Cultura San Gavino Monreale

La compagnia “Su Sobariu” in “Candu fiasu fillusu de sa funderia” di Franco Serrenti

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di Gian Luigi Pittau

La fonderia è il passato e il presente del paese di San Gavino Monreale. Nel lontano 1932 l’apertura dello stabilimento trasforma quello che era un paese di pastori e agricoltori in un centro industriale legato alle miniere di Montevecchio. E a far rivivere sul palco del teatro comunale quest’epopea ci ha pensato il pensionato Franco Serrenti che ha scritto una commedia in lingua sarda “Candu fiasu fillusu de sa funderia” messa in scena dalla compagnia teatrale “Su Sobariu” (nella foto di Renato Sechi) di fronte ad un pubblico di quasi duecento persone che ha scandito con gli applausi il successo dell’opera ambientata negli anni ’50 e ’60 nel periodo d’oro della fonderia. «Ho voluto rappresentare», racconta Franco Serrenti, «fatti di vita vissuta in un paese che ha visto una grande trasformazione con le classi sociali tradizionali come quelle degli agricoltori e degli allevatori a cui si sono aggiunti i ceti considerati privilegiati dei dipendenti della fonderia. Ho messo in risalto i conflitti sociali che vedevano anche scontri con i lavoratori comunisti mandati via dall’azienda». Nella commedia Franco Serrenti ha vestito anche i panni dell’artigiano Vittorio e in scena hanno recitato anche gli attori Antonio Figus (Tziu Mundicu), Anna Vacca (Gelsomina), Lola Congia (signora Marinetti), Lucia Fenu (nei panni di Domenica) e Cecilia Aresti (Vitalia) mentre le suggeritrici sono state Marinella Meloni, Rosalba Aresti e Anna Soru. La regia è stata dell’intera compagnia “Su Sobariu” e ora la commedia sarà replicata nei teatri comunali di Sanluri e Sardara, al Massimo di Cagliari e al teatro dei figli Medas a Guasila.
Sono tantissimi gli intrecci sociali messi in scena e storie di povertà e di soprusi rivissuti anche attraverso le testimonianze scritte del sindacalista Gigi Matta e di Giovannino Pisu, tesserato nel partito comunista. «Con questa mia commedia», aggiunge Franco Serrenti, «ho voluto offrire spunti di riflessione sul paese di ieri e di oggi. Con l’apertura di questa fabbrica si assiste ad un grosso cambiamento nel paese. I  lavoratori della fonderia erano dei ceti privilegiati: i loro figli andavano alla colonia al mare a Funtanazza, avevano la corrente, la casa con il giardino, potevano utilizzare la foresteria per le feste e abitavano nelle palazzine. Mio padre, un artigiano, venne di fatto “obbligato”  vendere un’area in cui oggi ci sono i garage della fonderia.  Ho raccontato gli intrecci tra il potere economico, sociale, religioso e la borghesia di quel tempo».

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