeva a una sofferenza personale con un’articolata forma di socializzazione.

Il complesso rituale di che trattasi, che presentava delle diversità secondo l’area geografica, manteneva però fissa la propria finalità: quella di distrarre la vittima, assegnandogli spesso compiti specifici, allo scopo di aiutarlo a sopportare i dolori e gli sconvolgimenti psico-fisici provocati dal veleno.

Come accennato, al primo adempimento si dava corso organizzando tre gruppi distinti, ciascuno formato da sette donne, corrispondenti alle tre citate condizioni di stato civile di Sposa, Nubile e Vedova. Ciascuno dei tre gruppi, utilizzando abiti appropriati allo stato civile corrispondente cominciava, uno per volta, a rivolgersi all’argia con canti, danze strane, atteggiamenti buffi o anche osceni, spesso cantando filastrocche di origine locale abbastanza umoristiche o, al contrario, anche palesemente oltraggiose. In particolare, nel caso di argia Nubile, si ballava intorno al paziente, nel caso si argia Sposa, si cantava e nell’ipotesi di argia Vedova si piangeva col classico “attitu”. Intorno alle donne si esibivano altresì svariati uomini muniti di strumenti musicali improvvisati, quali recipienti di sughero usati come tamburi, coperchi di pentole e oggetti vari di cucina che, battuti con forza gli uni contro gli altri, facevano un fracasso indemoniato. Come contorno a tale sinfonia assordante, gli uomini contribuivano a rafforzare l’umorismo della danza in se, con lazzi, sesti e sguaiati moti di spirito che conducevano all’indispensabile ilarità.

Ciò al fine di costringere l’argia ad abbandonare il malcapitato, sdraiato e sofferente nel proprio letto. Come variante al rituale descritto, s’interveniva spesso anche sul paziente stesso, portandolo a braccia sul luogo dell’incidente o infilandolo dentro un sacco e sotterrandolo nel letame fino al collo o depositandolo all’interno del forno ancora caldo.

In base alla risposta che il compimento di tale procedura generava nel paziente, percepibile dalla diminuzione o nell’incremento del dolore o delle convulsioni relative, s’individuava lo stato civile dell’argia, riguardo al quale si metteva in atto la successiva specifica fase Esorcistica.

Questa fase, che si protraeva in genere fino al compimento del terzo giorno, era imperniata sull’esecuzione di cori diversi di concezione locale (muttettus), che spaziavano indifferentemente dalle lodi alle maledizioni, alternando risate e insulti, scherzi e lazzi osceni, senza pregiudizio alcuno.

Trascorsi i fatidici tre giorni l’argiato, sconfitto il nemico, bontà sua, tornava  “… riveder le stelle….”, con grande soddisfazione sua e dell’intera comunità di appartenenza.

 

 

Francesco Diana

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