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L'intervista Villacidro

Il sogno di Giuditta: diventare manager culturale

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“Essere imprenditrice oggi significa avere il coraggio di credere in se stessi, ma anche che qualcuno creda in noi e in ciò che facciamo”

Sebbene oggi sia circondata dai marmi bianchi dell’aula magna di Economia a Cagliari, dove per lungo tempo ha vissuto e studiato, Giuditta Sireus è una giovanissima imprenditrice di Villacidro e questa mattina, nel suo sorriso, mentre spiega agli studenti quanto fiato ci vuole per correre dietro ai sogni, puoi leggere affetto, comprensione, consapevolezza e un pizzico di nostalgia, ma non necessariamente in quest’ordine.
Giuditta, una laurea in storia dell’arte e un sogno grande come una casa: diventare manager culturale valorizzando i luoghi della sua infanzia, l’arte, la bellezza, il talento. La sua azienda “Itte, itinerari teatralizzanti” ha ormai due anni e mezzo ed è una delle realtà imprenditoriali più conosciute e apprezzate della provincia: nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo su una storica di trent’anni che, calcolatrice alla mano, progetta un’impresa fatta di numeri, conti, previsioni economiche, uno sguardo al manuale di matematica contabile e l’altro alle ballerine di Degàs.
Nella sua esposizione, in cui i calcoli cedono volentieri il posto a citazioni della sua amata Maria Lai, c’è la prova che sogni e impresa sono due parole fatte per stare vicine. «A fronte della svalutazione delle belle arti io ribadisco che bisogna crederci. Valorizzare l’arte, che è un patrimonio essenziale, di tutti, non di un pugno di privilegiati, significa garantire al paese entrate perpetue e benessere economico – afferma Giuditta Sireus, rivolta alla platea – ma perché questo avvenga è necessario un cambio di mentalità».
Tecnico dei servizi educativi, operante in siti culturali e ambientali, la giovane di Villacidro si racconta in merito al suo percorso e all’esperienza di imprenditrice.
Emozionata?
«Un pochino. In realtà è la terza volta che parlo in convegno agli studenti di Cagliari, sempre su invito della docente Michela Floris che ringrazio di cuore. Per me è una missione parlare da giovane ai giovani e poter raccontare loro la mia esperienza. Il paradosso è che in questo ambiente i tecnici credono moltissimo in questa idea imprenditoriale, di contro, chi fa cultura dalle istituzioni, dagli istituti e dai privati non si interessa tanto a me».
Perché?
«Forse perché, senza voler essere presuntuosa, vedo il futuro e esploro la realtà attuale con idee innovative, che non sono ancora comprese sino in fondo».
Immagina il futuro?
«Esattamente… Il mio motto è sempre stato: “Sogna sempre, perché a furia di sognare i sogni diventano realtà”. È una frase di Maria Lai. Lei sì che vedeva oltre».
Qual è stato il suo percorso?
«Ho intrapreso un corso di alta formazione, uno dei primi promossi dalla Regione, per tecnico dei servizi educativi con funzione di promozione esterna operante in siti culturali e ambientali. È da quell’esperienza e dallo stage in Umbria presso il sistema museo che ho appreso nuove metodologie per trasmettere la cultura. Terminata questa esperienza ho iniziato le prime sperimentazioni con l’Associazione Elicrysum. Contemporaneamente studiavo per la specialistica. Ho partecipato con le socie di allora al primo concorso per idee imprenditoriali promosso dall’università e abbiamo vinto. Da lì ho capito che volevo puntare più in alto»
Cosa significa essere imprenditori oggi?
«Significa non cedere alla crisi, avere il coraggio di credere in se stessi e nel proprio sogno andando contro anche a chi per proteggerti ti dice di non avventurarti in un compito così “spericolato”. Significa avere la testa sempre in moto, le idee sempre in circolo. Significa credere nella formazione continua, perché la concorrenza è fortissima».
La sua giovane età è penalizzante?
“Molto. Si è più facilmente attratti dall’esperienza e dal nome noto che dalla novità. Essendo ancora poco conosciuta nell’ambiente difficilmente ho accesso agli uffici dei “grandi”, ma per ottenere uno sponsor o un contributo lotto con tutte le mie forze».
Sorride, Giuditta, ricordando gli anni difficili della gavetta e del lavoro non retribuito.
Qualche sassolino nella scarpa?
«Sì. Le professionalità del settore culturale hanno una dignità e pertanto vanno riconosciute anche finanziariamente. C’è purtroppo una convinzione diffusa che queste debbano sempre lavorare gratuitamente, senza una retribuzione. È questo il motivo per il quale non si riesce a crescere e a dare valore al lavoro in questo campo. Credo che un’impresa debba reggersi senza i finanziamenti pubblici, ma il sostegno che i giovani imprenditori cercano spesso non è di tipo economico»
E cosa cercate?
«Solo qualcuno che creda in noi e in ciò che facciamo. Senza un piccolo incoraggiamento, che può sembrar poco ma quando si ha paura vale tantissimo, i più fragili perdono l’entusiasmo e abbandonano i propri sogni. Questo non è giusto».
Lei ha una laurea prettamente umanistica.
«Sì, sono laureata in beni culturali e specializzata in storia dell’arte».
Tipi di lauree, come saprà, da molti sconsigliate…
«Sì, purtroppo».
Cosa dice a un diciottenne diviso tra la sua passione e ciò che gli altri si aspettano da lui?
«Mi sento di dirgli che non è più tempo di aspettare che ci capiti la quasi impossibile occasione della nostra vita all’interno del migliore museo. La cultura può essere considerata come un settore economico vero e proprio, per cui amare l’arte e sperimentare è fondamentale, ma fare esperienza e formarsi in aspetti come quello manageriale lo è altrettanto»
A conti fatti, se si guarda indietro, ne è valsa la pena?
«Autogestirti, pianificare la tua vita lavorativa è straordinario, ma allo stesso tempo ti mette davanti a tantissime responsabilità perchè devi quotidianamente fare i conti con te stesso. Da queste riflessioni a volte nasce una crisi interiore, ti senti combattuto. Ma sì, decisamente ne è valsa la pena».
Dubbi?
«Sempre. “Sto facendo la cosa giusta?” è stata la domanda che mi sono posta più spesso in questi due anni. Gli infiniti sacrifici che costellano le nostre giornate, e che ormai ho imparato a non vivere come croce ma come opportunità. Bisogna seminare e attendere pazientemente, prima o poi i frutti del proprio lavoro si raccolgono».

Francesca Virdis

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