Peste & Corna Rubrica

IL BUIO OLTRE LA SIEPE

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El pueblo unido… cantavano gli Inti Illimani per denunciare al mondo, dopo la morte di Allende, l’arrivo di Pinochet e della dittatura in Cile, e magari l’abbiamo cantata anche noi per manifestare contro un potere sordo o soltanto per esercitare le corde vocali. Un po’ come è stato fatto in questi ultimi tempi, in Grecia come in Francia e altrove, con Bella ciao. Un momento di ribellione ai fatti quotidiani più sgradevoli o toccanti. Ritmi e toni sono diversi da quelli di Va pensiero: i primi due sono protesta, il terzo quasi un lamento o un invito a ricordare i tempi andati.
E noi che facciamo, cantiamo ancora? Noi andiamo all’estero, lusingati da costi di lavoro più bassi o da finanziamenti-regalo a chi impianta aziende, e liquidiamo fabbriche e dipendenti, salvo poi rientrare dopo aver compreso che anche la professionalità del lavoro incide sulla qualità del prodotto finale, oppure vendiamo l’Italia delle nostre industrie, o aspettiamo che altri la comprino. Vendiamo di tutto come gli ambulanti immigrati, ma in particolare moda, palazzi, squadre di calcio e fabbriche di prodotti vari, e ringraziamo pure che ci sia qualcuno, non importa se viene da paesi arabi, americani, cinesi o indiani, che ci porta i suoi milioni e ci consente di continuare a campare. Che poi il ricavato di quanto si vende sia reinvestito nel nostro paese non è mai certo, ma se lo fosse saremmo sicuramente più ricchi.
Esportiamo i nostri prodotti, spesso di qualità o decisamente innovativi, e importiamo quello che non abbiamo più voglia o non ci conviene produrre. Forse anche perché costa fatica o non siamo preparati per farlo.
Ci aiuterà davvero il Trattato Transatlantico, cioè gli accordi commerciali di libero scambio fra Europa e Usa, o ci renderà ma solo apparentemente la vita più facile? E quali saranno i vantaggi degli eventuali nuovi patti commerciali con altri stati economicamente forti? I vantaggi ci saranno: avremo molta più concorrenza, prezzi forse più o molto più accessibili, ma non sempre la qualità di cui ci vantiamo. E nel settore alimentare potremo scegliere tra le prugne secche, le carni surgelate e gli oli extravergine qualche volta ribattezzati con il marchio del made in Italy, così come si fa per molti altri prodotti. Addio quindi all’agnello e al maialino fatti in casa e all’uovo ruspante. Avremo anche molte altre gioie, fra le quali i mangimi fatti di fantasia e stimoli per l’ingrasso delle bestie, mentre noi poveri isolani continuiamo a mandare altrove i nostri vitelli per l’ingrasso e a tenere troppi campi incolti. Ma questo mercato liberato e allargato concorrerà davvero a migliorare l’economia mondiale o creerà solo altre illusioni momentanee mentre arricchirà ulteriormente le solite multinazionali che tutto governano?
Per quanto ci riguarda da vicino, ci hanno dato, a noi sardi che le abbiamo volute quasi fossero grazia divina, le fabbriche che occupassero gli ex contadini e pastori che faticavano a campare, e molte sono diventate cattedrali nel deserto perchè inutili, abbandonate o non redditizie. Altre fabbriche facciamo fatica a tenerle in vita per ragioni di qualità, o di mercato, o semplicemente per problemi di pessima conduzione. Abbiamo aziende ferme, con i dipendenti a spasso o in cassa integrazione, che hanno ordini da soddisfare e non possono farlo perché ingabbiate in problemi burocratici o amministrativi, come per esempio a Villacidro, dove si apre si chiude o non si sa cosa con la Keller. E altrove, come per esempio l’Alcoa, la Legler e centinaia d’altre. D’accordo, niente aiuti di stato o di regioni, ma se questi enti non possono elargire soldi potrebbero almeno metterci maggiore impegno per ottenere risultati più immediati. Fiumi che straripano, acqua che stagna, incendi che spogliano la natura, terreni incolti e abbandonati, strade dissestate, case vuote o cadenti, opere iniziate e mai utilizzate, servizi inefficienti. Con il mercato senza confini e l’immissione di nuovo denaro avremo forse più consumi (se il denaro arriva a tutti e tutti entrano nel mondo del lavoro) e subito dopo l’inflazione concorrerà a portare nuove distinzioni. La bici va da sola in discesa, ma in salita bisogna pedalare. Non aspettiamoci niente da queste novità, o aspettiamoci solo benefici momentanei, perché quando tramonta il sole, cioè quando si esaurisce l’effetto del nuovo corso, arriva nuovamente il buio. Dobbiamo liberarci una volta per tutte dell’illusione che l’economia possa crescere all’infinito e decidere del nostro futuro, se guidarlo noi, senza velleità o proposte irrealizzabili, o se accettare passivamente il corso delle proposte in atto. Dobbiamo cercare una nuova via, un nuovo indirizzo economico in grado di responsabilizzare e coinvolgere tutti, anziché dare false speranze di benessere. Se ci guardiamo attorno, rinunciando all’idea che sia necessario diventare ricchi o che si possa vivere di assistenza, capiremo quale.

A cura di Edmunduburdu

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