Cultura

Il bottone sardo e il legame con la dea Tanit

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di Cinzia Mereu
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Con l’arrivo della bella stagione la Sardegna si prepara a fiorire con alcune delle sue manifestazioni più note e fastose, prime fra tutte la festa di Sant’Efisio, che dopo due anni di silenzio forzato si appresta a tornare ai suoi albori.

È in questa occasione che Cagliari diventa il centro di una delle più rappresentative e colorate feste isolane, che con la sua immensa processione accoglie gruppi folkloristici provenienti da tutta l’isola, ammaliando gli occhi dei turisti. Abiti tradizionali dalle tinte e dalle caratteristiche più svariate si susseguono lungo le vie del capoluogo, dando prova dell’immensa varietà culturale che quest’isola al centro del Mediterraneo continua a custodire gelosamente.

Oltre alle stoffe e ai ricami minuziosi, ad affascinare in maniera particolare sono i gioielli della tradizione sarda: anelli, orecchini, collane, ma soprattutto i bottoni, che racchiudono al loro interno una tradizione antichissima.

Utilizzati tendenzialmente per chiudere il collo delle camicie o adornare le maniche di queste ultime e delle giubbe femminili, andando a creare “sa buttonera”, o applicati semplicemente come spille, i bottoni sardi vengono realizzati in filigrana d’oro o d’argento e talvolta arricchiti con pietre preziose.

Tra le varie forme in cui vengono realizzati la più caratteristica è senz’altro quella a globo, con una piccola protuberanza da un lato, tendenzialmente arricchita mediante l’aggiunta di una piccola pietra, che richiama la forma del seno fecondo e materno della dea Tanit, la dea punica della fertilità.

Ed è proprio questo il valore che il bottone assumeva, legandosi alla divinità e rappresentando un augurio di prosperità e fertilità, ma anche innalzandosi a ruolo di amuleto per allontanare l’invidia o qualsiasi influenza negativa.

Oltre a queste funzioni il bottone era utile, inoltre, in base al materiale, alla grandezza e al numero, per definire lo status sociale della persona che lo indossava e di tutta la sua famiglia.

Per tutta questa serie di motivi, questo gioiello atipico, se così lo si può definire, della tradizione sarda, veniva tramandato di madre in figlia, non solo con lo scopo di tramandarne il valore protettivo e benaugurale, ma anche quello materiale, frutto delle abili mani degli orafi isolani, in grado di lavorare minuziosamente la filigrana e di dar vita a questi piccoli capolavori.

Tutt’ora questi gioielli vengono prodotti e adattati all’epoca moderna, utilizzati spesso come ciondoli.

 

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