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Il cittadino comune, figlio di un dio minore?

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di Francesco Diana
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Francesco Diana

Definire la figura del “Cittadino comune” rappresenta un compito abbastanza arduo, considerate le possibili varianti che possono incidere sul suo “essere comune”. Tuttavia cercheremo di cimentarci nella descrizione delle caratteristiche che, a nostro giudizio, lo differenziano all’interno della Società.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che, nei secoli, il cittadino comune ha costituito, percentualmente, la maggioranza della nostra Società, caratterizzandola nel contesto dello scenario mondiale.

Egli, fin dai tempi più remoti, ha conseguito tale connotazione dalla nascita. Come in attuazione di un disegno predeterminato, veniva al mondo negli angusti ambienti della modesta casa di famiglia, assistito dai familiari e dalla solita “praticona”, a differenza di chi nasceva nelle lussuose case delle famiglie “bene”, con l’assistenza dell’ostetrica professionale e del medico amico di famiglia. Oggi viene al mondo negli ospedali pubblici, a differenza di chi, invece, inizia il percorso di vita in lussuose cliniche private, assistito da personale medico di chiara fama internazionale. Evidenzia doti intellettuali quantomeno simili a chiunque altro, doti che, in genere, non riesce però a esprimere poiché compresso all’interno della Società capitalistica, che lo pone in posizione di subalternità rispetto alle varie lobby.

Eppure la Costituzione Repubblicana, all’art. 3, sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

È proprio così?

La realtà, purtroppo, evidenzia invece una situazione che, per di beneficiare dei servizi pubblici cui avrebbe diritto, vede il cittadino comune sottostare a varie forme di dipendenza, .

Egli galleggia nel “mare magnum” di una Società che lo vede costantemente sballottato fra i flutti prodotti delle strutture private espressione del potere finanziario e quelli propri delle strutture pubbliche che, guarda caso, lui stesso ha contribuito a creare e consolidare, nella speranza di vedere riconosciuti i propri diritti, a prescindere dalla particolare collocazione sociale, culturale, religiosa o territoriale.

Nel suo galleggiare, purtroppo, le vessazioni peggiori le subisce da una parte di quel personale pubblico che, spesso per “grazia ricevuta”, a volte anche per merito, ha compiuto la scalata sociale senza avere nel proprio DNA gli elementari caratterizzanti, propri degli addetti destinati allo svolgimento di un servizio pubblico.

Non parliamo, poi, del linguaggio astruso di uso corrente, accessibile unicamente a una ristretta cerchia di persone, spesso appesantito dall’abuso di termini in lingua inglese dei quali, anche chi li usa, molto spesso non ne conosce il significato reale.

Già, il linguaggio, in altre parole il sistema di comunicare fra le persone all’interno di una Società. Sappiamo tutti che comunicare significa trasmettere un messaggio al proprio simile, nella forma più semplice possibile perché possa essere agevolmente e correttamente percepito da chi lo riceve; e poiché fra questi ultimi, guarda caso c’è anche il cittadino comune che, ribadiamo ancora una volta, costituisce una componente maggioritaria all’interno della Società, trasmettere il messaggio adottando termini a Lui notoriamente astrusi, rappresenta un’estrema scorrettezza.

In generale, quindi, la comunicazione non tiene conto del fatto che trasmettere correttamente un messaggio, non significa fare sfoggio del “bel parlare”, esaltando le proprie capacità oratorie, o esternando le proprie doti intellettuali con frasi ricercate, condite di termini inglesizzanti o principi scientifici astrusi, ma deve avere come unico scopo quello di far capire alla totalità dei destinatari, l’esatto significato del suo contenuto. Insomma, chi scrive o parla, deve mettersi nei panni di chi ascolta e adattarsi alle sue capacità di ricezione del medesimo.

Di questi tempi anche il “politichese classico” è stato sostituito con un linguaggio più accessibile ai più, ma dai detrattori identificato, a torto o a ragione, come una forma di “Populismo” associata a un’area politica ben definita.

Tuttavia il “cittadino comune”, avverte in ciò una forma di comunicazione di circostanza, artatamente adottata quale forma di condivisione delle istanze populistiche, ma che nella sostanza continua a celare ancora una volta piani e programmi in essere, in favore di quelle categorie o lobby che costituiscono la base elettorale di ciascun partito.

Insomma Lui, il “cittadino comune”, secondo accreditate linee di pensiero, non deve proprio capire e fidarsi di ciò che gli dirà il suo politico di riferimento oppure, in alternativa, rivolgersi all’amico “letterato di turno”, nella speranza di avere un’interpretazione fedele del messaggio captato dalle sue orecchie.

Ancora Lui, in occasione delle competizioni elettorali, sarà nuovamente destinatario d’idee e programmi illustrati con linguaggio accessibile e dovizia di particolari, ma nel momento in cui tenterà di verificarne l’attuazione, si troverà ancora una volta a dover impattare su forme di comunicazione a lui inaccessibili.

Tutto ciò costituirà per Lui oggetto di riflessione in previsione delle future campagne elettorali, che inevitabilmente lo porranno, in quanto componente maggioritaria dell’attuale elettorato, al centro delle attenzioni di tutti i partiti politici. A loro chiederà maggiore rispetto da parte di chi rappresenta le istituzioni ed estrema chiarezza nel linguaggio della comunicazione durante le varie fasi di attuazione dei programmi condivisi o concordati.

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