RUBRICA. DICO LA MIA

Il caso “Silvia Romano”, fra il “capire” e il “comprendere”, quanti interrogativi

Silvia Romano con la madre
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di Francesco Diana
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Francesco Diana

In questo tormentato periodo, dominato dalla pandemia del Covid-19, ci mancava solo la polemica montata sul “caso” Silvia Romano a violentare il nostro cervello, per cercare di capire ciò che realmente è successo e comprendere il perché di tutto ciò.

Diciamo subito che, per quanto pubblicizzato dai media, ci è sembrato di capire che una splendida ragazza di nome Silvia Romano, che da diciotto mesi era ostaggio di un sanguinario movimento somalo d’ispirazione “quaedista”, conosciuto come “Al Shabaab”, sia stata liberata dall’Intelligence italiana (AISE), grazie anche alla collaborazione di Turchia e Quatar.

La ragazza, allora poco più che ventiduenne, che lavorava come cooperante in Kenya per conto dell’ONLUS marchigiana “Africa Milele”, fu rapita il 20 novembre 2018 nel villaggio di Cacama, a ottanta chilometri circa da Nairobi, da un gruppo di criminali comuni e poi venduta in Somalia, dove fu tenuta in ostaggio fino alla liberazione avvenuta, sempre secondo quanto precisato, il 20 maggio del 2020.

A quanto appreso, aggiungiamo quanto di nostro dominio, precisando che la Somalia è stata per decenni una nostra Colonia e che, dopo la guerra, abbiamo agito da Potenza mandataria per condurla alla piena indipendenza, cosa che peraltro non sembra aver prodotto pienamente gli effetti sperati, giacché non ha impedito la formazione di gruppi terroristici sotto il sacro ombrellone dell’Islam, come appunto “Al Shabaab”, che oggi contribuiamo a combattere coordinando l’EUTMS, che ha il compito di addestrare le truppe regolari somale contro li abusi e le minacce di detto movimento.

Sempre in base alle indicazioni offerte dai media, ci è sembrato di capire che per la ragazza non è stato versato alcun riscatto, cosa peraltro confermata direttamente ai microfoni della TV di Stato, sia dal Primo Ministro Conte sia dal Ministro degli Esteri Di Maio.

A fronte di tante certezze, comprendiamo pure in quali condizioni, sia morali sia fisiche, la ragazza possa aver trascorso il lungo periodo di detenzione prigioniera di Al Shabaad, così come siamo portati a comprendere la sua conversione all’Islam, forse per effetto di quella che è definita come “Sindrome di Stoccolma”, ossia di quell’inverosimile risposta emotiva che porta l’ostaggio a maturare sentimenti positivi nei confronti dei rapitori, spesso contraccambiati dagli stessi sequestratori nei confronti dell’ostaggio, e negativi contro le forze dell’ordine. Peraltro, come noto, la libertà religiosa costituisce uno dei cardini della Costituzione italiana (Art. 19).

Comprendiamo anche la sua felicità nel rimettere piede nel territorio italiano e nel poter riabbracciare i propri cari, benché in deroga alle norme in vigore riguardante la vicenda Coronavirus.

Se però c’è una cosa che assolutamente non comprendiamo, o meglio, ci rifiutiamo di comprendere, è l’eccessiva enfasi assegnata all’accaduto da parte del mondo politico, che ha trascinato uno tsunami mediatico di sproporzionate dimensioni.

Ci saremo accontentati di apprendere della liberazione dell’ostaggio, nel caso in esame di una ragazza italiana, sulla quale che per lungo tempo avevamo ipotizzato il peggio. Il resto riguardava esclusivamente la sua sfera personale, della quale non era tenuta a rendere edotta la comunità.

Silvia Romano

Tuttavia, poiché ciò non è avvenuto, le tante notizie apparse sulla stampa o trapelate dalla miriade di dibattiti televisivi, hanno contribuito a generare in noi una serie d’interrogativi, ai quali non siamo ancora riusciti a dare risposta. Fra questi:

  1. a) se è vera la conversione all’Islam, come dichiarato dalla stessa Silvia, che senso ha parlare di liberazione, poiché quella, a prescindere dalla sindrome di Stoccolma, non era una prigione ma il suo ambiente naturale?
  2. b) se così fosse, perché non informare dell’accaduto le autorità italiane al fine d’impedire un enorme sperpero di risorse, specialmente in relazione alle attuali ristrettezze economiche, e ragionare meglio sulle modalità di accoglienza?
  3. c) se tale situazione fosse stata chiara ai nostri Servizi Segreti, perché organizzare in pompa magna il suo ritorno in Italia, alla stregua di un capo di Stato, col Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri in prima fila? Cosa abbastanza stridente al cospetto dell’indifferenza che, in passato, ha caratterizzato in ritorno in libertà dei tanti sequestrati? A scopo di estorsione, si dirà!  Ma perché, in questo caso, di che si tratta?
  4. d) perché continuare a negare il pagamento di un riscatto, quando negli ambienti politici è dominante il concetto che, come in passato, il pagamento di un riscatto costituisce condizione indispensabile per il rilascio dell’ostaggio?
  5. e) quale sarà stato il prezzo politico pagato o da pagare in favore di Turchia e Quatar, nazioni che, a quanto è dato a sapere, sono state decisivi per la “liberazione”?
  6. f) siamo così malridotti da dover adottare giubotti antiproiettile importati dalla Turchia?

Questi alcuni degli interrogativi che, in questo particolare momento, avremmo sicuramente fatto a meno di porci! Tuttavia riteniamo che ciò costituisca un’anticipazione del ritorno ai sistemi di vita compatibili con la Fase 2 del Covid-19 che, come ipotizzato, saranno diversi rispetto al passato, ma certamente non esenti dalle eccezioni, come dimostrato dal caso in esame.

 

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