Serramanna STORIA LOCALE

Zia Teresa racconta: il rio Leni è stato spostato

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Il rio Leni nel 1930

L’acqua, sacro e prezioso dono della Natura. La vita degli esseri umani, degli animali, di alberi e fiori è possibile solo grazie a lei. Quando apriamo il rubinetto e sgorga direttamente sulle nostre mani, non ci rendiamo conto della grande fortuna che abbiamo avuto a nascere in questa epoca. Ai tempi dei nostri genitori o dei nostri nonni e la stessa acqua che con tanta facilità arriva nelle nostre case, saremmo dovuti andare a prenderla direttamente al fiume. Per la precisione, gli abitanti di Serramanna, usavano l’acqua del torrente Leni. Dai monti di Villacidro arrivava  vicino a Santa Maria, confluendo poi in Flumini Mannu. L’acqua del Leni era pura, leggera e buona, perciò ottima da bere, era la fertile e ricca, quindi veniva utilizzata per irrigare campi e frutteti che donavano eccellenti frutti. Era sempre il torrente Leni il luogo nel quale si recavano a lavare i panni le donne di Serramanna. Armate di bacinelle piene di pesanti lenzuola, s’incamminavano a piedi, in gruppo o da sole, estate o inverno. Allora  l’acqua arrivava a poche decine di metri dalla chiesetta campestre ed il punto preferito e più agevole per fare il bucato era quello. Lavavano i loro panni e li mettevano ad asciugare direttamente sulle pietre.
«Lavoravo in campagna, ma quando finivo, la fatica continuava perché facevo anche un altro lavoro: mi recavo quasi ogni giorno al fiume per lavare i panni di altre persone.» ricorda zia Pinuccia che quel posto lo conosce bene. «Certi giorni andavo anche due volte. In inverno l’acqua era ghiacciata e le mani mi facevano malissimo. Mi venivano anche i geloni!»
Anche zia Maria Zucca, nel suo libro “Ricordo ancora” racconta di quando, ancora bambina, andava a fare il bucato insieme alle altre donne.
«Prima lavavo la roba di colore e la mettevo ad asciugare, se no era troppo pesante al ritorno a casa, poi insaponavo quella bianca, la lasciavo un po’ a mollo e dopo la risciacquavo dal sapone e la mettevo in varechina per un po’.  Nel mentre, controllavo se la roba di colore stesa era asciugata. Se era già pronta la piegavo e poi risciacquavo bene quella bianca, mettendola bene nella bacinella per essere pronta per tornare a casa. Anche se finivo prima, aspettavo le altre per tornare insieme.»
Un lavoro vero e proprio che prendeva tempo e molta fatica.

Foto Giuseppina Sedda

«Il Leni non è più lì, è stato spostato. Ormai da molti anni il suo letto è molto lontano da Santa Maria.» sospira zia Teresa mentre svuota la lavasciuga che le ha regalato la nipote e piega i panni pronti da conservare nei cassetti «L’acqua che ci serve arriva direttamente nelle case e nei campi da irrigare. Lavatrice ed asciugatrice ci fanno risparmiare tempo e tanta fatica. La nostra vita è migliorata molto, però, anche se in quei tempi le cose erano difficili, c’erano anche tanti momenti belli che ora non esistono più. Quando andavamo a lavare, per esempio, cantavamo, parlavamo, ci portavamo “su murzu” e mangiavamo tutte insieme, dividendoci ciò che avevamo. Il bisogno dell’acqua ci univa e quel pezzo di torrente era una piazza nella quale incontrarsi. Oggi ognuno resta chiuso in casa sua, non ci si vede più, non si condividono i pasti,  i problemi e nemmeno le gioie.»
Chissà. forse ha ragione zia Teresa ed anche se le cose sono migliorate e abbiamo tante comodità, in un certo senso oggi stiamo peggio di prima.
Quell’acqua, fonte di vita e unione per gli esseri umani, per dare vera vita forse ha bisogno di essere condivisa, altrimenti tutto inaridisce… anche le nostre anime.

Francesca Murgia

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