STORIA DI CASA NOSTRA

La figura e l’umanità di Anna Piras, sa levadora, un pezzo di storia di Pabillonis

Anna Piras mentre segue una partoriente nell'ospedale civile di Cagliari
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di Dario Frau
e Paola Cossu
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“Sa levadora”. A Pabillonis, fino agli anni ‘70, questo nome aveva una definizione e connotazione ben precisa: la persona che aveva il ruolo di assistere le partorienti e far nascere i bambini. Nel passato, (metà del sec. XIX, e in parte, fino ai primi del ‘900), la professione di levatrice in Sardegna e quindi anche in paese, era caratterizzata, in gran numero, da persone che si occupavano dell’assistenza nel parto, in base all’esperienza, all’empirismo e al fai da te. Poche le diplomate e/o con una preparazione fondata sulla medicina. Allora la scelta della levatrice era compito del comune, come si rileva anche dai documenti dell’archivio comunale del paese. Anzi certe volte la levatrice era più di una: come avvenne nel 1849 (delibera del 22 ottobre) quando vennero nominate le vedove, Maria Onnis e Girolama Cara, “persone atte ed idonee a tale facoltà con corrispondersi il tanto secondo il costume dei particolari bisognandi”. Le persone nominate, tutte e due anziane, erano pratiche del loro mestiere e quindi potevano assicurare un servizio sicuro e costante alle partorienti ed essendo entrambe del villaggio, erano sempre pronte ad ogni chiamata.

Anna Piras con altre allieve dell’ospedale civile

Qualcosa cambia nell’Isola, con la legge del 20 marzo 1865 “affinché tutti i Comuni del Regno provvedessero al servizio medico-chirurgico e ostetrico”. La maggior parte dei paesi sardi aveva difficoltà a istituire le condotte ostetriche per la mancanza di personale diplomato, oltreché per problemi economici. I corsi per levatrici erano in quegli anni ancora di soli quattro mesi, fatti appositamente per permettere alle levatrici empiriche di ottenere un titolo. In Sardegna la prima Scuola di ostetricia cominciò a funzionare nel rispetto della legislazione nazionale, a Cagliari, a partire dal 1882-1883 e a Sassari dal 1886-1887. Nel 1888 il Governo decreta nuove sessioni di esame pratico per “abusive” di cui ne usufruirono un cospicuo numero di levatrici empiriche Nel 1890 venne emanato un Regolamento per le levatrici dove si stabilivano limitazioni d’azione e disposizioni sui loro compiti. Col R.D. del 5 marzo 1935, n. 184, diventa obbligatoria l’iscrizione all’albo delle ostetriche munite di titolo professionale che vogliano esercitare la professione.

Questo dunque, nel lontano e breve passato.

 

Anna Piras da giovane

I decenni che vanno dal 1949 ai primi del 1970, a Pabillonis, Sa levadora (l’ostetrica) si identificava con signora Anna Piras, ma anche, per molti, comunemente, tzia Anna Piras. Non era necessario, infatti, pronunciare il nome e cognome della professionista: “vai a chiamare sa levadora”, diceva la donna in procinto di partorire, al marito. Lui capiva subito dove doveva andare. Sa levadora, insieme al prete, al medico, al farmacista e ai carabinieri, nella comunità, era la personalità che aveva un certo ruolo, una particolare importanza, e tanta considerazione e rispetto. Era lei che faceva nascere i bambini. La venuta al mondo di un essere umano era costellato da tante consuetudini, usanze, ruoli e azioni che tzia Anna/sa levadora, impersonava nella sua figura, fatta di professionalità, esperienza, gentilezza, affetto, altruismo, ma anche di determinazione, come in certi momenti, il ruolo richiedeva. Una figura unica nel suo genere.
La borsa “speciale” che l’accompagnava nelle sue visite, aveva un significato: l’arrivo di una nuova vita e tutti capivano il senso della sua presenza quando si recava in qualche casa. I ragazzini più piccoli, pensavano, addirittura, che dentro quella borsa ci fossero i bambini che dovevano nascere. Sa levadora/Anna Piras, è stata una figura emblematica che nella comunità ha lasciato tantissimi ricordi ed emozioni. Grazie alla sua professionalità, centinaia e centinaia, anzi migliaia di bambini sono passati tra le sue mani. Fino agli anni settanta, infatti, le nascite in paese, erano numerose: una media di sessanta/settanta nati all’anno venivano registrati nell’ufficio anagrafe del paese, quasi duemila i nati.
È anche per questo che la figura di Sa levadora ha una rilevante importanza nella storia del paese. Anna Piras era nata a Pabillonis il 17settembre del 1913. Frequentò la scuola elementare fino alla quarta e superò l’esame di quinta in privato. Dopo le scuole di Avviamento, a Cagliari, frequentò come interna (convitto), il corso di levatrice nell’Ospedale Civile, conseguendo dopo tre anni, il diploma in questa con un ottimo voto: 49/50. La giovane Anna non perse tempo per trovare lavoro. Iniziò la professione a Laconi subito dopo il diploma. Una sua amica e collega di studi che aveva avuto una supplenza di due mesi, le aveva proposto di condividere con lei l’incarico. Così è stato: avevano condiviso esperienza e stipendio.

Anna Piras con il marito

Nel 1940 ebbe il primo incarico a Villanovafranca dove prestò servizio per circa due anni. “Si sposò proprio in questo paese, l’8 maggio del 1941, con Riccardo Lisci, suo coetaneo di Pabillonis. Poiché si era in piena Seconda Guerra Mondiale, mio padre era stato richiamato nell’esercito ed era difficile spostarsi da un paese all’altro, per questo motivo, parteciparono al matrimonio, solo le due mamme degli sposi e i testimoni”, racconta la figlia Clelia.
Nel 1941, come vincitrice di concorso, avvenne il trasferimento a Bonarcado dove vi rimase fino al 1948. Qui sono nati i primi due figli, Clelia e Francesco. Il marito, allora si trovava, militare nella caserma di Macomer e “al calar della sera, dopo il suono del “Silenzio”, con la complicità di alcuni commilitoni, usciva dal presidio militare e percorreva 28 chilometri in bicicletta per raggiungere la moglie Anna a Bonarcado,” racconta la figlia. Un gesto di affetto, ma anche di sacrifico, poiché, se l’andata era agevole per la strada in discesa, il ritorno era estremamente faticoso per la ripida salita. Tra tanti aneddoti e ricordi del periodo, va messo in evidenza la stima degli abitanti di quel paese e anche di Seneghe, che distava 3 km e dove signora Anna si recava per assistere le partorienti: un sacrificio per lei, poiché spesso doveva andare a piedi, pur soffrendo di un problema ad una gamba, a causa della poliomielite avuta da piccola.
«Qualche volta, per non andare da sola, seppur piccolo, avevo 4/5 anni, l’accompagnavo anche io, a Seneghe», racconta il figlio Francesco, che ricorda tanti particolari della professione della mamma. «Un giorno, al ritorno da Seneghe, dove la mamma aveva assistito nel parto, una signora, mentre percorrevamo la strada verso Bonarcado, si fermò un uomo che cavalcava un asino, e, preso a compassione, per “su pizzineddu” smontò dalla sella e mi fece salire al suo posto». La condotta a Bonarcado durò alcuni anni. «Sarebbe rimasta in quel paese, ma non c’erano opportunità di lavoro per mio padre, che faceva il contadino, attività non sviluppata a Bonarcado, dove prevaleva l’allevamento del bestiame», precisa la figlia.
Il 30 aprile del 1948 Anna Piras venne trasferita a Pabillonis, suo paese natio, dove prima di lei, esercitava come levatrice, una certa signora Gilla di San Gavino. La famiglia prese in affitto, prima una casa in via Leone (oggi via Giovanni XXIII), poi, dopo alcuni mesi, un appartamento nel vecchio palazzo (risalente a primi del sec XIX) detto de su “Deganu”, un’antica costruzione appartenente a facoltosi proprietari terrieri del paese, in attesa che fosse terminata l’abitazione che il marito Riccardo stava realizzando in un terreno acquistato in via Foscolo.
La casa di Su Deganu era confinante con la famiglia di Iolanda Casula, con cui Anna Piras strinse subito rapporti di grande amicizia e di collaborazione reciproca. Racconta a proposito, un’anziana signora del paese. «Certe volte, poteva capitare che mentre faceva il pane in casa, venisse chiamata per qualche parto urgente e doveva lasciare l’impasto della farina a metà, allora, a signora Iolanda, una brava donna e di grande cuore, si offriva di continuare e la rassicurava che ci avrebbe pensato lei a portarlo a termine, per non perdere il lavoro iniziato. Capitava però, che tzia Anna restasse tanto tempo presso la partoriente, perciò quando rientrava in famiglia, trovava, non solo, l’impasto terminato, ma anche il pane già cotto nel forno a legna!»
Quando nacque la terza figlia, gemella di un fratellino che morì subito dopo il parto, lei si occupò personalmente di accudire la neonata insieme al giovane dott. Usai che prestava servizio, da poco tempo, a Pabillonis. «Come le altre gravidanze, ha vissuto anche questa, senza sospendere mai il servizio, se non per i primi giorni dopo il parto. Penso comunque che ciò non le sia pesato troppo perché amava molto il suo lavoro e diceva sempre che, “aiutare una nuova creatura a venire al mondo, la ripagava di ogni fatica e sacrificio», rimarca Clelia.

Festa in famiglia

In effetti, non ci volle molto tempo per integrarsi nel suo paese e stabilire un rapporto diretto e proficuo nel suo ruolo: l’esperienza acquisita, la sua forte personalità, il carattere aperto e cordiale e la generosità che la distingueva, le permisero di affrontare l’attività con serenità e tanta stima, da parte dei compaesani. Il suo lavoro andava oltre le mansioni che l’attività richiedeva, e non si risparmiava. Lo stipendio che percepiva, come condotta, almeno nei primi decenni copriva anche il servizio per le partorienti iscritte nell’elenco dei poveri. Le donne non iscritte in elenco, pagavano una tariffa, molte famiglie, a seconda della condizione economica davano quanto potevano, altre anche compensi in natura, come legumi, grano e altri prodotti agricoli. «Alla nascita del primogenito, non avevamo soldi, e mio marito dovette vendere un moi de saia (avena), per pagare sa lavadora», ricorda un’anziana. E molte volte anche niente. Anzi era tzia Anna che, in certe situazioni di indigenza, portava generi di prima necessità. Ci teneva tanto che le cose andassero bene, come raccontano anche le mamme di un tempo: «mi ricordo del primogenito che aveva problemi per nascere e l’attesa durava tanto, Tzia Anna aspettava in casa con pazienza e durante la notte, per non lasciarmi da sola, non avendo un’ altra stanza per ospitarla, si coricò nel letto insieme a me, “chi a conca e chi a peisi”, finché la mattina nacque il bambino, vispo e sano». Ma sono tanti gli episodi e i fatti raccontati dalle mamme, ormai donne anziane, inerenti la sua attività, che seguivano determinate consuetudini. Quando arrivavano le doglie, per esempio, il marito della partoriente, se era in casa, avvisava sa lavadora che prendeva la “famosa borsa” con gli attrezzi necessari e si recava, senza perdere tempo, a casa della donna.

Stetoscopio

«La borsa era appesa al muro in un apposito posto, vicino alla porta, sempre pronta per ogni evenienza: guai chi la toccava», ricordano i figli. Nella borsa non mancava uno stetoscopio a cornetta per verificare il battito del nascituro, dilatatore, speculo, accessori per eventuali punture, per medicare, ferri chirurgici, forbici e anche una particolare bilancia a molla. «Mi ricordo come pesò mio figlio: fissò il gancio della bilancia a un lembo del lenzuolino dove era posto il bambino e ne registrò il peso», riferisce una mamma.

Anche un’altra anziana racconta alcuni particolari. Una volta avvisata dal marito o da una parente della

Pesa per bambini

partoriente, «la levatrice visitava la donna ma, se il parto non era imminente, e tzia Anna veniva chiamata per un’altra urgenza, la partoriente veniva affidata alle cure di altre persone della famiglia, con la raccomandazione di chiamarla se ci fosse stata una variazione della situazione». Diverse anziane raccontano anche che al momento del parto, generalmente, erano presenti la mamma, la suocera e qualche vicina.

Strumenti ostetrici

Talvolta anche il marito. In certe situazione, però, tzia Anna preferiva stare, nella stanza della partoriente con pochissimi: una o due persone, ed era determinata, in questo. Nel frattempo, dava istruzioni ai parenti stretti o vicine di casa e di fiducia della partoriente, come mettere l’acqua a bollire (si aveva per questi momenti due o tre brocche piene d’acqua, sempre pronte) e preparare i panni per il bambino. Una volta nato, si occupava del piccolo: lo visitava e, se non piangeva subito, tenendolo per i piedi, a testa in giù, “lo sculacciava”, fino a che non lo si sentiva piangere, poi lo pesava e infine lo lavava. In molte famiglie, il neonato veniva lavato dentro una scivedda (alcune donne riferiscono che veniva utilizzata solo per questo scopo, poi veniva appesa al muro, senza essere utilizzata per altre mansioni ma, per eventuali altre nascite), e infine lo vestiva nel letto dove si trovava la madre. Solo dopo si occupava della puerpera. Finite queste azioni, nella camera del parto, venivano fatti entrare i fratellini e le altre persone vicine alla famiglia. Allora si rilassava e le veniva offerto il caffè (se ne avevano) che «Tzia Anna apprezzava sempre volentieri», sottolinea un’anziana donna.

Bagnetto nella scivedda

Sa levadora per una settimana circa, fino alla caduta dell’ombelico, si recava a casa per istruire le donne, soprattutto se era il primo figlio, a: lavarlo e a tale proposito, consigliava come controllare con il gomito, se l’acqua era a una temperatura giusta, a vestirlo e dava consigli per l’allattamento. Generalmente, dopo 8 giorni (qualche volta 15) sa levadora accompagnava, in chiesa, il bambino, per il battesimo. La cerimonia si svolgeva in assenza della madre, ma con la presenza del padre, dei padrini e una giovinetta che portava il bambino. Alla puerpera era vietato tassativamente uscire di casa, “sattai sa coretta” (oltrepassare l’uscio di casa), spiega una novantaquattrenne. Doveva inoltre attendere, quaranta giorni, per entrare in chiesa. Questo però era una precauzione presa, soprattutto, per tutelare la salute della puerpera. C’era un detto popolare, in paese, che diceva: “sa partera (puerpera) teniada sa lapidi aberta po koranta disi)”, (la puerpera aveva la fossa aperta 40 giorni), racconta ancora l’anziana donna.

Battesimo

Poi c’era s’incresiamento: si andava in chiesa, insieme a sa lavadora e la giovane madre poteva riprendere la vita sociale. Non tutte però rispettavano questo periodo di tempo. «Io avevo una famiglia numerosa e dovevo uscire da casa per fare la spesa, andare al fiume a lavare i panni e prendere l’acqua con la brocca, in sa mitza!», ricorda oggi un’anziana, madre di 10 figli. Ma non era la sola, in paese, poiché le necessità della vita quotidiana non permetteva di osservare e attenersi a queste tradizioni e consuetudini. I primi anni, prima che acquistasse l’auto, una 500 Fiat, soprattutto di notte, ma anche di giorno, a casa della partoriente, spesso l’accompagnava il marito Riccardo, con la carretta a cavallo, altre volte in bicicletta, quando la partoriente risiedeva fuori dal centro abitato. Sa Lavadora assisteva infatti, anche le donne che abitavano in Sa Zeppara, Regione Foddi e Barracca is Pillonis, borghi agricoli appartenenti al comune di Pabillonis. «Abitavamo in zona Foddi, era un problema, la lontananza dal paese che distava 5/6km, senza auto o altro mezzo di trasporto. Per il parto della primogenita, signora Anna arrivò, accompagnata in bicicletta, e appena in tempo per assistermi nel parto», racconta un’anziana madre. Un altro racconto, emblema della miseria e indigenza che regnava in paese, in quel periodo, viene raccontata dai figli. «Una sera, di febbraio, sul tardi, fu accompagnata da mio padre con la carretta per assistere nel parto una donna che dimorava non in una casa vera e propria, bensì in una misera costruzione, nei pressi del ponte sul fiume Bellu, adibita nel passato, come forno per cuocere le tegole. Mio padre vista la penosa situazione, si tolse la giacca e la mise addosso alla partoriente che tremava dal freddo poi, constatata l’inefficienza del marito che non sapeva che fare, prese della legna e accese un fuoco per riscaldare la misera “stanza” e, in un bacile, l’acqua per lavare il bambino appena nato».

Questi episodi mettono in risalto il periodo molto difficile con famiglie numerose e povere e spesso con carenze igieniche in cui Anna Piras esercitò, con tanta umanità e altruismo. Così capitava che dopo il neonato, facesse il bagno anche ai fratellini che le stavano attorno, oltretutto perché l’acqua era preziosa e bisognava andare a prenderla fuori dal centro abitato, con la brocca, a sa mitza, de Su Rieddu. Spesso si prodigava anche per sopperire alla mancanza del corredino del nuovo nato, acquistandolo lei stessa o chiedendolo ad altre persone di sua conoscenza.

Con l’andar del tempo, però, la fatica e l’impegno continuo, incominciarono e farsi sentire, così negli anni 1958-1959 signora Anna decise di farsi la patente e di comprare un’auto: una Fiat 500. Questo rappresentò, oltretutto, una novità e un piccolo “primato” per il paese: sa levadora fu, forse, la prima (qualcuno dice la seconda) a farsi la patente e a guidare un’auto.
L’automezzo fu anche una piccola conquista per la qualità della professione: poteva muoversi più tempestivamente e garantire un servizio a più persone. Importante soprattutto, quando in caso di urgenza, bisognava accompagnare la partoriente all’ospedale (allora alle Terme di Santa Mariacquas-Sardara) dove esisteva un piccolo ospedale. Però accompagnava le partorienti in difficoltà, con auto a noleggio, anche a Cagliari. «Ricordo che quando doveva nascere mia figlia, poiché il travaglio era particolarmente difficile, tzia Anna decise di accompagnarmi a Cagliari, in ospedale, con il noleggiatore Gerardo Lisci», racconta un’anziana, ora ultranovantenne.

Festa per i cinquant’anni di matrimonio

La specificità di Tzia Anna/Sa levadora, oltre l’alta professionalità era soprattutto, come già raccontato, la sua umanità e l’approccio materno verso le partorienti. Queste doti non sono state mai dimenticate da queste donne. «Per me era un’altra madre, mi ha assistito per tutti i dieci figli», esordisce una donna ora anziana, che si dilunga a raccontare cose quasi irreali, se non corrispondessero a una dura realtà del passato, e comuni a tante famiglie del paese, «per la mia primogenita, io avevo quasi 16 anni e vivevo in una casa senza corrente elettrica, la bambina non si decideva a nascere e forse c’era qualche problema, per questo motivo, signora Anna, tutto il giorno,“andada e beniada”, era il mese di febbraio, faceva buio presto, alle 20,30 al momento del parto, avevo solo una candela stearica che aveva portato mia madre, si vedeva  poco o niente, così mia suocera andò a chiedere una candela a carburo a casa di una vicina poiché il marito lavorava in miniera, nel frattempo, nella concitazione del parto, la candela sgocciolò la cera bollente sulle mie gambe procurandomi dolori e ustioni: dopo la nascita della bambina, signora Anna mi curò con olio d’oliva e balsami, consolandomi con parole affettuose», ricorda, la donna.
Un altro episodio è rimasto ancora impressa nella memoria dell’anziana e mette in evidenza la grande generosità de sa levadora.
«Alla nascita del quarto figlio, la situazione economica della famiglia era sempre precaria, e appena partorito, io ero debole e sfinita e avevo bisogno di bere un po’ di latte, ma a casa ce n’era pochissimo e venne dato agli altri figli, ma non ne rimase per me, quindi tzia Anna, prese dal suo portafoglio dei soldi e mandò mia suocera in latteria, per comprare del latte per me».
La generosità, l’altruismo, oltre la sua grande professionalità, durarono finché la salute l’accompagnò, ma anche lei dovette arrendersi. «Negli anni settanta (1975), dopo un periodo di aspettativa andò in pensione. Non era stata una scelta facile, ma la sua salute precaria non le permetteva di continuare quel lavoro che aveva svolto con dedizione e che le aveva dato tante soddisfazioni», conclude la figlia Clelia.
Ma il ricordo di tantissimi cittadini venuti alla luce, grazie alla professionalità, e le tante donne che lei aveva assistito, ancora oggi, non dimenticano e la ricordano con affetto e riconoscenza.

Si ringraziano per la collaborazione i figli Clelia e Francesco, Chiara Cossu, Peppina Manca, Rina Pinna, Antonina Muru, Antonica Pisanu, Giovannina Porcu, Elisa Manca, Maria Cruccas, Elisa Dessì, Maria Casu, Aurora Lai e Maria Lampis.

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