Economia & Lavoro Serramanna

Il carciofo: una risorsa e una scommessa

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La richiesta di un riconoscimento ufficiale per una delle eccellenze nella produzione agricola sarda
nacque circa vent’anni fa, grazie al movimento spontaneo di un Comitato di produttori agricoli, attualmente sciolto e di cui, nel corso del tempo, si sono perse le tracce. Finalmente l’esito di tale iniziativa ha raggiungo l’obiettivo: il riconoscimento della denominazione di origine protetta per il carciofo spinoso di Sardegna. Circa quattro anni fa è arrivato nell’isola l’atteso riconoscimento della Comunità Europea, equiparato alla qualità dei prodotti del consorzio del parmigiano reggiano. Oggi dunque esiste un Consorzio di tutela del carciofo spinoso di Sardegna DOP, con sede a Valledoria e presieduto da Tore Terzitta.
L’ambiente agricolo del Medio Campidano in questi anni è stato per questo obiettivo dunque il promotore di fatto e oggi offre alle aziende agricole la possibilità di un ruolo da protagonista nella prospettiva di un rinnovato sbocco nel mercato ortofrutticolo. Perciò attualmente lo “spinoso sardo” si colloca nel quadro dei prodotti ufficiali “nati e cresciuti” in Sardegna attraverso il riconoscimento del prestigioso marchio.
Una domanda è d’obbligo. Il nostro territorio le cui coltivazioni sono dedicate ai carciofeti può offrire risorse preziose per i produttori che con sempre maggiori difficoltà ottengono l’accesso al credito? In un contesto di mercato ispirato alla tutela del consumatore e specialmente nella valorizzazione del comparto agroalimentare, settore strategico dell’economia nazionale e quindi isolana, per i produttori la strada della certificazione di qualità è tutta in salita. Controlli rigidi determinati da un disciplinare stringente, sul campo, nella trasformazione e nella commercializzazione vincolano l’imprenditore che voglia proporre al mercato un prodotto di eccellenza, appunto di origine protetta. La maggior parte dei produttori, di fronte ai costi elevati, desiste ancor prima di cominciare.
La presenza di questo consorzio, finanziato dalla Regione e che, nell’arco di un quinquennio, dovrebbe vivere delle proprie risorse e dunque raggiungere l’autonomia finanziaria, quale effettivo vantaggio offre alla produzione locale? «Sicuramente un vantaggio nell’ingresso e nella permanenza sul mercato in ragione delle difficoltà sempre esistite, e ancora oggi pesante fardello nel momento in cui si affronta la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli», dice Lodovico Etzi, importante produttore serramannese che nel consorzio ha sottoscritto l’atto costitutivo e che oggi con il fratello e il nipote conducono un’azienda ortofrutticola familiare e che comprende la produzione del carciofo spinoso di marchio DOP.
«Esiste un vizio di origine per la produzione sarda che rende proibitivo l’accesso al mercato», rimarca l’imprenditore agricolo. «Allo stato attuale una moltitudine di colture ha determinato il tramonto della qualità violetto e dello spinoso. E questo ovviamente fa parte delle regole di un libero mercato; la pianificazione sarebbe una bella cosa ma non sempre ha portato bene nell’isola. Il nostro ingresso, come produttori sardi, risulterebbe vantaggioso perché appunto supportato da un riconoscimento ufficiale ed esclusivo. Se ci credessimo tutti non ci faremmo concorrenza e impediremmo l’ingresso di altri produttori nel nostro mercato isolano; l’etichetta in questo caso è la garanzia per qualità e salubrità».
«La tutela per noi consumatori, la distribuzione, le esigenze igienico sanitarie sono parametri essenziali e importanti voci di spesa negli investimenti produttivi e ancora alti sono i costi», aggiunge il produttore serra mannese. «Sappiamo che la certezza del prodotto DOP di fatto impone una confezione particolare, l’utilizzo di un marchio standardizzato e registrato, l’impiego di prodotti compatibili con il rispetto dell’ambiente e del territorio nella coltivazione e nella lavorazione, la tutela del suolo e soprattutto l’osservanza di parametri sottoposti all’autorità di controllo, regionale, nazionale e da parte della Comunità Europea».
«Se i sardi vogliono produrre e vendere carciofo sardo, sotto il controllo dell’origine e la certificazione di qualità, si rende necessario un atteggiamento consorziato», ribadisce Lodovico Etzi. «Quale produttore padano lungimirante per la trasformazione del latte oserebbe uscire o seguire un canale alternativo a quello raccolto attorno al Consorzio del Parmigiano Reggiano?»
«L’occasione della DOP», conclude Lodovico Etsi, «sarebbe una soluzione ideale anche per vincolare lo spinoso alla provenienza esclusivamente sarda. Pochissimi, per diffidenza hanno voluto o potuto sottoscrivere queste condizioni, effettivamente piuttosto pesanti, ma ci sono gli estremi per valorizzare un prodotto molto particolare, che per estensione coltivabile potrebbe adattarsi alla grande distribuzione e ci sembra opportuno, come categoria, inserirci a pieno titolo in una preziosa fetta di mercato invaso da una concorrenza non sempre perfettamente trasparente».
Evidentemente non sono da sottovalutare i vantaggi nella canalizzazione sulla cosiddetta filiera della distribuzione, nota dolente per gli imprenditori che talvolta compensano i difetti di commercializzazione che in Sardegna, da sempre, sono di fatto stati a carico degli imprenditori che assolvono una duplice funzione non sempre realizzabile in maniera adeguata senza privilegiare l’uno o l’altro aspetto della gestione economica. Una strada evidentemente ancora aperta che lascia parecchie incognite e una certezza: nel nostro territorio esistono le condizioni per una importante scommessa sui prodotti locali.

Giovanni Contu


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