STORIA DI CASA NOSTRA

Internati guspinesi: Bruno Muru, brigadiere dei carabinieri decorato con la Medaglia d’Onore

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di Maurizio Onidi

Tanti i guspinesi internati nei campi di concentramento come risulta dagli archivi degli Internati Militari Italiani (IMI):  Angius Giulio, Cocco Angelo, Concas Angelo, Floris Domenico, Floris Eurudito, Floris Giuseppe, Mariano Francesco, Melis Luigi, Muru Bruno,  Pitzus Giuseppe, Pinna Francesco, Pusceddu Angelo,  Pusceddu Livio,  Saba Antonio, Saba Armando, Serra Giuseppe Gino Mario, Usai Giuseppe, Usai Pietro., Francesco Pinna, Livio Pusceddu e Bruno Muru sono stati decorati con La Medaglia d’Onore, conferita dal Presidente della Repubblica. Tutte storie toccanti che cominceremo a raccontare a partire da  Bruno Muru all’epoca vicebrigadiere dei carabinieri, grazie alle testimonianze raccolte dalla figlia Anna Bruna.

«È durante l’ultima fase della sua vita», racconta la Professoressa Muru «che si lasciò andare ai ricordi della sua gioventù segnata da questa esperienza traumatica. Mio padre mi raccontò l’episodio della cattura. Vennero fatti prigionieri a Durazzo, insieme al suo carissimo amico e collega piemontese Carlo Barosio, anche lui vice-brigadiere dei carabinieri che nel 1960 gli scrisse una lettera , ricordando quei periodi lugubri e in particolare su come fosse stato provvidenziale un sacchetto di riso che mio padre riuscì a recuperare e  con il quale poterono sfamarsi nel viaggio dai Balcani  ad  Amburgo. Dopo la cattura dovettero affrontare una lunga marcia durante la quale molti militari cadevano a terra sfiniti dalla fame e dalla sete e ai quali venivano tolte le scarpe perché a loro non sarebbero più servite. Mio padre ricordava anche la generosità ricevuta lungo il cammino da parte delle comunità locali, di religione mussulmana che davano loro acqua e  cibo, ignorando le rappresaglie a cui sarebbero potuti andare incontro. Giunti in stazione, fummo fatti salire nel carro merci ammassati all’inverosimile. Le razioni alimentari erano assolutamente insufficienti e anche le condizioni igieniche estremamente precarie. Ai malati non veniva fornita alcun tipo di assistenza. All’interno dei carri si soffocava, si sentivano i singhiozzi e le imprecazioni. Durante lo notte le condizioni diventavano ancora più difficili, eravamo pigiati l’uno contro l’altro, non potevamo in alcun modo riposare, sembrava di vivere in un incubo. Pensavo al mio paese, ai miei cari, allo strazio che provavano per l’inspiegabile mancato ritorno in famiglia. Il treno ci conduceva verso l’ignoto e a causa dei bombardamenti e delle interruzioni stradali il viaggio durò diversi giorni. Anche se eravamo in autunno, i carri,  dopo lunghe ore di sosta sotto il sole e al caldo delle gallerie, diventavano delle fornaci. Si soffriva le pene dell’inferno per l’ambiente ristretto e l’aria irrespirabile creata anche dalla polvere della paglia tritata che era nei carri ferroviari. Ogni tanto le porte dei vagoni venivano aperte per poter dare sfogo ai nostri bisogni corporali che non sempre si riusciva a trattenere, aumentando ancora di più il fetore che si respirava  all’interno del carro. Ricordo che le sentinelle apposero dei fili di ferro spinato attorno ai vagoni per impedire che qualcuno di noi potesse evadere. Quando giungemmo a destinazione, presso i lager di Sanbostel potei subito notare lo squallore del posto, il campo era costruito su un terreno paludoso, il clima era umido e freddo, vi erano 13 baracche fatiscenti disposte intorno a un laghetto, costituita da una pozza di raccolta per l’acqua piovana. I gabinetti consistevano in un profondo solco scavato al centro del campo che emanava un lezzo nauseabondo che si avvertiva  anche durante la consumazione dei pasti. Appena arrivati ci venne distribuita una piastrina metallica con la scritta Stalag VII\A e recante un numero progressivo, ormai non eravamo  più delle persone  ma dei numeri con il quale venivamo  chiamato dai tedeschi durante gli interminabili appelli. Ricordo che alcuni “colleghi” sprovvisti di gavetta o di qualsiasi altro recipiente per ricevere cibo, recuperavano dall’immondizia dei barattoli talvolta anche arrugginiti, che con un filo d’alluminio a mo’ di manico, fungeva da tazza. Fummo perquisiti e a me, come credo agli altri, vennero presi quei pochi risparmi che avevo accuratamente conservato,  rilasciandomi una ricevuta sulla quale risultava una cifra inferiore a quella ritiratami. Cominciarono anche i maltrattamenti quando mi rifiutai più volte di aderire alla R.S.I. (la Repubblica Sociale Italiana, guidata da Benito Mussolini e voluta dalla Germania Nazista) con la promessa di essere rimpatriato in Italia. Scelsi la strada dell’onore e il supplizio dei campi di internamento nazisti, una scelta consapevole, estrema, di sofferenza, certo, ma coerente con quella fatta all’atto dell’arruolamento: servire il popolo e difendere la Patria. In conseguenza di tale comportamento venni sottoposto a maltrattamenti di ogni genere fisico e morale. Le percorse  avvenivano sempre quando ero solo, mai in presenza di testimoni. Alcuni militari aderirono e accettarono il lavoro offerto dai tedeschi pur di sottrarsi alla morte per fame e a una vita fatta di soprusi di ogni genere. Fui spesso oggetto di sfogo della vendetta tedesca, perché avendo rifiutato l’invito a collaborare fui considerato non un carabiniere ma un bandito, un ribelle che aveva osato opporsi a loro e perciò le guardie tedesche scaricando su di me la loro rabbia e coprendomi di insulti: traditore, porco, carogna, bastardo. Spesso venivo privato del cibo e i sorveglianti mi ripetevano “Tu italiano morire lentamente”, arrivai a pesare 37 kg. Mi ricordo che insieme al mio amico Carlo Barosio andammo a rubare le patate per poterci sfamare “Per salvare la pellaccia” così diceva  il mio caro amico, sapendo che se ci avessero scoperto saremmo stati fucilati. Nonostante i soprusi, la fame, la sporcizia, il freddo e le malattie non ho mai dimenticato  di essere una persona civile. La prigionia durò 20 lunghi mesi, morirono migliaia di persone, oggi ringrazio Dio di aver riportato a casa la pelle, ma le immagini e quei periodi bui di prigionia non potrò mai dimenticarli finché avrò vita!». Queste drammatiche testimonianze e tante altre che ancora dovranno essere raccontate, serviranno da monito per il presente ma ancora di più per il futuro affinché mai più abbiano a ripetersi tragedie come quella vissuta da questi nostri “eroi”.

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