FUMETTO

Ken Saro-Wiwa, storia di un ribelle romantico

Roberta Balestrucci Fancello
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Che il fumetto fosse uno strumento unico per veicolare un messaggio era indubbio. Ma che il 2018 volesse ricalcare un celebre ventennio di sciagurata memoria, bè… questo era certamente non preventivabile. Aiutiamoli a casa loro, latra qualcuno. Bau-Bau, fa eco una moltitudine spaventosa. Proprio in questo momento di odio e razzismo malcelato, anzi esibito come una medaglia al merito, si pone un fumetto. Anzi, una storia. È la vicenda di un uomo e dell’amore per la sua nazione. È il racconto di una terra martoriata, la Nigeria, in cui il sangue e la vita valgono meno del petrolio e dei soldi. Nella graphic novel “Ken Saro-Wiwa, storia di un ribelle romantico” (Edizioni BeccoGiallo), Roberta Balestrucci Fancellu, ai testi, e Anna Cercignano, sui disegni, descrivono gli ultimi momenti dello scrittore, sceneggiatore, poeta e unica voce che si erse a protezione del suo popolo, gli Ogoni, costretto alla povertà e alla privazione dei diritti civili da parte delle armate petrolifere occidentali. La storia è schietta, diretta, senza fronzoli. La narrazione procede spedita e consapevole dell’obbiettivo che vuole raggiungere, supportata da un apparato grafico mai pesante o troppo barocco. Le tavole sono composte più badando alla funzionalità della storia che alla ricerca stilistica, in modo da rendere la lettura fluida, narrando una vicenda che dovrebbe e deve essere raccontata al pari delle lotte di Gandhi e Mandela.

Il ricordo di Ken Saro per molti anni è stato relegato all’oblio della storia: meglio dimenticare piuttosto che rivangare le colpe legate alla sua morte. Grazie alla forza della parola è stato la spina nel fianco di uomini, se così possono essere chiamati, che in giacca e cravatta hanno deciso le sorti di una nazione intera, mutilando la regione del Delta del Niger per mero interesse economico. Col tacito consenso dei così detti Paesi civilizzati. Questa storia, adesso più che mai, deve scuotere le coscienze dall’odio che si sta propagando più velocemente della peste bubbonica. Lungi dalle autrici fare la morale su cosa sia giusto o sbagliato, senza cadere nel facile tranello della retorica politica: la scelta di capire sta al lettore, guidato dal peso delle battaglie di Ken Saro che vengono presentate. Una storia con la S maiuscola, non come certe storielle da social bar che ormai appestano la nostra quotidianità. Perché contro l’odio, solo la parola può qualcosa. La parola nella sua forma più alta, quella a cui, per tutta la vita, Ken Saro-Wiwa si è dedicato. (g.p.)

 

Intervista Roberta Balestrucci Fancello

Perché hai scelto proprio Ken Saro-Wiwa? Viviamo in un momento storico in cui la gente fa in fretta a dimenticare cosa vuol dire “essere umani”. Non hai paura delle etichette di “buonista” o di altre parole prese dal vocabolario e usate un po’ così, come “viene viene”, ma sempre con accezione negativa?

Credo che riprendere e riportare alla luce la storia di un attivista come Ken Saro Wiwa sia di fondamentale importanza. Bisogna raccontare perché una nazione come la Nigeria, ma soprattutto perché un continente come l’Africa, sia stato messo in ginocchio non solo dalle dittature, ma anche dalle società occidentali. Nel caso di Ken Saro si parla della multinazionale Shell, una multinazionale con il simbolo di una conchiglia, che a vederla ti riporta a uno stato di quiete. Vedi una conchiglia e pensi al mare, ai giochi sulla spiaggia. Ken Saro però trovò in quel simbolo un vero e proprio emblema di morte. Quando sono incappata nella sua storia, per prima cosa ho letto le sue poesie e il suo libro Sozaboy, per poi scoprirne l’impegno civile e politico. Certo, se parliamo di lui oggi si rischia di essere appellati non solo come buonisti, ma addirittura accusati di fare il loro gioco. Chissà poi quale e di chi. Se il gioco che mi si accusa di fare è quello di Wiwa mi sta bene. Rileggendo gli appunti, riguardando i testi e le immagini di Anna Cercignano mi ronzava nella testa una frase di Conrad. Diceva “Io non volevo annegare, volevo nuotare finché non andavo a fondo, ma non è la stessa cosa”. Più mi addentravo nella vita di Ken Saro, più questa citazione mi si faceva chiara. Credo che in molti dovrebbero riscoprirne il significato, e tutti dovremo cercare anche solo di immaginare la fatica che si fa a cercare di stare nella propria terra, difenderla, custodendo la propria identità. Credo che quando si senta lo spot, perché non trovo altre parole per descriverlo, di aiutiamoli a casa loro probabilmente dovremo conoscere meglio molte vicende che ignoriamo. Lasciare la propria casa è l’extrema ratio, e quando qualcuno è rimasto e ha lottato per i propri diritti è stato schiacciato, proprio come Ken Saro Wiwa in Nigeria.

Ritieni sia più grave la morte di Ken Saro o il successivo silenzio?

Suppongo lo siano entrambi e allo stello livello, in realtà. Mi fa paura quando penso che Ken Saro sia stato ucciso per l’impegno profuso verso un popolo che ormai aveva perso tutto. Un lavoro svolto attraverso la parola, il pensiero e la lotta politica basata sul rispetto e la non violenza. Il suo sogno era quello di creare un popolo unito, che si organizzasse in base ai principi cardine di una società, qualcosa che ci auguriamo tutti d’altronde, no?  Alla fine il silenzio sulla sua morte credo sia stata una conseguenza non solo di paura, ma anche di un gioco di potere più grande di lui. La Nigeria aveva un debito da pagare con chi da sempre li aveva sottomessi, l’Inghilterra, e c’era un forte ostacolo da abbattere, ossia Ken Saro Wiwa.  Ucciderlo è stato l’unico modo che hanno avuto per metterlo a tacere e riportare l’ordine a livello nazionale.

È stata la tua prima volta con un fumetto? Come è stato cimentarti con questo mezzo espressivo?

Sì e devo dire che non mi è dispiaciuto per niente, anzi. Non mi era mai capitato di poter raccontare una storia in questo modo. Mi ha emozionato vedere le mie parole cambiare e prendere forma sotto la matita di Anna. Non è stato facile, certo, però pensare che questa storia possa essere letta da più persone, e soprattutto dai ragazzi, mi fa sperare che il silenzio sulla vita di quest’uomo finalmente possa rompersi e far conoscere una parte della Storia che per troppo tempo abbiamo ignorato.

Progetti per il futuro? Puoi svelarci qualcosa?

Facciamo così, ti dico solo che ci sono delle novità, ma non mi permetterei mai di rovinarvi la sorpresa!

Giacomo Pitzalis

 

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