RUBRICA Sardegna nel cuore

La designer Anna Deplano, artista del colore ispirata dalla tradizione sarda

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di Sergio Portas

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Quando Anna Deplano è arrivata a Milano nel ’74 era poco più che ventenne, lasciava Cagliari, dove è nata, per un corso breve di disegno, lei che lì aveva frequentato il liceo artistico, e che da sempre aveva amato il disegnare, il colorare. Tant’è che aveva voluto sperimentare questa sua “arte del colore” nei prodotti dell’azienda di famiglia, i suoi erano e sono panificatori, originari di Seui (Barbagia di Seulo), e proprio nell’impasto di farina Anna aveva provato da subito a miscelarvi i suoi “colori naturali”: “per vedere l’effetto che fa”.
Col capoluogo meneghino comunque sarebbe stato subito amore a prima vista, tanto che vi risiede a tutt’oggi e che ne ha fatto la piattaforma di lancio per il mestiere che ha praticato negli ultimi decenni: quello di designer.
Prima naturalmente tutto un corso di studi che va dal Politecnico di Design all’Accademia di Belle Arti di Brera, ottenendo quella patente che ti abilita nei tentativi a misurarti con la manipolazione della più varia materia ad ottenere oggetti “nuovi” e funzionali, cugini primi della produzione artistica, che sanno farsi apprezzare anche dalla lavorazione in serie tipica dell’industria del nostro tempo, e che possono poi essere messi sul “mercato” a cercare la fortuna della vendita e del profitto che ne seguirà. E, diciamo la verità, il suo essere nata e cresciuta in Sardegna le è servito quanto seguire scuole specialistiche e prestigiose, ha fatto sì che in lei esistesse connaturato un patrimonio interiore di conoscenze da cui ha potuto sempre attingere, come pozzo d’acqua perenne che sgorga in maniera naturale, fresca a calmare ogni sete di agosto.
Questa eredità Anna l’ha sempre rivendicata, il rifarsi alla tradizione dell’artigianato sardo, il trattare materiali tipici dell’isola. A partire dal pane, visto che le sue origini famigliari hanno viaggiato pari pari con questo elemento di vita, che riveste una importanza del tutto particolare nella tradizione culturale di ogni paese di Sardegna, che ne fa da sempre elemento distintivo di identità. Scandendo con esso il susseguirsi delle stagioni, usando il lievito a rafforzare vincoli di vicinato, diversificandolo ad ogni evento significativo, che sia tempo di feste, di matrimoni, di lutti.
La Deplano a questo proposito nel 1992 scrive un libro “ponderoso”: “Il Pane fior fiore dell’alimentazione dall’origine ad oggi”, sponsorizzato da Barilla e stampato da Arnoldo Mondadori Editore. E con i suoi “pani colorati” è presente alla mostra che nel luglio del 2015 si è tenuta all’EXMA di Cagliari (a cura di Simona Campus), un’esposizione di opere di ben 19 artisti sardi, a partire dai maestri del ‘900, nella cui produzione si può riconoscere il nesso panificazione-maternità-creazione artistica. La mostra si proponeva di valorizzare la metafora del pane come forza generatrice dell’esistenza e dell’arte stessa: per questo al tema della panificazione veniva accostato e intrecciato il tema della maternità e della fecondazione. Non a caso si intitolava: “Pani e Madri”. C’è “Il Pane”, scultura in bronzo di Francesco Ciusa (il calco in gesso del 1907 è andato perduto): la postura composta, la concentrazione del viso, le mani che lavorano sicure e deferenti l’impasto, l’austerità e l’umile eleganza fanno apparire la donna simile a una sacerdotessa. Al pane Costantino Nivola pensa mentre plasma i suoi rilievi in terracotta, al pane gelosamente custodito nei muri cavi delle case di Orani.
Maria Lai è qui con due grandi opere: Cuore mio e La pietra della felicità, entrambe del 2002, che riconducono alla storia di Maria Pietra, protagonista del racconto di Salvatore Cambosu in “Miele amaro”: ha dei poteri: dopo la morte del figlioletto, delirante di dolore, impastando la farina con le lacrime e facendo tanti bambini di pane riporta il suo bambino alla vita, a giocare con gli animali del bosco.
Maria diceva che crescendo, giorno dopo giorno, tendiamo ad uccidere il bimbo che è in noi, tagliando così i legami di un aldilà, il filo di un tempo senza tempo parte del tessuto di un infinito. E poi Pinuccio Sciola che scolpisce I Semi nel basalto ruvido, solo apparentemente duro, e in questo suo zappare, arare e seminare pietre c’è il tentativo di farle respirare come pane che lievita.
Il pane Anna Deplano lo colora, usando barbabietole per rubare loro il rosso rubino, spinaci per il verde e lo zafferano per il giallo, una spezia questa che possiede la magia di colorare sino le cuffie delle donne di Desulo, nonché il pane con l’uovo che si faceva per i bimbi a Pasqua in un passato recente. Contaminazioni di colori frutto di una volontà manipolatoria, diverse da quelle che emergono come sogno a cui non partecipi da protagonista, una volta che l’acqua danneggia una serie di progetti nel tuo archivio personale. Ci vuole l’occhio dell’artista per tramutare il “disastro” in una sorta di immagine fotografica. E ci vuole coraggio per inserire il tutto nello scenario del Photo Festival di Milano 2020. E così che Anna Deplano all’inaugurazione del 17 settembre, mascherina uso e getta regolarmente indossata a coprire naso e bocca, accoglie i visitatori nella sua galleria d’arte (AD Gallery) di via Petrella. Titolo: Contaminazioni Cromatiche.
Scrive Patrizia Scarzella, architetto e giornalista, nel catalogo di presentazione: “Il tempo, sedimentando il lavoro dell’acqua, ha operato una successiva trasformazione dei disegni, evidenziando stratificazioni e deformazione di segni, creando effetti acquarellati che hanno ispirato la realizzazione di nuove immagini, questa volta fotografiche” (pag.25). E ancora: “Con un gioco fortemente astratto l’autrice sposta, dunque, la sua ricerca espressiva dal disegno all’immagine fotografica, dal segno all’ambito del colore, da sempre uno degli elementi fondamentali del suo fare progettuale. Attraverso l’occhio fotografico, le texture si trasformano in dettagli essenziali carichi di contrasti cromatici. Protagonista delle immagini della mostra Contaminazioni Cromatiche diventa così il colore, acceso o tenue, in tutte le sue sofisticate declinazioni, che rende fluide le linee grafiche e la geometria formale dei disegni originari, creando composizioni armoniche con evidenti richiami al design contemporaneo”. E in effetti se fossimo entrati ignari della storia alle spalle dei quadri appesi, non potremmo che pensare di trovarci dinanzi ad acquarelli del tutto particolari, linee geometriche di giallo aranciato a squarcio d’orizzonte, sulla parete di fondo una coppia rosso fuoco che pare inglobare sfumature di macchie verdi indistinte.
Letti dai colori brillanti che si trovano magicamente adagiati in camere dalle pareti mutate d’incanto con pennelli d’arcobaleno, le tinte mischiate l’una con l’altra senza che vi siano linee nette a delimitarne le sfumature. Poi un’intera parete dove, tre, sei, nove quadri l’uno accanto all’altro, uno più colorato dell’altro, gioca all’eterno indovinello dell’interpretazione personale, macchie che lo psichiatra svizzero Herman Rorschach (1921) non avrebbe apprezzato, lui che usava rigorosamente inchiostro nero per le immagini base con cui pretendeva di divinare un test di personalità universalmente valido. Anna si muove come un folletto nerovestito, scarpe di gomma comprese, camicia di seta bianca che termina sottogola con un fiocco esagerato. A tutti dà retta e a tutti racconta la storia dei sui ex disegni mutati in quadri dall’acqua malandrina, e finanche dalla sua sbadataggine. È molto simpatica, ha Cagliari nel cuore e ci va ogni volta che può. Anche perché una volta tanto, smentendo il detto che dice essere “nemo propheta in patria”, la sua città d’origine l’ha sempre trattata con i guanti bianchi. All’inaugurazione della sua mostra: La memoria e il compasso, nelle sale del Centro Comunale d’Arte e Cultura dell’ex Lazzaretto, il 20 marzo del 2008, c’erano a inaugurare l’allora sindaco di Cagliari Emilio Floris e l’allora Assessore alla Cultura Giorgio Pellegrini. Vero è che aveva portato da Milano qualcosa come trecento oggetti: aveva spaziato dalla sua produzione di mobili per Arredaesse, l’appendiabiti artistico per Desalto, i tavolini dalla linea minimalista per Zanotta. Nonché gli articoli che, disegnati per Lagostina e Guzzini, sono finiti nel museo Klingen di Solingen. Poi l’oreficeria, bottoni filigranati dai contorni tradizionali isolani originalmente reinterpretati. La produzione dell’intreccio di materiali naturali e vegetali. Gli articoli in ottone argentato, quelli in ceramica e corno. Nè potevano mancare i pani colorati. Nella sua galleria milanese Anna ospita spesso mostre d’artisti giapponesi con cui ha un feeling tutto particolare. Ultimamente le ho sentito dire che è un poco stufa del design e, da grande, vorrebbe fare solamente dell’arte, come sognava da bimba, quando, di nascosto, sfornava pagnotte di colore improbabile e, anche allora, dava la colpa all’acqua di Cagliari.

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