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L'INFORMATICO SUGGERISCE

Informazioni recuperabili oltre l’immaginabile

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di Giovanni Angelo Pinna
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Giovanni Angelo Pinna

Oggi la vita delle persone la si può interamente trovare in uno smartphone o una pennina usb: non esiste quotidianità che non passi per uno smartphone o una pendrive.

È diventata una normalità, quella di trasferire “ogni cosa” nel proprio smartphone così da poterla avere in ogni momento a disposizione. Smartphone con capacità di memoria e calcolo sempre più elevate e “sempre in tasca”.

L’errore che però si commette con estrema superficialità, quando queste tecnologie smettono di funzionare, è quello di disfarsene o rinunciare a riaverle indietro.

Il pensiero “tanto non si accende più” è più che sufficiente per dimenticarsi della sua esistenza e disfarsene, a volte anche regalandolo o vendendolo “per pezzi di ricambio”. La caduta di acqua è la causa con percentuale più alta, seguita da schiacciamenti o compressioni di vario tipo, ma si contano anche situazioni in cui qualche tecnologia la finisce per passare a miglior vita dopo bagni o lavaggi accidentali o meno, anche fantasiosi con l’ausilio di lavatrici e lavastoviglie.

Non sono rare le volte in cui il device viene lasciato all’amico o centro assistenza perché la spesa per poter recuperare le informazioni è troppo alta o, ancora, perché l’attività da svolgere va oltre le capacità e possibilità di chi si è interrogato per poter tentare di ripristinare il normale funzionamento del dispositivo.

Per molte persone può sembrare qualcosa che si vede solo nei film di fantascienza, ma è una realtà ormai esistente da tempo e replicabile in diverse tipologie di dispositivi, purché dotati di chip quale memoria in cui salvare dati.

L’unico requisito per chi deve scoprire/recuperare cosa si è nascosto/memorizzato nella memoria o quali attività sono state svolte con quel dispositivo? Il tempo per dissaldare il chip dalla scheda madre, ripulirlo, inserirlo in un particolare lettore, avviare un software e attendere che, quest’ultimo, faccia tutto il resto del lavoro (che potrebbe richiedere anche diverse ore di lavoro).

Sicuramente non è una tecnica eseguibile da tutti, in alcuni casi anche pericolosa poiché, nella pulizia di un chip, si possono respirare anche fumi tossici se la postazione non è dotata di strumentazioni professionali e sistemi di aspirazione di fumi, derivanti da dissaldatura e decontaminazioni; sicuramente è un intervento costoso (aprire uno studio di recupero dati, completo, può costare anche qualche decina di migliaia di euro perché, in questi casi, non basta collegare il dispositivo ad un pc per leggerne i dati) e al quale si fa ricorso solo come ultima spiaggia, anche dopo aver tentato una lettura delle informazioni, che spaziano dalle foto ai video, dai messaggi alla rubrica o qualsiasi altra informazione memorizzata nel dispositivo, con tecniche meno complesse e meno invasive di data recovery (recupero dati) … ma anche  un chip di memoria dissaldato da uno smartphone che non si accende, ad esempio, e apparentemente senza alcun segno di vita può ancora “parlare” e, nella maggior parte dei casi, può “parlare” anche tanto.

RIPRODUZIONE RISERVATA
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