Assemini Attualità

Il canile Dog Hotel di Assemini, più che un lavoro, una missione

Luca e Roberto Chinarello
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Per le amministrazioni comunali sono sì un servizio, ma anche un costo. Che lievita quasi ogni anno. Ad Assemini, per esempio, si è arrivati alla cifra di 200 mila euro annui per accogliere i cani randagi raccolti nelle strade. Poco? Molto? Non parlate però di questo aspetto con Roberto Chinarello, 48 anni, che insieme con il fratello Luca, 40 anni, gestiscono uno dei più importanti canili della provincia, il Dog Hotel, sorto nei terreni al confine con Sestu e Elmas nel lontano 1975 e da qualche anno ereditato dai due fratelli nella gestione e nella passione dal padre Ivano. Parlare con Roberto Chinarello è come scoprire uno mondo che ci sembra di conoscere ma che poi si scopre di percepirlo perlopiù dai luoghi comuni più diffusi. Quali? Per esempio “che i cani non muoiono mai” quasi come ricalcassero un altro luogo comune che appartiene al mondo dei cinesi e che per questo continuino “in eterno” a gravare sulle esangui casse dei Comuni incolpevoli perché incapaci o inadeguati ad adeguati controlli. «Guardi, i Comuni»,  premette Roberto Chinarello nella sua divisa aziendale mentre parla dalla scrivania del suo sobrio ufficio incastonato nel canile, «molti amministratori non conoscono le recenti leggi pure esistenti sui cani randagi e sulla loro cura e molto spesso abbiamo difficoltà a far comprendere loro le opportunità pure esistenti in grado di far calare le spese pubbliche».

Se lo facessero potrebbe anche essere un deterrente per chi basa il proprio lavoro sui cani randagi, i trovatelli e abbandonati? «Ma nemmeno per idea»,  chiarisce Roberto Chinarello, «perché potremmo trovarci a fare meglio il lavoro che già facciamo». E chiarisce meglio: «il nostro compito non è solo dare ricovero a un cane che non ha più un padrone ma soprattutto dar loro le prime cure e favorire la loro adozione, promuove corsi educativi per padroni e cani». Nel canile di Assemini si conta la presenza di «circa 400 cani. Ogni anno ne accogliamo circa 200, 250 di nuovi e ora, agli inizi di ottobre siamo già a 170 nuovi ingressi». Detto così si potrebbe pensare che il canile possa vedere crescere esponenzialmente le presenze. E invece non è così. «Ogni anno contiamo lo stesso numero di adozioni>, assicura Chinarello. Praticamente lo stesso numero di entrate e uscite. Ma c’è un ma. Proprio per favorire le adozioni, da un anno e mezzo abbiamo realizzato a Uta con la collaborazione dell’amministrazione comunale un secondo canile dove gli amici a quattro zampe hanno la possibilità di vivere meglio, di essere educati alla socializzazione con gli altri cani e con l’uomo». Tutto questo per migliorare e favore le adozioni. «Sugli aumentati costi sopportati dalle amministrazioni comunali?»,  si chiede retoricamente Chinarello, «nei contratti d’appalto abbiamo posto delle clausole aggiuntive come quelle che favoriamo l’adozione dando un cane col microchip, responsabilizziamo il padrone che lo richiede offrendogli in cambio per il primo anno la visita bimestrale per l’animale (quindi sei visite all’anno), le medicine occorrenti e persino la sterilizzazione che pure, per legge è a carico dei Comuni se accedessero alle leggi che già esistono». La loro la definiscono “una missione”. «Sui cani, poi, c’è tutto un mondo sommerso», rivela, «fatto di combattimenti illegali tra cani, vivisezione e imbrogli sugli stalli che capita di veder offerti sul web». E un canile che funziona bene, con 20 tra dipendenti e collaboratori aggiunti una quarantina di volontari aiutano a far considerare gli amici pelosi a quattro zampe ancora i “migliori amici dell’uomo”.

Gian Luigi Pala

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