Cultura

Il Cinque Maggio

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di Toto Putzu gonnensis
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Questa pagina napoleonica è scritta non solo per i lettori della Gazzetta del Medio Campidano ma anche per i genitori che hanno figli maturandi, per i quali è soprattutto pensata in funzione della maturità in questo loro anno scolastico a singhiozzo a causa della pandemia.

Nella sperduta isola di Sant’Elena, che prima del Canale di Suez del 1870 era un approdo fondamentale dell’Impero navale britannico, a metà tra l’Africa subequatoriale e il Brasile, prigioniero dell’Inghilterra, il 5 Maggio 1821, comunicato e con l’estrema unzione, a 51 anni appena moriva il laico Napoleone Bonaparte. Non c’erano telefoni, telegrafi, TV nè telefonini e la notizia giunse in Europa un mese dopo. Manzoni lo seppe a Giugno e ne rimase talmente turbato che si mise a tavolino nella sua casa nobiliare a un passo dal Duomo di Milano e buttò quasi di getto la celeberrima Ode: “di getto” si fa per dire, egli non era un lirico come Foscolo, Goethe e Carducci o Monti che avevano la penna facile. Era un romantico ma non era un lirico: per le due mogli non scrisse una riga, né per gli otto figli che dovette sepellire; non scrisse né “Pianto antico” né “In morte del Fratello Giovanni”, né una poesia per se stesso. Però un uomo molto profondo, meditativo e tormentato e ciò nonostante ci impiegò appena quattro giorni (una rapidità assolutamente insolita per lui) per questo piccolo capolavoro che gli procurò fama internazionale, al punto che Goethe ne fece subito una versione in tedesco altrettanto celebre:

Er war-und wie, bewegungslos
Nach letztem Hauche-Seufzer
Die HA1/4ll lag, uneingedenk,
Verwais’t von solchem Geiste:
So tief getroffen, starr erstaunt
Die Erde steht der Botschaaft.

Non l’ho citato per esibizionismo letterario, ma perché sarebbe utile un esame sinottico  delle versioni anche in inglese, in spagnolo, in francese e in russo che ne sono state fatte, per vedere come da una lingua all’altra cambia l’originale, spesso migliorandolo.                                                                                                                                       Scritto sine ira et studio,  fu un atto poetico di coraggio: ricordiamoci che siamo a Milano, allora non in Italia ma in Austria sotto  la feroce Restaurazione del Metternich, dopo il Congresso di Vienna, e parlare o scrivere di Napoleone era tabù. Io ho avuto la fortuna di leggere a Torino al Museo del Risorgimento una delle copie autografe nella limpida calligrafia manzoniana, ed emozionato mi trattenni a leggerla più volte prima di procedere oltre nella visita al Museo. Cinque Maggio e boh, senza l’anno. Tre mesi prima Manzoni ne aveva scritta un’altra di ode, che per non rischiare la galera, pubblicò solo molto dopo, durante la Prima Guerra d’Indipendenza del 1848. E’ l’ode Marzo 1821, e lì la data c’è, né poteva mancare. Per chi non la ricorda comincia così, in bellicose ottave tirtaiche di decasillabi, una prozia dell’inno di Goffredo Mameli:

Soffermàti sull’arida sponda

Volti i guardi al varcato Ticino,

Tutti assorti nel novo destino,

Certi in cor dell’antica virtù,

Han giurato. Non fìa che quest’onda

Scorra più tra due rive straniere:

Non fìa loco ove sorgan barriere

Tra l’Italia e l’Italia mai più!
et cetera

Il Cinque Maggio è un’altra cosa, fur ewig, forever, quindi senza l’anno specifico, e bisogna spiegare il perché. Per contestualizzare, due anni prima, nel 1819 un ventenne a Recanati aveva composto l’Infinito metastorico, mentre Manzoni più grande, 35 anni, convertitosi a Parigi nel 1810, ha finito di comporre gli Inni Sacri, le due tragedie storiche e nel ’21 ha quasi concluso  i futuri Promessi Sposi che  allora s’intitolavano Fermo e Lucia. È un’epoca di creatività lenta ma febbrile. La notizia della morte di Napoleone giunge come un fulmine a ciel sereno che folgora il poeta storico lombardo, il quale aveva conosciuto de visu a Notre Dame il fasto dell’incoronazione immortalata dal pennello di Davìd. E come Beethoven, Foscolo, Goethe, Stendhal, Goya, Hegel, Tocqueville, De Maistre, Chateaubriand, Walter Scott, il giovanissimoVictor Hugo, Puskin, Byron, Heine, conobbe tutto il resto dell’epopea e della tragedia. Da qui l’incredulità e lo stupore con cui comincia l’ode. Ei fu-=morto! Siccome immobile= morto! Dato il mortal sospiro= morto! Stette la spoglia immemore= morto! Orba di tanto spiro= morto, così percossa e attonita la terra al nunzio sta, come se la terra intera fosse morta insieme a lui. Manzoni non è un poeta lirico, è un poeta storico, un neofita cristiano illuminato e illuminista, e liberale soprattutto. Il Cinque Maggio è come coevo della Pentecoste, l’ultimo inno sacro iniziato nel 1817 e finito e rifinito nel 1822, e anche l’ode per Napoleone è a suo modo un inno sacro, sub specie aeternitatis.
L’Imperatore non viene mai nominato, nonostante ne narri tutta l’epopea, e la data di morte è una data qualsiasi del calendario, come il 5 Aprile o il 5 Settembre o il 14 Giugno. Il tempo ha detto Einstein è una illusione fisica, ma dal punto di vista metafisico manzoniano o dantesco della Commedia non si misura “per calende” e si potrebbe dire, parafrasando Leopardi, “non ha la storia un frutto, inutile miseria”. Sembra di leggere l’incipit biblico dell’Ecclesiaste: omnia vanitas vanitatum. La vanità dell’opera di un self made man, di un uomo venuto dal nulla, partorito ad Aiaccio, allora un natio borgo selvaggio della Corsica recentemente francese, da Letizia Ramorino da sola nel cortile di casa perché non fece in tempo a recarsi nella camera da letto. La vanità dell’opera immensa e frenetica di un Generale guerriero diventato Imperatore illuminato che è nel molto bene e nel molto male uno dei padri dell’Europa come lo furono a suo tempo Carlo Magno e Giulio Cesare. Il passaporto, il catasto, l’Università Statale, la Normale di Pisa e la Scuola pubblica, il Codice di Diritto civile, la Banca, la Borsa, il libretto del lavoro e tanto altro del nostro tempo liberale sono opera sua, come il rotondo alfabeto carolingio è ancora il nostro e il calendario giuliano di Cesare o l’Ellenismo e la fusione con-fusione della civiltà mediterranea fu opera perenne di Alessandro Magno fino all’avvento dell’Islamismo. E compì queste riforme antifeudali rivoluzionarie e imperiture in appena un decennio (la metà del tronfio ventennio mussoliniano) pur tra guerre continue,  fino all’ultima, la sconfitta in un oscuro villaggio del Belgio, Waterloo, a causa della “boue”, il fango della pianura dovuto ad un’estate sempre piovosa e annuvolata a causa di una violentissima esplosione vulcanica avvenuta in una remota isola dell’Oceania che scombussolò il clima della terra intera, e a causa di un violento attacco di emorroidi che gli impedirono la tempestiva cavalcata sul suo stallone arabo e arrivò in fatale ritardo nel campo di battaglia. Napoleone è un gigante della Storia umana, e ai posteri tocca e toccherà nei secoli l’ardua sentenza, cosa che non si può dire di Hitler il quale, invasa la Francia, si recò in servo encomio e in codardo oltraggio a rendere omaggio alla salma dell’Imperatore. Napoleone fu “un profeta armato” e secondo il Machiavelli i profeti armati vinsono e quelli disarmati ruinorno. Militarmente nato e cresciuto all’Accademia di Bayonne, la città delle bayonnettes, la guerra per lui non fu un mein Kampf, né dichiarò guerre a casaccio come qualcuno a Palazzo Venezia. La dichiarazione “universale” dei diritti dell’uomo e del “cittadino” del ’79 era una dichiarazione di guerra contro il “”Feudalesimo”che ereditò e voleva portare a compimento. La storia però non lo esaudì, nonostante l’assioma classico iuvat fortuna audaces e il concetto machiavellico che, la fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sotto,batterla e urtarla e sempre come donna, è amica di giovani che più audaci la comandano.” Credo che sulla Storia abbia invece ragione Eugenio Montale:  

“La Storia non si snoda

come una catena

di anelli ininterrotta.

In ogni caso

molti anelli non tengono.

La Storia non contiene

il  prima e il dopo,

nulla che in lei borbotti

a lento fuoco.

La Storia non procede

né recede, si sposta di binario

e la sua direzione

non è nell’orario.

Certamente non merita il Nobel per la Pace: non lesse la Pacem in Terris di Papa Roncalli, né conobbe il si vis pacem para pacem di Paolo VI, ma si vis pacem para bellum. Sotto il cuscino aveva il De bello gallico di Cesare e Le vite parallele di Plutarco e Goethe applaudì alla battaglia di Valmy che salvò la Rivoluzione dall’assedio della Santa Alleanza, Beethoven gli dedicò l’Eroica e Foscolo l’Ode a Bonaparte liberatore ma poi se ne pentirono, e non solo loro, come Byron e Puskin; Goya lo spagnolissimo, quello dei Desastres de la Guerra fu suo acerrimo nemico e morì però a Bordeaux. Tuttavia se alla Storia dobbiamo dare un senso, e alla sua, un significato, una direzione e un fine, hegelianamente parlando, secondo l’interpretazione manzoniana, Bonaparte rappresenta lo “Zeitgeist” lo spirito del tempo, e cioè a suo modo l’uomo della Providenza che infligge un colpo mortale al Feudalesimo:

Fu vera gloria? Ai posteri

l’Ardua Sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del Creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

Goethe si stupiva di come questo genio pratico e demiurgico, prometeico, dal caos e dal disordine del Terrore sapeva portare a termine la Revolution in uno stabile regime borghese, dal disordine all’ordine. Ogni rivoluzione per affermarsi però si trasforma in Dittatura. Fu il tormento gramsciano dei Quaderni dal carcere. Per ossimoro fu un tirannico libertador che tentò di imporre allower in Europe la dittatura della Borghesia prima che Marx inventasse la dittatura del Proletariato. Ci voleva un Genio=colui che genera, e Bonaparte geniale lo fu come Generale e come uomo di Stato, progettatore del futuro di un’Europa moderna unificata, non più carolingia, ma liberale e capitalistica nell’incipente rivoluzione industriale.Che dire oggi a 200 anni dalla morte? La Storia non si fa con i se, bensì con i fatti. Dalla Russia nel 1812 della sua invincibile armata di 500.000 soldati tornarono in appena 25.000.

Le retraite de Russie

Il neigeait. On était vaincu par sa conquete;
Pour la première fois laigle baissait la tete.
Sombres jours! L’empereur revenait lentement,
Laissant derrière lui bruler Moscou fumant.
Il neigeait. L’apre hiver fondait en avalanche.
Après la plaine blanche une autre plaine blanche.
On ne connaissait plus les chefs ni le drapeau.
Hier la grande armée, et maintenant troupeau,
On ne distinguait plus les ailes ni le centre.
Il neigeait. Les blessés s’abritaient dans le ventre
Des chevaux morts; au seuil des bivouacs désolés
On voyait des clairons à leur poste gelés
Restés debout, en selle et muets, blancs de givre,
Collant leur bouche en pierre aux trompettes de cuivre.

Ma se avesse detronizzato i Romanov e il Feudalesimo Zarista, forse avremmo avuto una Europa liberale unificata manu militari, avremmo avuto (forse) l’unità d’Italia prima e meglio senza i Savoia, non avremmo avuto (forse) la prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione bolscevica. Forse! Però non avremmo avuto Guerra e Pace di Tolstoy, l’Ouverture solemnelle 1812 di Chaikowskj per a liberazione di Mosca, il Lago dei cigni e tanto altro. Dettando le bozze delle sue memorie a Las Cases poco prima di morire confidò che se non fosse stato sconfitto in Russia sarebbe stato lui a creare nel Continente un vero e giusto equilibrio, garante della pace e dell’aspirazione dei popoli, consolidando ovunque gli ideali dell’89, e che avrebbe lui realizzato prima ciò che gli altri avrebbero fatto dopo con più sacrifici e più sangue. Il Congresso di Parigi, non quello di Vienna e l Santa Alleanza.Noi posteri che abbiamo conosciuto lo “scramento” di due Guerre mondiali per arrivare all’Europa Unita dobbiamo dargli ragione. Fu un rapinatore di oper d’Arte per il Louvre, ma fu anche un dovizioso mecenate che finanziò la conclusione del Duomo di Milano, appassionato di Fisica, Matematica e di Scienze, preinventore del Premio Nobel (Alessandro Volta), padre dell’Economia e della Finanza francese: nella Capitale della Rivoluzione con l’inflazione alle stelle, nelle macellerie si vendevano le “matrone” delle fogne di Parigi, e invece alla Francia lasciò il marengo d’oro e le fiorenti Industrie tessili di Lione, nonostante tanti lutti e sangue. Erede  della gigantesca Enciclopedia delle Arti e dei Mestieri di Diderot guardava al futuro e con lui nacque l’Egittologia . Convinto di finire negli Stati Uniti e non nell’isola di Sant’Elena, ecologista ante litteram pensava di dedicarsi alle scienze e allo studio della natura nella terra di Benjamin Franklin (quello del parafulmine), negli Stati a cui la Francia aveva venduto la Louisiana. Per ironia della sorte proprio in America si trova un suo cimelio e una sua reliquia: il medico britannico che lo aveva in cura evirò il suo cadavere e conservò il fallo in formalina per dispetto personale , e ora nel nuovo mondo riposa  in pace. A proposito di fallo, con le donne, per usare un eufemismo, era piuttosto disinvolto e militaresco. Chi volesse capire chi era e come era colui che inventò lo Stile Impero si visiti il Museo napoleonico a Roma davanti al Lungo Tevere, Palazzo Pitti a Firenze , il Palazzo Reale a Milano e la sua Biblioteca scientifica all’Isola d’Elba.

Anch’io senza volerlo oltraggiare, ai tempi in cui insegnavo, per i miei alunni a mia volta ho voluto rendere in sardo la celebre Ode, sperando di non aver fatto troppi danni, perché con Bonaparte la Sardegna ha la vicinanza con la sua Corsica natia (anche se egli si vergognava di essere un corso), il suo passaggio alla Maddalena contro l’ammiraglio Nelson, e la sconfitta, che il sabaudo Domenico Millelire inflisse ai Francesi guidati dal giovane Caporale rivoluzionario che si erano accampati presso Cagliari dove oggi ci sono Is Mirriònis, che deriva da les mirrions, le berrette dei rivoluzionari francesi.

Su cincu de Mayu

S’est mortu. Cìrdiu e fridu

senza’e torrài plus suìdu

sa salma senza’e ammentu

de tantu alénu sbuìda,

uguali in mannu spantu

su mundu est tottu cantu,

 

mudu penzendu a s’ultima

hora de un tantu nomini,

no scièndu candu un pèy

in terra de un altru homini

su prùini insanguentadu

bèngat torra a pistai.

 

Cittìu senza’e fai sonu

dèu idd’happu connottu,

scéttru e corona in tronu

candu è arrùttu e risortu,

poi spérdiu, ma tra mìmi

tentu idd’happu pro mìmi;

 

senza’e iddi fai frallùstas

né furca in traitorìa

mò a mortu in cussa losa

stèrru sa rima mia,

un cànticu de alàbu

chi no hat a teni acàbu.

 

de is Alpes a su Nilu,

de su Tagu a su Renu

fu lestru che unu lampu

a scorriu in su serenu,

de s’Italia a is Cosàccus,

tra is màris, tzàrra’e màccus.

 

Ma custu a ita est serbìu?

Sa Storia idd’hat a scrìre.

Humili a modu miu

m’incrùbu a Deus, chi a un Sire

sa forza sua hat imprìmiu

in terra, e idd’hat cumprìmiu.


Sempri a animu in trumbùllu,

un’asurìa’e no crey

cussu soldadu’e nudda

chi pùnnat a essi Rey,

e un tantu prémiu inchisit

chi un maccu no s’atrìvit.

 

Tottu hat connottu: is triumphus

costàus una pèrra’e ogu,

sa fùa, ma hat bintu torra

duas bìas strumpàu in terra,

s’esìliu e torra in tronu

duas bìas, poi s’abandonu.

 

Un  Nomi’e fai assustu;

dùos sèculus nemigus

conca a pari, is arrìgus

incrùbant a s’Augustu

chi de Arbitru s’est sétziu

in s’atrupéllu issoru.

 

Sparéssiu de suncùnas

che nèmus est  torradu,

presonéri tra is dùnas

de un’insuledda stràngia

sinnu’e tirrìa e de sàngia

e de profunda stima.

 

Péus che in d’unu naufràgiu

arrùit in conca grai

s’unda in s’hora’e appubài

debàdas un miraggiu,

s’unda chi iddu strantàxat

ma avattu idd’accarràxat;

 

gai grai su muntoni

‘ddu tùdat de is memorias:

cantu’ortas s’intenzioni

de contai cussas storias

pro su tempus lontanu

ma arréndia s’est sa manu.

 

cantu’ortas in su mudu

tramontu’e una die sbuìda,

is manus in busciacca

a conca arréndia e frimu

castiendu sa risacca

si bisaìat che primu:

 

penzendu torra a is tèndas,

a is trinèas, a is campus,

a is cuàddus a cadràmpus,

a is trùppas suas tremèndas,

s’ordini dadu in presse

e s’obbedì de presse.

 

Ita tortura manna

is pènas de s’ammentu,

tra annéu e disispéru:

ma de Celu sa Manna

de su Celesti Impéru

pòmpia est a salvamentu.

 

e c’idd’hat arregortu

càdia a s’Eternidadi

aundi pro cunfortu

c’est Fidi e Caridadi,

aundi s’humana gloria

è un nudda che sa Storia.

 

Fidi immortali, tui

Chi bìncis a omnia guerra,

una candèla allùi,

ca ingenugau s’è in terra

un Superbu che Issu

anant’e un crucifissu.

 

Mò a cussu corpus mortu

Fastìmus plus no fèrrat:

Deus chi àlziat e chi attèrrat,

pùnit e dat cunfortu,

cum issu tristu e solu

s’est stérriu in su lenzolu.

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