Attualità Il Personaggio

Il professor Toto Putzu nel ricordo affettuoso e riconoscente di una sua allieva

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di Simona Simbula

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Dopo ben ventiquattro anni della mia vita da studentessa, mi volto indietro e ritrovo i ricordi più belli, le avventure più eccitanti e le esperienze più incisive: la psiche fa una cernita efficace e decide ciò che va conservato e ciò che va rimosso… Oggi, l’insegnante sono io, e sono tante le figure cui devo la mia formazione, ma alcune, in particolare, spiccano su tutte e non ringraziare di averle incontrate sarebbe un sacrilegio.
Un cardine fondamentale, per me, è stato Toto Putzu, l’uomo più strano e controverso, gigantesco nell’animo quanto esile in apparenza, la prova vivente che, per plasmare giovani menti e affascinare quelle non più giovani, muscoli e avvenenza niente possono, al cospetto di un intelletto smisurato.

Classe III D, anno scolastico 1989-90

Queste parole sono per lui, con gratitudine e affetto immutato dopo la bellezza di quasi trent’anni: da docente ho cercato invano di somigliargli, da studentessa lo ringrazio per aver condiviso con me una parte del suo sapere, come donna gli devo la capacità di pensiero critico che ha iniziato a prendere forma a partire dal nostro incontro. Ho scritto velocemente e sotto la spinta di grandi emozioni, forse malamente, ma non sarebbe lo stesso se “limassi” via le inesattezze dal brano… lo lascerò così, sperando che appaia come ciò che è: un piccolo tributo a una grande persona con cui sarò per sempre in debito. Buona lettura, prof… spero si riconosca e che apprezzi il tentativo: come il Leopardi, nemmeno lei può essere definito da banali descrizioni. Un abbraccio forte.
Simona, III D, anno scolastico 1989-90

“Gli anni gloriosi del mio liceo coincisero coi tempi dei paninari, dei dark, e dello studio “serio ma non troppo”, quando, cioè, si studiava tanto, esercitando la memoria e il ragionamento, e, spesso, avevamo, io e i miei coetanei, tanti di quei compiti per casa da metterci le mani nei capelli. Le ricerche, ad esempio, si facevano ancora in cartaceo, con fatica e in bella grafia, dopo aver reperito le informazioni nella biblioteca comunale, sui vecchi libri di parenti e amici, o sull’enciclopedia​ faticosamente acquistata a rate dai genitori. Ero fortunata: molti dei miei amici erano finiti nei corsi “critici”, quelli con gli insegnanti “di ruolo”, che difficilmente avrebbero lasciato la cattedra prima della fine della carriera. Oggettivamente, sentivo parlare di mostri sacri il cui solo cognome era capace di incutere un terrore profondo: c’era quella di greco e latino del ginnasio, per dirne una, che ad ogni scrutinio falcidiava sistematicamente un numero altissimo di vittime; e c’era quella di matematica che aveva fatto, dell’affibbiare tre e quattro nel registro, la sua attività preferita. Per quanto fossi motivata, curiosa e in grado di studiare produttivamente, ero fermamente persuasa che la sorte avesse voluto favorirmi quando venni inclusa nelle classi dei corsi “terminali”, dove i professori erano preparati, disponibili e ancora animati dal sacro furore che dà trasmettere la conoscenza; non avrei mai potuto superare certi scogli e, in più, la mia voglia giovanile di ribellarmi a qualunque forma di autorità mi avrebbe, sicuramente, bruciato ogni opportunità.

Toto Putzu con il cantautore Finardi

Quando conobbi Toto Putzu, ero all’ultimo anno. Il precedente professore di lettere, Roberto Marini, giovane e bravissimo, era appena andato via, strappando a tutti non poche lacrime. Ero preoccupata, oltre che triste: chissà chi sarebbe arrivato, per guidarci sino alla fine dell’ultimo, delicato anno, e durante la prova di maturità. Avevamo appena perso un docente eccellente, ma anche un amico. Si mormorava, nei corridoi, che sarebbe arrivato un docente di Gonnosfanadiga, uno di quelli “terribbbbili”, dritto dritto dalle magistrali, dove aveva “impaurito e divorato” una serie di maestrine in erba, fatto strage di ignoranti e supponenti, e bocciato senza pietà gente che, diversamente, adesso sarebbe a piede libero dentro la scuola primaria… Si mormorava che fosse un drago, nella sua materia, ma che annientasse gli studenti mediocri con un getto di fuoco emesso direttamente dalle narici, e che, in seguito, facesse rimuovere le ceneri in gran segreto da un bidello accondiscendente. Si diceva che avrebbe stroncato almeno il cinquanta per cento di noi, proprio a un passo dall’esame. Insomma, se ne dicevano tante, ma niente avrebbe potuto prepararmi a quella che fu la realtà. Si presentò in classe, una mattina, con un malloppone di libri sul braccio, e sedette in cattedra come se quello fosse stato, da sempre, il suo posto. Non ci diede molta importanza e non si sdilinquì in convenevoli. Io, dal primo banco, lo studiavo così come si studia un animale mai visto. Era piccolo, calvo, apparentemente inoffensivo, e parlava con un tono di voce pacato che, inizialmente, poté solo spingermi al confronto con le lezioni animate e piene di passione a cui avevo assistito sino all’anno precedente. Indossava un completo marron, lo stesso che avrebbe sempre indossato, tutti i giorni, sino alla fine dell’anno, e sembrava davvero poco comunicativo e poco “coinvolto”… Non è esatto dire che lo detestai: diciamo che ne fui spiazzata, che mi causò un certo disorientamento… e che mi preparai, mentalmente, a un anno da finire più in fretta possibile. Aggiungiamo anche che raramente, nell’arco dei trent’anni successivi, ho preso una simile cantonata.
“Il prof”, come lo chiamavamo noi, non guidava. Nossignore, in un periodo storico in cui persino l’anziana lattaia sotto casa provvedeva a “rendersi versatile ed emancipata”, lui si rifiutava di contribuire al buco nell’ozono, e già questo ne faceva un alieno. Prendeva il nostro stesso pullman, lui. Esatto, quello degli studenti. Oddio, dire che lo prendeva è un’affermazione un po’ forzata. Spesso, era il pullman a prendere lui. Perennemente, il prof era in ritardo, quindi, noi “nonni”, che sedevamo negli ultimi sedili, lo vedevamo inquadrato nel grande vetro posteriore, rincorrere il pullman per un centinaio di metri, mentre noi, prima solo uno o due, poi tutti insieme, cominciavano a gridare all’indirizzo dell’autista “Si fermi! Fermaaaa… c’è il professoreeeee…” A quel punto, gli autisti comprensivi si fermavano e aprivano le porte, e il prof entrava, saliva i gradini e salutava con un cenno della testa, senza mai cambiare espressione, come se prendere il pullman al volo fosse una cosa assolutamente normale. Noi ci producevamo in una serie di urlacci di benvenuto, e lui salutava con la mano, senza scomporsi, né felice, né scocciato, e si sedeva nei posti davanti. Quando l’autista era meno comprensivo, arrivavamo a scuola e, come per magia, il prof era già lì, dietro la cattedra: ci aveva preceduti, e come avesse fatto rimaneva un mistero. Le ipotesi erano varie: a cavallo? Ma non c’erano cavalli legati a nessun albero, nel giardino del liceo… In bicicletta? Aveva una sua auto con autista? Nessuno seppe mai spiegare, arrivammo a pensare che avesse la capacità di teletrasportarsi…

Le sue lezioni, inizialmente, mi sembrarono lente, soporifere… Il tono monocorde mi faceva accartocciare sulla sedia, munita di foglietti e matita, per “pasticciare” cercando di ingannare il tempo. Disegnavo fiori, farfalle, cuori intrecciati, donne seminude, perché nude non si poteva, funghi, chiodi, tazzine, gelati… mente lui parlava di Seneca, Tacito, Ovidio, in un fiume di parole che, nelle fredde mattine di inverno, aveva il potere di rendermi irascibile e sonnolenta. Non mi richiamava mai, come non richiamava nessuno, ma era impossibile che non vedesse che ero impegnata in altro… Semplicemente, lui svolgeva il suo compito, lasciando a noi la scelta di infilare le sue parole nel nostro bagaglio o di lasciarle andare.
Dovette trascorrere un po’ di tempo, prima che mi rendessi conto che era decisamente fuori dalle righe.
Cominciai a rivedere le mie opinioni sul suo conto , forse, a un mese dal suo arrivo: una mattina, si alzò dalla cattedra e andò alla lavagna… Disegnò un nobiluomo romano, sdraiato su quella che oggi definiremmo una chaise longue, che, dopo un pranzo, mostrava gli evidenti effetti dell’abbuffata e… della compagnia delle danzatrici! Nell’aula ci fu uno scoppio di risa, qualche commento, qualche esclamazione di imbarazzo… E il disegno del nobiluomo, con la tunica gonfiata dalla pancia e, poco sotto, da una modesta erezione, rimase lì fino alla fine dell’ora.
Non passò molto tempo, prima che ci accorgessimo che l’ora di latino, in una maniera che i docenti di oggi, con prosopopea, definirebbero “Interdisciplinare”, era l’ora di latino, greco, musica, geografia, arte, storia e geometria e pure un po’ di meccanica e di cinema, tutto insieme… Ricordo il mio sgomento quando, sotto interrogazione, tentai disperatamente di tradurre un brano, estrapolandone almeno il senso generale e senza lasciar trasparire che, come sempre, a casa non avevo aperto il libro. Nello stridore delle mie unghie che scivolavano sugli specchi, lui mi domandò, non so se per agevolarmi o per darmi il colpo di grazia: “Dove si trova Crotone?” Io lo fissai, allibita, a metà tra l’impulso a controbattere polemicamente che quella era l’ora di latino, non di geografia, e la voglia di scomparire nel nulla, portando con me la mia abissale ignoranza. Aprii la bocca per mormorare un “ehm…” poco convinto, e lui rincarò la dose: “Non Scrotone, eh, Crotone.” Diventai viola, mentre il tuono delle risate della classe mi sommergeva senza pietà. Coi compiti di italiano, non andò meglio: il prof aveva una scala di voti che non contemplava l’otto e il nove. Del dieci, credevamo non conoscesse nemmeno l’esistenza. Ci consolavamo dicendo che prendere sette con lui era come prendere undici con la professoressa di greco, ma, in fondo, sapevamo di trovarci davanti un uomo che possedeva realmente una cultura smisurata e che, di fronte a lui, potevamo solo sembrare dei semianalfabeti che muovono i primi passi per gli oscuri e misteriosi meandri della lingua scritta. Io morivo di rabbia: potevo prendere un quattro in fisica, o in greco, senza che questo cancellasse il sorriso strafottente dalla mia faccia, ma l’italiano… Quello era affar mio, era il mio campo, quello in cui potevo essere un’eccellenza, quello in cui mi rifiutavo di avere rivali. Sin dal ginnasio, avevo riso in faccia ai vari secchioni con cui avevo condiviso le gioie e i dolori del liceo: pur studiando come matti, non avrebbero mai imparato a “scrivere”, laddove scrivere avrebbe significato avere uno stile, mettere un “timbro” inconfondibile alle proprie parole. La dote di raccontare, incuriosire, avvincere, non si impara: nasce con gli individui, e con essi muore, non si può trasmettere o imparare. Chi non possiede questa dote può solo scrivere correttamente, senza errori grammaticali e sintattici, magari anche con uno stile dignitoso, ma niente a che vedere con la passione e il fervore del narrare. Toto Putzu, anche lì, mi diede uno schiaffone morale che mi lasciò tramortita. Ero stata abituata molto bene: il valore dei miei “temi”​ era sempre rimasto nel range dal nove al nove e mezza, considerato che dieci non lo prendeva mai nessuno. Quell’anno, fioccarono i sette, a volte anche “sette meno”, che, se li avessi presi in matematica, mi avrebbero fatto saltare di gioia. Invece, riprendevo il compito, che mi veniva restituito corretto e con tanto di voto scritto in rosso, e mi ritiravo, umiliata, nel mio banco, guardando in cagnesco qualsiasi stronzo sospettato di godere della mia disfatta.
Non sapevo come sarebbe andata a finire. E non mi azzardavo ad argomentare: un uomo che maneggiava il latino come il sardo e che, direttamente in sardo, traduceva dal greco, senza bisogno di aprire il mitico “Rocci”, non poteva avere torto, quindi, mi rassegnai all’idea che, oltre ad avere un rendimento generale mediocre, scrivevo pure di merda… Così, l’anno si trascinò, esattamente come i precedenti,​ tra malumori alternati a risate, studio (poco), preoccupazione per l’esame che incombeva e un pizzico di malinconia perché, lo sapevamo tutti, dopo il liceo, le nostre strade si sarebbero divise per sempre e sarebbe finita l’età spensierata per far posto a quella da adulti.

Avevamo dato per scontato che il commissario interno per l’esame di maturità sarebbe stato il professore di filosofia. Era giovane, ancora motivato e con un carattere assertivo e convincente: la persona ideale da eleggere come “difensore” di fronte a una giuria che ci avrebbe valutato nel giro di qualche minuto. Il professore di filosofia ci fece quello che i giovani odierni definirebbero un “pacco”: ci mollò a noi stessi, per ragioni intricate che non starò qui a spiegare, e non si presentò neppure per assistere al nostro “martirio”. Così, nel nostro animo, reso pavido dall’imminenza della “grande prova”, avevamo un commissario un po’ atipico: piccolo, pacato, decisamente poco “suggestivo”… Temevano non potesse tutelarci come avrebbe dovuto. E peccammo, ancora una volta, di presunzione. Lo scritto di italiano mi appassionò talmente che buttai giù sei fogli di roba, direttamente in bella, come facevo sempre, e in un’ora e mezza, dopo aver speso le prime ore a disegnare sul foglio di brutta, mangiare di nascosto il panino, uscire per fumare una sigaretta, e meditare se svolgere il tema di letteratura, o quello di attualità. Il primo​ richiedeva una conoscenza di Leopardi che solo un parente stretto o un convivente avrebbero potuto avere. Il secondo era noioso e trito, e temevo di lanciarmi in una concione contro il sistema, le mafie, la fame nel mondo e non so quali altri luoghi comuni… Il terzo, non lo ricordo neppure. Per farla breve, scelsi il primo, tentando di escludere il nozionismo e di concentrarmi sul Leopardi uomo. Pensai di aver fatto un ottimo lavoro, e ne rimasi convinta, finché qualcuno ebbe la fantastica idea di comunicarmii che “la prima della classe”, una detestabile oca che, con le arie che si dava, avrebbe tranquillamente potuto alimentare da sola tutte le centrali eoliche del Medio Campidano, aveva messo giù una robetta da poco: “solo” una quindicina di fogli. Niente. Alzai le mani in segno di resa e mi preparai alla catastrofe “vera”: se il compito di italiano era stato un flop, il compito di greco mi avrebbe condotto direttamente alla sfilata per tutta Villacidro, su un carro, inseguita da lanci di pomodori, uova e insulti, col cartello “eretica” appeso al collo, e, infine, alla fustigazione sulla piazza pubblica. E, di fatto, lo affrontai disegnando funghetti, fiori e leggiadre fanciulle sul foglio di brutta e mettendo sulla bella miriadi di parentesi quadre che racchiudevano tre puntini: avrei ironizzato, dicendo all’esaminatore che si trattava di una “corruttela non sanata” nel mio bagaglio culturale. Il giorno dell’orale fu indimenticabile: dopo quasi un mese di assenza dalla scuola, tornarvi fu, insieme, tortura e​ confortante sensazione di essere a casa. Il commissario interno entrava e usciva dall’aula destinata come sede d’esame. Non diceva molto, non ci informava, forse per non creare allarmismi e aspettative fuorvianti. Man mano che si avvicinava il mio turno, mi sentivo, sempre più, condannata a una morte orrenda e ineluttabile. La strafottenza delle otto del mattino se n’era andata, lasciando il posto, man mano, a una certa presa di coscienza riguardo la gravità della situazione, poi al rimorso per aver sempre snobbato lo studio “matto e disperatissimo”, che mi avrebbe fornito gli strumenti per affrontare la commissione e MANGIARMELA, e, infine, alla terribile sensazione di dover improvvisamente visitare il bagno della scuola per tacitare i crampi dovuti a uno straordinario attacco di “strizza dello studente negligente”…
Quando toccò a me, il professore venne a prendermi.
“Guardi, non entro.” Dichiarai, a muso duro, simulando una indifferenza che non provavo, mentre, in realtà, il gorgoglio delle mie budella mi smentiva davanti a tutti.
Lui mi guardò, senza cambiare espressione. Disse solo: “Ti devo prendere a schiaffi?”, lo disse così, come se stesse parlando di una cosa che andava fatta e basta, e sembrava talmente serio che non dubitai lo avrebbe fatto veramente.
Mi diressi verso la porta dell’aula come un condannato che va verso la gogna. Dietro di me, le uniche parole di incoraggiamento che mai avessi sentito uscire dalla bocca di quell’uomo:
“Vai, vai, ché hai fatto un TEMONE!”
Mi voltai di scatto a guardarlo, non troppo certa di aver sentito bene:
“Eeeh?”, dissi, ma lui era già tornato quello silenzioso ed enigmatico di sempre.
Sedetti davanti alla professoressa di italiano. Che era, guardacaso, un’appassionata di Leopardi. Che, più che interrogarmi, mi raccontò quanto il mio tema l’avesse emozionata, di quanto poco banale fosse, di come avessi catturato bene l’essenza leopardiana… mi disse, senza mezzi termini, che c’era stato chi aveva scritto tanto, tanto, tanto, ma senza dire niente e senza uscire da una pura enunciazione di dati e nozioni, annoiando e tentando di ridurre una personalità così speciale a una serie di stereotipi vuoti e freddi. Leopardi, disse, era un costrutto, non una mera sommatoria di caratteristiche. Volevo piangere e volevo ridere. E avrei dato un anno di vita per averli tutti lì: mia madre e mio padre, la prima della classe, il mio professore delle medie, rigido ed esigente, e una caterva di altri detrattori. Ebbi un attimo di panico quando mi venne domandato che fine avesse fatto la mia brutta copia: dissi che non avevo mai redatto una brutta in tutta la vita, poiché, se lo avessi fatto, avrei messo giù due scritti totalmente differenti tra loro. E lui, Toto Putzu, mi appoggiò, parola per parola. Disse che scrivevo bene, sempre. Che avevo stile. Passai all’insegnante di greco con l’autostima alle stelle, e dovette prendermi per pazza, visto che il compito era un disastro, e io, a dispetto di ciò, seguitavo a sorridere con aria ebete. Era un sacerdote, e, alla fine, ebbe la carità cristiana di complimentarsi per i miei disegni e di chiedermi se avessero avuto lo scopo di rendere meno drammatica la valutazione del compito…
Uscii nell’atrio, soddisfatta per aver ottenuto l’unico riconoscimento che, per me, contasse veramente. Tutto il resto, poteva andare a farsi benedire, per quanto mi riguardava.
Uscimmo tutti insieme dalla scuola. Da quell’atrio glorioso e luminoso che ci aveva accolti da bambini e ci mandava via da quasi adulti. Avevamo compiuto una gran cosa, eravamo alla fine di un percorso importante e decisivo. Avevo una spina nel cuore: mi sarebbe mancato tutto, e lo sapevo bene, ma mi rifiutai di piangere, di serbare un ricordo triste, negli anni, degli ultimi minuti trascorsi insieme ai miei “fratelli di scuola”. Tutti in gruppo, vocianti, ormai liberati del fardello, ci riversammo nella strada, in quella via Regione Sarda che avevamo affollato quotidianamente per cinque anni. Io mi voltai e lo vidi: magro, fragile, col suo malloppo di libri sul braccio, il completo marron, il cranio calvo e lucido, la schiena lievemente curva. Sordo alla nostra gioia, nella solitudine cui sono, spesso, destinati i geni, e consapevole della distanza che l’età frapponeva, in quel momento, tra lui e noi… Toto Putzu andava ad aspettare il pullman, umile come un semplice impiegato che ha appena finito il suo servizio, né più, né meno, soddisfatto come un uomo che ha compiuto il proprio dovere, senza meriti eccezionali. Forse andava a disegnare i suoi cavalli, che adorava e ritraeva magnificamente, e mentre la matita correva veloce sul foglio, avrebbe ripensato a noi, quella sera, a quella classe di scalmanati nel pieno di quella crisi esistenziale che travolge tutti durante l’adolescenza, alle domande formulate dalle nostre menti avide di sapere, alle battute maliziose e alle sigarette che ci scambiavamo sotto i banchi, credendo di non essere visti… Provai un empito di affetto misto a gratitudine, e anche un senso di perdita che sarebbe durato a lungo. Avrei voluto abbracciarlo, dirgli quanto fosse stato grande, stupefacente e straordinario, e quanta importanza avesse avuto nella formazione, non solo accademica, di tutti noi, spiegargli quanto ci avesse arricchito incontrarlo sul nostro cammino, quanto ci avesse “aperto la testa”. Invece, non feci niente… Lo guardai dirigersi nella direzione opposta alla nostra, sempre più lontano, sinché non fu che un puntino marron fermo sotto la pensilina.

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