Diocesi di Ales-Terralba

La lettera pastorale del vescovo Roberto Carboni

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A circa un anno e mezzo dalla sua consacrazione il vescovo della diocesi di Ales- Terralba monsignor Roberto Carboni ha scritto la sua prima lettera pastorale pubbliacta in un elegante libro: “Viva – efficace – tagliente”.  Tre parole molto significative per parlare della parola di Dio, che richiamano i fedeli a una lunga riflessione sulla libera scelta di essere cristiano. Il vescovo in occasione delle sue celebrazioni nelle diverse parrocchie della diocesi durante l’omelia ha sempre spiegato con singolare semplicità cosa comporta essere cristiani. Nel giorno della consacrazione della chiesa di Santa Barbara a Gonnosfanadiga aveva illustrato l’importanza dell’altare, del portone d’ingresso, dell’ambone definendolo “la mensa della parola”. I fedeli lo avevano ascoltato con attenzione per come era riuscito a testimoniare la parola di Dio. La lettera pastorale del Vescovo è ricca di contenuti e va letta con attenzione magari facendosi aiutare dai sacerdoti. Monsignor Roberto Carboni scrive: “Ogni lettera pastorale che un vescovo scrive è un po’ come una bottiglia con messaggio gettata nell’oceano. Si spera che qualcuno la raccolga, legga il messaggio e si senta coinvolto e spinto a rispondere, a cercare un dialogo con l’autore”.

Formuliamo gli auguri per il suo cinquantanovesimo compleanno.

Francesco Zurru

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Lettera ai cristiani della diocesi per un discernimento illuminato dalla Parola di Dio

Anno Pastorale 2017-2018

“Quando si fa sera, voi dite: bel tempo perché il tempo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Matteo 16,2‐3).

“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Romani 8,26-27)

“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12)

 “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Salmo 119,105)

Ai presbiteri, ai diaconi,

alle religiose e ai religiosi,

a tutti i cristiani,

uomini e donne

attratti e illuminati dalla Parola di Gesù,

salvati dal Suo amore nella croce

guidati dalla Sua Parola di Verità,

lungo la Sua Via,

per ricevere la Sua Vita.

. In dialogo

Questa lettera non nasce di getto. Mi sono deciso a scriverla, carissimi cristiani, presbiteri e laici, diaconi e religiose, spinto dai tanti momenti di ascolto e incontro formale e informale durante quest’anno e mezzo trascorso in Diocesi. Attraverso le vostre storie, le parole, i suggerimenti, la condivisione con i presbiteri e il consiglio pastorale diocesano, le problematiche e a volte anche le difficoltà nel cammino personale e comunitario della fede, si è andata formando in me un’idea più chiara della nostra realtà ecclesiale, insieme al desiderio di condividerla per fare insieme un discernimento comunitario su come rispondere meglio all’invito del Signore di esser sale, luce e lievito.

È anche intessuta di preghiera: la mia e quella di molti a cui ho chiesto di sostenere questo sforzo.

Il desiderio di scrivervi non nasce dal fatto che si «usa così», che bisogna farlo o che fa parte degli obblighi di un vescovo. Si tratta piuttosto di rispondere alla chiamata che Dio, attraverso la Chiesa mi ha fatto, affidandomi voi e a voi. Sento anche la responsabilità di manifestare il mio pensiero, le speranze e le preoccupazioni come vescovo di questa Chiesa e iniziare insieme una riflessione che spero potrà essere continuata anche in altre sedi e contesti e coinvolgere molte persone.

Ogni lettera pastorale che un vescovo scrive è un po’ come una bottiglia con messaggio gettata nell’oceano. Si spera che qualcuno la raccolga, legga il messaggio e si senta coinvolto e spinto a rispondere, a cercare un dialogo con l’autore. Questo è il mio desiderio segreto: che queste pagine servano alla riflessione dei cristiani delle nostre comunità, suscitino domande più che dare risposte, avviino un processo di Chiesa che si interroga e vuole capirsi e insieme camminare.

A chi mi rivolgo con questa lettera? A tutti i cristiani della nostra Diocesi. Ciascuno nello specifico della sua vocazione: il mio presbiterio con il quale insieme serviamo le comunità cristiane, i diaconi, le religiose e i religiosi, i laici. Tutti condividiamo la vocazione battesimale, da essa siamo immersi in Cristo e chiamati alla santità.

Nutro anche la speranza che leggano queste righe coloro che non si sentono «gente di chiesa», anzi si vedono o vogliono essere ai margini o semplicemente non vogliono farne parte. Sarebbe per me un grande aiuto poter dialogare con loro e farmi e farci aiutare a capire che cosa dobbiamo convertire di noi stessi come cristiani e come Chiesa per essere credibili .

Spero che ciascuno di voi si senta interpellato da queste pagine e le faccia risuonare nel proprio cuore nel contesto della vocazione in cui serve la Chiesa. Tutti siamo chiamati ad ascoltare e dare il nostro contributo.

Vogliamo vedere Gesù …

Sento l’urgenza che la nostra Chiesa diocesana ritorni al cuore della vita cristiana. Che ciascun cristiano comprenda che bisogna prima di tutto ancorarsi saldamente al centro, a Gesù Cristo, per lasciarsi poi spronare dal Suo «andate» verso la creatività della carità e il coraggio della testimonianza. Abbiamo bisogno ancora una volta di questo ritorno al fondamento della nostra fede, a Cristo, perché viviamo il costante pericolo di appesantirla con tante cose e perdere l’essenziale. La roccia su cui costruire, lo sappiamo bene, è la Persona che ci ha chiamati, ci attrae, ci salva e ci converte: il Signore Gesù. È Lui che fa il primo passo, venendo a cercarci ma lascia a noi di fare il nostro pezzo di strada per arrivare all’incontro. Uno dei pericoli che corriamo nelle nostre comunità è quello di generare «membri di una istituzione» piuttosto che discepoli che si identificano con il progetto di Gesù. Siamo insistenti nell’ adesione dottrinale, che ha la sua importanza, però facciamo fatica a riconoscerci discepoli del Signore e questo alla fine genera il pericolo di mantenerci nella mediocrità spirituale. La fatica nella relazione personale con Gesù ci porta ad uno stile dove l’attività è preponderante ma dove Gesù può essere assente . Ecco perché dobbiamo tutti insieme incamminarci in un processo di conversione a Gesù Cristo, affinché le nostre comunità siano trascinate dalla Sua Parola e dalla Sua persona.

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Gesù e i giovani …

Avverto la responsabilità di riproporre Cristo ai nostri giovani. Essi talvolta sono diffidenti nei confronti della Chiesa come istituzione, spesso indifferenti, altre volte interessati o per lo meno curiosi. Ci stimola e sfida il loro entusiasmo nella fede come ci interroga la loro fatica nel credere. Essi fanno parte a pieno titolo delle nostre comunità cristiane. Non dobbiamo escluderli ma piuttosto ascoltarli. Aprire il cuore e la mente alle loro esigenze e desideri, ai loro sogni. Dobbiamo lasciarci anche mettere in questione come Chiesa e chiederci se le nostre strutture, il nostro stile di vita, il modo di comunicare il Vangelo non siano un annuncio «senza sale», che non dà sapore, non suscita interesse, non attrae verso Gesù. I giovani ci chiedono autenticità di vita. Ci chiedono di sbarazzarci da stili che non sono evangelici per far risplendere la fede cristiana nella sua luminosità.

Il Papa Francesco ci ha ricordato che Dio ha il primato rispetto a ogni iniziativa umana o attività che noi possiamo mettere in campo. Gesù Cristo ha il primato sulla Chiesa come istituzione; la Grazia ha il primato sulla morale, la persona sulla struttura, l’interiorità sulla esteriorità, l’essere sull’avere.

Suscitare domande …

Lo scopo di questa lettera non è quello di scrivere un trattato sulla Parola di Dio o su Gesù, ma piuttosto quello di suscitare la domanda: è ancora Lui il centro della nostra vita? Ispira i nostri pensieri? Guida le nostre azioni? Suscita amore?

Ancor meno questa mia lettera vuole essere una «ricetta» per illustrare come bisogna fare pastorale e vivere da cristiani, come si fa a capire tutto della volontà di Dio o trovare il cammino diretto per una relazione con Lui. Piuttosto vuole essere una offerta di semi ispirati dal Vangelo che ciascuno, se vuole, potrà piantare, far germogliare e crescere. So bene che la fede è un cammino arduo, fatto di poche luci e molte oscurità, di fatica e gioia, di riposo e ansia, di solitudine e comunità, di peccato e di grazia. Non si tratta dunque di offrire un pacchetto preconfezionato, una sorta di manuale o un compendio di tutti i temi possibili legati alla vita diocesana. Tanti temi, anche importanti, non sono toccati oppure sono lasciati sullo sfondo o appena accennati per essere ripresi in altri contesti. Ho fatto questa scelta per dirigere la riflessione su pochi aspetti che considero essenziali. Innanzitutto chiederci che cosa è necessario per ritornare a Gesù Cristo, per imboccare la strada giusta e possibilmente evitare i pericoli e le insidie del cammino che già in parte conosciamo: superficialità, ripetitività stanca, clericalismo, tradizioni senza anima, esteriorità, mondanità spirituale. Nell’intraprendere il cammino dobbiamo ricordare che Gesù ci ha mandato in mezzo ai lupi e non ci ha assicurato un viaggio confortevole dietro a Lui. Inoltre ci ha chiesto di crescere nel discernimento:

“Quando si fa sera, voi dite: bel tempo perché il tempo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Mt 16,2‐3).

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  1. Chiesa in discernimento …

Per questo motivo accolgo la proposta di Papa Francesco, che facendosi eco del Concilio, chiede alla Chiesa di camminare spedita nel discernimento alla luce della Parola di Dio per lasciarsi interrogare dalla storia e dalla Parola e poter scegliere il vero bene . Egli stesso nella Evangelii Gaudium ha offerto questa prospettiva: «Ciò che intendo offrire va nella linea di un discernimento evangelico. È lo sguardo del discepolo missionario che si nutre della luce della forza dello Spirito Santo» (EG 50) e più avanti continua «Esorto tutte le comunità ad avere sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi» (EG 51).

1.1.        Da dove nasce la necessità del discernimento?

Ciascuno di noi è chiamato a sviluppare l’atteggiamento di discernimento cioè integrare nella vita spirituale personale e comunitaria e nell’attività pastorale la lettura della realtà attraverso la quale il Signore ci parla. Si tratta di cogliere nelle vicende della comunità cristiana una «storia di salvezza» che avanza. È importante pertanto non separare ciò che si crede (il deposito della fede, la fede creduta) da ciò che si fa, si sceglie, si trasforma in azione (la fede vissuta) ma piuttosto unirle insieme nella persona e nella comunità credente. Bisogna anche imparare a interpretare le «tensioni» che si possono verificare nel cammino cristiano, tra persone e comunità, tra istituzione e carisma, tra aggiornamento e inculturazione, tra tradizione e attualizzazione, come occasione per capire cosa fare per seguire davvero la volontà di Dio e rispondere alle sollecitazioni dello Spirito Santo. Insieme dobbiamo capire insieme cosa fare e avere una luce che ci aiuti in questa scelta, appunto questo è il discernimento, per poter agire secondo Dio.

Il discernimento si fa nel dialogo tra la nostra realtà quotidiana con la Scrittura, con la persona di Gesù, con la sua morte e risurrezione, con la presenza dello Spirito Santo, con la voce del Magistero ma anche scrutando il nostro mondo interiore di sentimenti e affettività, così che possiamo mettere insieme l’ortodossia (retto conoscere), l’ortoprassi (retto agire) ma anche il retto sentire, l’ortopatia. Tale riflessione, applicata alla vita cristiana e alla proposta pastorale, ci aiuta a comprendere e interpretare secondo Dio. Fare discernimento come singoli e come comunità è certo una conquista, ma prima di tutto è un dono di Dio, un carisma (1 Cor 12,10), dove lo Spirito Santo ha un posto speciale. Egli ne è il principio costitutivo (Rm 8,2.9-11.15) e la norma del nostro agire (Rm 8,2.4-5.9) .

1.2.        Come sappiamo se stiamo «scegliendo secondo Dio»?

Dio ci ha fatto conoscere la Sua volontà attraverso la Sua Parola, i comandamenti, la possibilità di utilizzare la nostra ragione, il Magistero della Chiesa. È un itinerario valido per tutti che però deve poi trovare la necessaria attuazione nel singolo e nella comunità cristiana. Come ci ricordava il Card. Martini, Dio educa a un tempo «personalmente e comunitariamente» . Gesù, nel Vangelo di Luca ci invita al discernimento, a deciderci per il regno di Dio (Lc 12,56-57) «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» E in un altro passo aggiunge: «Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio» (Gv 7,24). San Paolo insiste sul discernimento come modo di vivere in pienezza la vita cristiana: «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21) e san Giovanni raccomanda: «Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1Gv 4,1). La Chiesa, attraverso la voce del Magistero e della sapienza che viene dallo Spirito, avanza nello stesso cammino. «Il discernimento pastorale, dunque, è un percorso che si svolge attraverso il dialogo, in un clima di fede e di preghiera, tra il pastore e il fedele – quando è personale – e all’interno della comunità – quando è comunitario. Il suo obiettivo è una leale ed equilibrata comprensione della propria realtà da parte del fedele, per crescere nel bene e maturare nella vita cristiana. Pertanto, non è il pastore a dover indicare o suggerire soluzioni, ma è il fedele stesso a orientarsi per prendere una decisione cosciente e responsabile, coerente con le esigenze del Vangelo custodite dalla Chiesa» .

1.3.        Tutte le componenti ecclesiali sono chiamate a fare discernimento

Come pastori siamo chiamati a creare situazioni di discernimento per far emergere la partecipazione di tutti i cristiani all’edificazione e maturazione della Chiesa (Lumen Gentium 12).  Come vescovo con il mio presbiterio e i laici, ciascuno secondo la sua responsabilità, siamo chiamati a fare discernimento sulle diverse forme di azione pastorale (Presbyterorum Ordinis 6.9.14.15.17) e nel contribuire alla evangelizzazione (Apostolicam Actuositatem 3). C’è dunque un invito costante al discernimento perché tutta la comunità possa rispondere all’azione dello Spirito Santo .

1.4.        Caratteristiche del discernimento comunitario

Il primo passo del discernimento comunitario è avere coscienza e volontà di appartenere ed essere corresponsabili della vita della comunità. È il fondamento della «ecclesiologia di comunione» che deve fondare i rapporti tra presbiteri, consacrati, laici. La Chiesa, come ci dice san Paolo, è un corpo con molte membra che hanno funzioni diverse. Al centro di tutto c’è lo Spirito Santo che suscita ministeri, li unifica e dirige (Lumen Gentium 7.13.32). Insieme, nella corresponsabilità, si deve instaurare il rapporto tra laici e presbiteri, facilitato dai presbiteri parroci che guidano l’azione pastorale integrando tutti, compresi gruppi e movimenti. Il discernimento comunitario «nelle pratiche pastorali si avvale innanzitutto della lettura del contesto in cui ci si colloca, ma insieme del superamento dell’orizzonte puramente organizzativo di una presenza al mondo, che non riduca il mistero cristiano alla prassi, per quanto rinnovata .» Ecco perché è così importante il clima di preghiera che deve ospitare il discernimento, per non ridursi a un decidere cosa fare sullo stile delle riunioni aziendali. Esso si «applica all’interno della comunità credente in vista della ricerca e delle mediazioni migliori perché, nella legge della carità e nel rispetto dei diversi carismi, essa possa articolarsi e crescere in vista del Regno. Un secondo aspetto consiste nel rapportarsi della Chiesa al di fuori di essa, nel suo rapporto con le diverse società e culture, in una parola, con il “mondo” ad essa contemporaneo. Il discernimento, in questo contesto, mira a trovare le forme più idonee perché la Chiesa realizzi il suo essere mediazione della rivelazione in mezzo al mondo» . La Chiesa nel suo atteggiamento costante di discernimento è invitata a individuare e sostenere i carismi e i ministeri che sono presenti al suo interno, per poter realizzare sempre meglio la sua missione di annunciare il Vangelo e vivere la carità.

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  1. Alcuni principi del discernimento pastorale

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium  indica quattro principi che sono guida al discernimento pastorale. Sono stati ripetutamente citati e applicati a varie situazioni e anche nel contesto di questa riflessione essi offrono una grande luce.

2.1.        Primo principio: il tempo è superiore allo spazio (EG 222)

Riflettendo sul nostro modo di pensare e fare pastorale, come presbiteri ma anche come laici, riconosciamo che abbiamo un forte principio «spaziale» territoriale che è la parrocchia, la diocesi, la cittadina o paese dove si vive e talvolta il rione a cui apparteniamo. La tentazione è fissare in stereotipi le categorie, i gruppi. Parliamo infatti a volte di parrocchia di anziani, di giovani, rurale, urbana. Lo stereotipo ci fa pensare di mantenere tutto sotto controllo e forse trasformarci in padroni della situazione. Sapere ogni cosa, tutto quello che avviene, conoscere tutto. Si tratta della tentazione del dominio spaziale: il mio territorio, la mia autorità, che è nata come servizio alla comunità e poi rischia di trasformarsi in dominio. Dobbiamo convertirci a una visione di Chiesa che non sia solo quella geografica, ma piuttosto dinamica, un popolo che cammina, una storia che ci precede e ci segue. Siamo invitati a iniziare processi che segnino la vita delle persone. Dobbiamo metterci nell’ottica di dare inizio a trasformazioni, tracciare percorsi, lasciare in eredità uno stile, un modo di amare il Signore, più che occupare spazi di potere.

2.2.        Secondo principio: l’unità prevale sul conflitto (EG 226)

Andiamo d’accordo con chi ci assomiglia e la pensa come noi. Mentre con chi ha gusti e pensieri diversi dai nostri può nascere il conflitto. Anche la Chiesa, come la società, vive al suo interno dei conflitti. Abbiamo esperienza anche nella nostra diocesi di comunità cristiane dove vi sono conflitti permanenti tra gruppi, tra parroco e gruppi, tra persone che esercitano qualche servizio o ministero in parrocchia e gli altri cristiani. I motivi sono vari. Vi sono implicate le persone e gli stili relazionali. A volte sono dovuti allo stile liturgico, altre volte alla gestione economica o al concentrarsi di incarichi solo su alcune persone «collaboratrici» che faticano a integrare e lasciar spazio ad altre. Una via di soluzione è quella di accettare il conflitto, riconoscerlo, affrontarlo e farne un elemento per un ulteriore passo in avanti. Non si tratta di far finta che tutto vada bene e neanche vedere tutto in negativo, ma cercare di trovare il punto di unità, valorizzando ciò che unisce piuttosto che concentrarsi su ciò che divide. Su tutto deve prevalere il desiderio di evangelizzare, di far conoscere Gesù, cercando proprio nella passione per incontrare il Signore un punto di convergenza. Insomma, affrontare il conflitto ma ricordando che l’unità deve prevalere sul conflitto.

2.3.        Terzo principio: La realtà è più importante dell’idea (EG 231-233)

Come cristiani siamo spesso in tensione tra l’ideale che ci attrae e che per noi è una persona e ha il nome di Gesù Cristo e la realtà del vissuto quotidiano della fede che ci riporta sulla terra. Nella concreta vita della comunità è importante avere un ideale di chiesa che ha il potere di non farci fermare, di stimolare il desiderio di migliorare, di crescere. D’altra parte non si può vivere sulle nuvole o solo sognando ideali, ma bisogna fare i conti con la realtà concreta senza tuttavia «chiuderci» in quello che si vede, quello che c’è, senza lasciare spazio a quell’ideale che ha il potere di attrarmi, di scomodarmi. Sia come presbiteri che come cristiani in comunità siamo chiamati a mettere in dialogo queste due dimensioni: l’ideale e il reale. Partendo dalle persone con cui viviamo, partendo dalle nostre comunità concrete con le loro luci e ombre, dobbiamo percorrere un cammino di cambiamento.

2.4.        Quarto principio: il tutto è superiore alla parte (EG 234)

Questo principio vuole trovare l’equilibrio tra universale e particolare. La tentazione di chiudersi nella piccola realtà locale è sempre forte. Nella nostra Chiesa diocesana si avvertono talvolta tensioni tra progetto parrocchiale e proposta diocesana, iniziative della propria comunità e iniziative della Chiesa diocesana. Siamo chiamati a identificarci come popolo di Dio in cammino, dove la «particolarità» non può essere a scapito dell’universalità o una chiusura rispetto al cammino della grande comunità della Chiesa.

  1. I passi del discernimento: Riconoscere, interpretare e scegliere

Le indicazioni che Papa Francesco ci ha offerto per il discernimento comunitario sono utili per leggere la nostra realtà diocesana e cercare insieme nuovi cammini che ci facciano crescere nella comunione, nella carità e nella testimonianza della nostra fede. Assumendo un percorso che viene anche riproposto nell’Instrumentum Laboris in vista del prossimo Sinodo dei vescovi del 2018 dedicato ai giovani, vorrei articolare queste pagine nei tre momenti caratteristici del discernimento: Riconoscere, Interpretare e Scegliere. Siamo tutti chiamati, nel contesto della nostra vocazione specifica, a fare questi passi per poter meglio rispondere alla chiamata di Dio, costruire e far crescere la nostra Chiesa diocesana e soprattutto rimettere al centro della nostra vita il Signore Gesù.

  1. RICONOSCERE

Il discernimento è il cammino necessario per renderci conto del cambiamento in atto nella Chiesa al fine di poter operare scelte e decisioni non dettate dalle urgenze, dalle mode, dai bisogni personali ma dalla lettura delle realtà e della Parola di Dio che deve illuminarla. Tale discernimento non è solo compito del vescovo, ma richiede un procedere sinodale, fatto da tutto il presbiterio e dalla comunità cristiana . Siamo invitati ad un’analisi attenta per riconoscere e dare un nome a quanto stiamo vivendo come comunità e singoli. Superiamo la tentazione di assecondare la paralisi che ci prende un po’ tutti e ci fa dire «tanto non cambia niente».

                L’atteggiamento da coltivare è il vicendevole aiuto  nel fare discernimento, domandandoci: dove ci porta lo Spirito di Dio? L’obiettivo finale è quello di dare futuro alle nostre comunità cristiane che vogliono rispondere al mandato del Maestro di annunciare il Suo Vangelo e la Sua persona. Lo facciamo con umiltà, sapendo bene, come ci dice il salmo che «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori» (Salmo 126).

4.1.        Elementi strutturali

Inizio riflettendo su alcuni elementi della vita della Chiesa diocesana che chiamo strutturali. Si tratta della vita delle nostre comunità cristiane, dell’identità del prete e della qualità delle relazioni presbiterali e infine delle vocazioni alla vita presbiterale e religiosa. Sono temi in gran parte già conosciuti e più volte vi ho puntato l’attenzione. Essi si ripercuotono in modi diversi nel cammino totale della nostra chiesa diocesana, la influenzano, talvolta anche scatenando tensioni e fatica.

4.2.        Le nostre comunità cristiane

La statistica non è tutto ma aiuta. Sebbene non sia lo scopo di questa lettera fare analisi sociologica, non posso ignorare quanto gli studi del settore dicono circa il nostro territorio, specialmente il Medio Campidano e la Marmilla. Sono risapute le ferite originate dalla mancanza di lavoro con la conseguente fuga dai paesi, lo spopolamento, l’assenza di prospettive certe per i giovani che per questo motivo abbandonano le loro famiglie, la difficoltà nel prestare attenzione agli anziani. La riduzione dei servizi sociali nel territorio come la chiusura di scuole e dei servizi sanitari insieme alla trascuratezza della viabilità che rende ancora più difficile la situazione. Il quadro sociale incide direttamente e indirettamente sulla vita della comunità cristiana. Anche i numeri della nostra Diocesi ci interrogano . I battesimi, le cresime, i matrimoni cristiani, i cristiani che partecipano all’Eucaristia domenicale o ad altri incontri di formazione o solo alle celebrazioni diocesane presentano percentuali modeste rispetto alla popolazione che si definisce cristiana. Sono dati da interpretare, da leggere anche in riferimento ai dati regionali e nazionali ma che parlano di un cambiamento. Ci sarebbe da domandarsi con Papa Francesco: «un’epoca di cambiamento o un cambiamento di epoca?».

 Questa situazione ci avverte che non possiamo più pensare di vivere di rendita, se mai ci fosse stata questa tentazione. Non ci si può più sentire sicuri sul fatto che la nostra gente è «tradizionalmente cristiana» o che la nostra opera sia solo di conservazione . Sappiamo pure che non possiamo contare troppo sui raduni giovanili di massa. Il momento festivo che questi incontri rappresentano, spesso poi non ha riscontro nella ferialità della vita cristiana.

 Un certo numero di persone partecipano alla celebrazione e alla preghiera per le feste patronali, per i sacramenti (cresima, prime comunioni, matrimoni, funerali etc.) ma ci si rende conto che queste presenze appaiono sempre più passive e il Vangelo che dovrebbe illuminare il vissuto quotidiano sembra lasciato fuori quando si affrontano le scelte importanti della vita. Sia ben chiaro: non si tratta di piangere sui numeri. L’obiettivo di un pastore infatti non è avere tante persone o riunire le masse, ma piuttosto avere persone credenti che vogliono testimoniare la loro fede, nutrirla, farla crescere e testimoniarla. La preoccupazione è sulla qualità più che sulla quantità. La diminuzione dei cristiani delle nostre comunità  all’Eucaristia domenicale e agli altri momenti formativi non deve monopolizzare le nostre  energie con il solo obiettivo di ritornare ai numeri di un tempo ma piuttosto interrogarci se non sia il caso di lavorare di più sulla profondità di convinzioni e scelta di quanti ancora sono presenti nella comunità, proponendo nuove strade che ritornino all’essenziale della nostra vita cristiana: la relazione con Gesù, l’assimilazione della sua Parola come luce e guida nel cammino personale e comunitario. Accanto all’attenzione verso quelli che si avvicinano alla comunità deve esserci, non meno intensa, la preoccupazione per quelli che ormai ne sono ai margini o distanti o indifferenti.

                Bisogna lavorare perché la comunità cristiana sia «una comunità alternativa»,  cioè «una comunità che in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprime la possibilità di relazioni gratuite, forte e durature, perdono reciproco, manifestando la forza dello Spirito di Dio» . Dobbiamo fare nostro lo sguardo di Dio dentro la nostra storia (misericordia, perdono, incarnazione).  Come suggerisce il Card. Scola nella sua lettera pastorale dobbiamo aiutare la comunità a pensare secondo Cristo e pensare a Cristo attraverso tutte le cose.

4.3.        Qual è il primo scopo dell’evangelizzazione? Il primo e il principale è l’incontro con Cristo. Noi cristiani non crediamo in una dottrina o in un insieme di norme morali ma in una Persona, Gesù Cristo, che ci indica il senso della nostra esistenza. Già Papa Benedetto XVI e adesso Papa Francesco insiste su questa verità: essere cristiani non significa avere una bella teoria ma essere in relazione personale con Gesù. Questa verità che anima tutta la fede cristiana deve poi trovare una sua metodologia di realizzazione. In concreto ciò si realizza nella prassi pastorale. Semeraro indica due modelli: la pastorale organizzativa e la pastorale delle relazioni o generativa .

La pastorale organizzativa si rifà a un modello di parrocchia legato all’appartenenza, in uno specifico territorio e suppone che gli abitanti siano cristiani. Tutto si organizza attorno alla domenica e fornisce alle persone quanto è necessario per divenire e mantenersi cristiani. Il termine pastorale organizzativa non vuole avere una connotazione negativa ma piuttosto descrittiva. Il fulcro di questo modello è quello di «organizzare» la vita dei cristiani. Si organizza qualche cosa che esiste per permettere di raggiungere dei fini insieme.

La pastorale organizzativa, lo vediamo in più parti anche nella nostra Diocesi, è già in crisi, specialmente nel nostro tempo dove l’appartenenza al territorio non è più statica o durevole e le persone non si sentono legate in modo assoluto alla propria parrocchia. La Chiesa italiana più di 10 anni fa, aveva invitato tutti a prendere coscienza dei cambiamenti in atto, fra essi indicava lo stile di comunità parrocchiale chiusa in sé e autonoma che per tanto tempo aveva funzionato e servito bene le comunità. Oggi avvertiamo il pericolo della burocrazia parrocchiale e sentiamo il desiderio che le nostre comunità siano generative ed educative della fede, ma forse non sappiamo come fare, come cercare di iniziare un cammino diverso.

La pastorale generativa è appunto quella che non vuole fermarsi solo a conservare, ma si interessa prima di tutto alle persone, volendo entrare in relazione e dialogo con loro nei vari aspetti della loro vita. Quali sono le condizioni perché ci sia questa pastorale generativa? Anzitutto una pastorale delle relazioni. Nell’incontro, nella relazione sia fisica che spirituale, si genera. È importante per noi presbiteri, ma anche per tutti i cristiani, mettere al centro le relazioni: con il Signore, con gli altri. Non si tratta solo di «dare i sacramenti» ma di educare a una vita di fede. Per questo dobbiamo avvicinarci alle persone e non solo aspettare che vengano a cercarci . Dobbiamo essere accoglienti verso le persone e andare a cercarle nei luoghi di vita, per proporre loro il Vangelo. Accogliere e andare, ecco i due verbi che devono guidare la nostra vita comunitaria.

4.4.        A proposito di campanile…

Nel contesto della riflessione sulle nostre comunità cristiane, permettetemi una considerazione a proposito del «campanile». Questo concetto ha per me due significati. Uno, positivo, che ho sperimentato nelle mie visite: paesi e parrocchie anche piccole che ci tengono alle loro tradizioni, a far bene le loro feste e celebrazioni. In un contesto come il nostro del Medio Campidano e della Marmilla, segnato dalla povertà e dall’impoverimento del territorio, questo aspetto ha la funzione di unire le persone, di identificarle con la propria comunità, di farle sentire partecipi, attive, creative, non abbandonate. Per questo non bisogna superficialmente contestare il «campanile» quando esso significa identità, senso di appartenenza, espressione di comunità, specie nel contesto della latitanza dei poteri civili e nell’impoverimento progressivo della zona: poche scuole, pochi servizi di sanità, scarsità di momenti di incontri etc.

                L’altro significato di «campanile» è meno positivo rispetto al cammino di maturazione della comunità cristiana.  Infatti, la tendenza a ripiegarsi su sé stessi, a difendere la propria tradizione talvolta genera una forma di paralisi che si scontra poi con la realtà in cambiamento cui abbiamo accennato: scarsità del clero, età elevata, poche vocazioni, fatica nel coinvolgimento dei laici. Tutto ciò rende necessario e urgente ripensare la struttura e lo stile pastorale. Nell’ottica del discernimento dobbiamo leggere la realtà come il modo in cui Dio attraverso la storia ci parla, per indicarci nuovi cammini.

                L’invito è ad aprirsi alla collaborazione e alla condivisione, allo scambio e talvolta anche alla rinuncia per favorire altre comunità cristiane. Non si tratta solo di avere poco personale o degli orari difficili per conciliare liturgie quando si servono più comunità, quanto di capire che davvero siamo un’unica Chiesa e che l’essenziale è ritrovarci riuniti dal Signore che ci convoca, per spezzare il Pane e la Parola. Come cristiani, presbiteri e laici, dobbiamo aiutare le comunità cristiane a capire questa verità: tutti siamo chiamati dal Signore e dobbiamo incontrarLo. Spesso questa chiamata ci chiede di uscire da noi stessi per andare verso gli altri. «L’uscita» significa molte cose: da un atteggiamento di ascolto e condivisione a quello più concreto proprio di spostarci in un altro paese per celebrare i Santi Misteri. Ciascuno di noi deve educare sé stesso e gli altri in questa prospettiva. Se non lo facciamo noi, sarà la realtà stessa che ci obbligherà a farlo. Vivendo diversi anni in missione ho visto la conseguenza della scarsità di clero che ha costretto le comunità cristiane ad assumere, al principio con fatica e con certa resistenza, uno stile comunionale e collaborativo fra loro. Un cammino fatto come scelta più che come obbligo aiuterebbe molto.

 

4.5.        Il presbiterio e la fraternità presbiterale

In stretta relazione con la vita delle comunità cristiane è la presenza e il numero di sacerdoti attivi che esercitano il ministero nelle comunità. Dobbiamo tutti riconoscenza ai sacerdoti che, pur in età già avanzata, con generosità e amore danno ancora il loro prezioso contributo alla pastorale. Comunità e presbiterio si influenzano reciprocamente. Questo elemento è oggetto costante di riflessione. Lo ripropongo per il suo impatto per così dire «visivo». Esaminando con attenzione la fotografia del nostro presbiterio infatti non possiamo nasconderci che l’età e il numero pongono domande su come servire il popolo cristiano in un futuro sempre più prossimo. Se da una parte constatiamo la scarsità numerica dei presbiteri, dobbiamo chiederci – e questa è una domanda che faccio al presbiterio, ma anche a tutti i cristiani che devono sentirsi coinvolti in questo tema – se oramai non sia più rimandabile mettere fra le priorità non solo la qualità della nostra vita cristiana comunitaria, ma anche la qualità delle relazioni presbiterali e l’attenzione alle vocazioni al presbiterato. Non si deve pensare che questi temi riguardino solo il vescovo o i presbiteri o che siano aspetti marginali della vita ecclesiale. Essi sono talmente intrecciati con la vita della comunità, con la qualità del ministero, con il futuro della Chiesa, che ci riguardano tutti. Adesso!

 

4.6.        Fraternità presbiterale e fraternità ecclesiale…

Voglio affiancare al tema del ridotto numero dei presbiteri quello della fraternità presbiterale. In essa si rende concreta l’ecclesiologia di comunione che il Concilio Vaticano II ha voluto darci. «la fraternità presbiterale cresce e matura solo se cresce e matura la fraternità ecclesiale»  . Noi presbiteri dobbiamo essere per gli altri cristiani sacramento di fraternità, dobbiamo cioè mostrare con la nostra vita questa caratteristica. Insomma, la qualità della vita della comunità cristiana ha un legame diretto con la presenza della fraternità presbiterale. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare e che purtroppo, proprio perché non è stato sufficientemente approfondito, mostra i segni di fatica e usura. È possibile che la formazione non abbia educato alla convivenza con altri presbiteri. La felice intuizione del Concilio di Trento nel volere il Seminario per la formazione dei futuri presbiteri, con la struttura formativa concentrata sull’individuo, oggi deve essere ripensata. Di fatto la Chiesa attraverso il Magistero, insiste nel parlare di fraternità presbiterale, di collaborazione, di unità pastorale. Dobbiamo ammettere che nella nostra Diocesi   facciamo ancora certa fatica a camminare in questa direzione. Non nego che vi siano amicizie, collaborazione, un certo scambio. Riconosco le positività già presenti. Ma sappiamo che il cammino da fare è molto e non facile. Bisogna abituarsi ad uscire infatti da uno stile solitario e individualista, per pensarsi come collaboratori, fratelli, amici che servono la comunità cristiana.  Quali sono i passi che dovremmo fare per rendere sempre più visibile la fraternità presbiterale? Prima di tutto sentirci profondamente parte del presbiterio. Vivere l’appartenenza non come un aspetto esteriore ma sostanziale ed esistenziale. In poche parole, sono presbitero con una «famiglia di appartenenza». Sappiamo che la Chiesa insiste molto sull’ incardinazione dei presbiteri. Non si tratta solo di un elemento formale prescritto dal Codice di Diritto Canonico, ma piuttosto una condizione che si fonda sulla teologia del ministero: sei un sacerdote inserito in una Chiesa specifica, in una relazione specifica con il vescovo e gli altri presbiteri al servizio del popolo di Dio nelle comunità concrete.

In secondo luogo ricordarci che come presbiteri manifestiamo concretamente la nostra vocazione soprattutto nelle qualità delle relazioni che viviamo.  Questo significa tempo da dedicare all’ascolto, all’incontro, interesse reale alle persone (salute, situazioni, problemi). Credo che dobbiamo lavorare molto in questa prospettiva: aiutarci l’un l’altro, sostenerci.  Non si tratta di creare un club o un gruppo chiuso in sé ma crescere come persone che si stimano, si aiutano, si capiscono, si ascoltano, si sostengono reciprocamente, sono vicine ai presbiteri ammalati e anziani.

Infine, il presbitero in relazione con altri diversi da sé. Capita in molte riunioni che non si riesca ad intavolare un confronto sereno e costruttivo; si passa dal mutismo alle prese di posizione che non ammettono repliche, consapevoli del fatto che ciascuno nella propria parrocchia potrà regolarsi come gli sembra più opportuno, senza dover rendere conto ad altri. Vengono meno in questo modo il confronto e la correzione fraterna. Si scarica magari la responsabilità di questa brutta abitudine sull’educazione ricevuta in seminario, ma ben poco si fa per instaurare relazioni paritetiche che ci aiuterebbero a essere discepoli con gli altri discepoli. Si cercano o si sognano contesti più omogenei (forse legati a movimenti ecclesiali o a specifiche iniziative di spiritualità presbiterale) in cui sia più facile capirsi e confrontarsi. È un desiderio plausibile ma il vero confronto avviene tra coloro che sono diversi: i discepoli di Gesù, come ci dice chiaramente il Vangelo, non formano un club di soci accomunati principalmente dagli stessi gusti e interessi.

I nostri cristiani trarrebbero molto giovamento da un presbiterio che si vuole bene, che si aiuta, che collabora che non sparla o critica alle spalle. Devo ripetere che l’accenno alle difficoltà non deve farci dimenticare che abbiamo esempi luminosi di fraternità in diocesi, ma essi non possono essere lasciati solo alla buona volontà di alcuni, bensì devono trasformarsi in stile continuo di formazione e azione

Il numero ridotto dei presbiteri incide sullo stile di presenza pastorale. Bisogna superare la tentazione di ridurre l’attività pastorale solo alla celebrazione dei sacramenti, ma piuttosto sforzarsi di trovare spazi di incontro con i cristiani, tempi di ascolto, disponibilità per la confessione e la direzione spirituale, la formazione approfondita sui temi di vita cristiana. Qualcuno dirà che tutto questo già si fa o che sono gli stessi cristiani che non sembrano interessati alla confessione, ad essere ascoltati o formati. È un lavoro che richiede pazienza: si tratta di risvegliare il desiderio ad approfondire la vita cristiana, conoscerla, viverla. Sebbene non sia una ricetta magica, una maggiore fraternità presbiterale sarebbe il terreno per rendere più efficaci le unità pastorali, fondate quindi non solo su progetti da realizzare ma su uno stile di vita presbiterale che è fatto di aiuto reciproco, condivisione, preghiera, amicizia.

 

4.7.        Le vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa

Approfondisco ora un terzo elemento fra quelli che ho definito strutturali nella vita della nostra Chiesa diocesana. È collegato strettamente sia alla vita della comunità sia allo stile di pastorale. Si tratta della scarsità di vocazioni nella diocesi, specialmente per il presbiterato ma anche per la vita religiosa. Questa constatazione dolorosa ci interroga su quello che stiamo facendo per annunciare e comunicare la gioia di servire il Signore.

Non sono sole le vocazioni al presbiterato o alla vita religiosa che affrontano una grave crisi.  Conosciamo la fatica dei nostri giovani a vivere vocazionalmente il sacramento del matrimonio e il progetto di famiglia, spesso condizionati da pressioni dell’ambiente e della cultura del transitorio. Questa tema merita un approfondimento che sarà necessario riprendere in altra occasione.

La scarsità di vocazioni al presbiterato per la nostra chiesa Diocesana ha molteplici cause alcune delle quali già note: diminuzione demografica, la fuga dei giovani dal territorio, la tendenza delle famiglie a mantenere i figli vicino a sé sino a età matura, la poca visibilità sociale della vocazione presbiterale che di fatto la rende sconosciuta ai più o ridotta agli stereotipi  spesso non positivi veicolati dai media, la poca attrattiva per i giovani della proposta presbiterale, pregiudizi, cattivo esempio amplificato purtroppo dagli scandali anche gravi che coinvolgono ecclesiastici.

Pur con queste difficoltà, siamo grati al Signore per le vocazioni che ha donato alla nostra Chiesa in questi ultimi anni: due sacerdoti, un prossimo diacono, due seminaristi che stanno completando la loro formazione, qualche giovane che pensa di iniziare l’anno propedeutico al Seminario. Avvertiamo il bisogno di rispondere alla realtà che ci interpella tutti e ciascuno. Non si tratta di delegare agli incaricati, che comunque devono fare le loro parte, ma di essere noi «per contagio, per attrazione»  come diceva Papa Benedetto XVI, con la nostra presenza e testimonianza coloro che suscitano desiderio di servire Dio nella vocazione presbiterale. Dobbiamo renderci disponibili ad ascoltare i ragazzi, gli adolescenti, proponendo loro anche in modo esplicito la vocazione, nel contesto di una proposta più ampia che mira alla maturazione di sé come persona e come cristiano. L’accento è messo sulla vocazione presbiterale ma lo stesso si può dire della vocazione alla vita consacrata e delle vocazioni laicali in senso ampio.

Anche i laici devono sentirsi coinvolti nella preoccupazione per le vocazioni. La pastorale giovanile e vocazionale diocesana li aiuti a non rinunciare, sia in famiglia che in comunità, a questa loro responsabilità che nasce dall’essere Chiesa.

 

  1. Elementi dinamici e qualitativi

Dopo aver riflettuto, anche se sommariamente, su alcuni elementi strutturali della nostra vita ecclesiale, vorrei passare a considerare alcuni altri aspetti che chiamerò dinamici e qualitativi. Anche in questi vi è responsabilità e partecipazione dei presbiteri, dei diaconi e religiosi come di ogni cristiano.

 

5.1.        Essere sale, luce e lievito…

Il Signore ci ha chiesto di essere luce, sale e lievito (cf. Mt 5,13-14; 13,33).  Lasciandoci spronare da questo invito pressante, siamo chiamati a valutare e discernere la qualità della nostra relazione con la comunità. Riguardo al presbitero, è coinvolta in modo determinante l’idea che si ha di prete. Si tratta di riflettere ancora una volta con attenzione sulla nostra identità presbiterale-sacerdotale, poiché da essa dipende il modo, lo stile, con cui noi portiamo avanti anche la nostra pastorale ordinaria. Infatti l’idea «monarchica» del ministero ci porta a pensare che tutto dipenda da noi. Che siamo noi a dover fare ogni cosa e organizzare tutto e che niente si possa muovere o possa essere positivo o accolto se non proviene da noi. Questo modo di pensare, come è facilmente comprensibile, mette i cristiani laici nella condizione di passività e di attesa di ricevere tutto e crea quella condizione che purtroppo oggi talvolta viviamo nelle comunità dove il presbitero deve fare «l’uomo orchestra», ma senza lasciare spazio agli altri ministeri. Dobbiamo invece camminare con decisione nel coinvolgimento di tutti i cristiani nel cammino della comunità senza rinchiudersi in un piccolo cerchio di persone escludendo gli altri. Gli organismi che la chiesa indica come luogo di collaborazione per i laici vanno attivati o ri-attivati (Consiglio pastorale parrocchiale, Consiglio per gli affari economici). Anche nelle piccole comunità è importante che il prete non si lasci prendere dalla tentazione di fare tutto senza ascoltare i laici, senza sentire dei pareri e suggerimenti. Non trascuriamo i ministeri ecclesiali laicali e la loro promozione: lettori, accoliti, cantori, animatori liturgici, ministri straordinari della Comunione. Anche i laici sono chiamati dal Signore ad essere sale, luce e lievito e dunque uscire dall’atteggiamento di passività che talvolta può essere creato dallo stile pastorale di chi guida la comunità. Altre volte è piuttosto uno stile dettato dalla volontà di non farsi scomodare, di vivere una vita cristiana light, senza grandi impegni, di continuare «come sempre si è fatto». Se il presbitero deve coinvolgere i laici, i laici devono essere disposti a lasciarsi coinvolgere, a dare il proprio apporto e vivere il loro servizio alla comunità con passione e interesse.

 

5.2.        Identità del prete e della comunità cristiana

L’idea di prete che noi abbiamo (consciamente o inconsciamente) ricevuto nella formazione strutturata o nell’idea che noi ci siamo fatti del ministero) marca necessariamente anche l’idea di comunità cristiana che vogliamo realizzare. La domanda che guida il nostro operare è questa: dove voglio portare la mia comunità cristiana, la mia parrocchia? Quali sono gli obiettivi essenziali che voglio raggiungere o meglio quali sono gli obiettivi che voglio proporre ai cristiani e condividere con loro perché anch’essi si mettano in cammino? Con il termine «obiettivo» non intendo principalmente fare tante cose: una struttura, un corso di formazione, tante novene e processioni etc., anche se queste possono avere certa parte nel cammino della comunità, ma indicare ciò che è essenziale per la vita cristiana: conoscere e amare Gesù Cristo e ai fratelli, la vita cristiana vissuta nella quotidianità, il cammino di relazione personale con Dio, la vita di preghiera inserita nel contesto della propria vocazione, la carità verso i poveri. Siamo chiamati a fare una revisione profonda circa il nostro modo di comprendere e realizzare l’identità cristiana che si concretizza nel vissuto della comunità. Invito caldamente a rileggere come presbiterio e come comunità la Evangelii Gaudium che il Papa Francesco ci offre come itinerario di formazione per tutti.

 

5.3.        Comunità parrocchiale e cammino diocesano

Riprendendo la riflessione sugli aspetti qualitativi e dinamici di quel primo passo del discernimento che ho chiamato raccogliere, vorrei soffermarmi sulla relazione tra comunità parrocchiale e la comunità diocesana. Si tratta di una relazione importante perché dalla qualità e maturità di questo rapporto nasce anche la vitalità della Chiesa. La parrocchia è certo una realtà speciale, anzi il luogo dove la comunione ecclesiale è espressa immediatamente e visibilmente . Essa però è chiamata a un dialogo continuo con le altre realtà parrocchiali della diocesi armonizzando la dialettica tra particolare ed universale.  Come sappiamo, esiste la tentazione di chiudersi nel piccolo mondo personale, nella propria comunità a scapito di una visione più universale di Chiesa. Il tema delle unità pastorali trova qui la sua giusta collocazione. Sono nate sulla carta e proclamate con solennità nel recente Sinodo diocesano, dopo un lavoro di riflessione e confronto tra le varie componenti ecclesiali. È stato un passo importante. Vi sono dei tentativi di attuazione che già danno qualche frutto, ma in generale si può dire che si fa fatica e si stenta. Non si tratta di un compito che impegna solo il presbiterio, dato che devono essere coinvolte in questo processo le comunità, i cristiani, gli educatori a vari livelli che collaborano in parrocchia, i Consigli pastorali parrocchiali. Bisogna incontrarsi, parlarsi, confrontarsi, discutere ma avere alla fine come obiettivo la ricerca del bene dei cristiani e non del proprio campanile.

 

  1. Aspetti concreti della vita pastorale

Avviandomi verso la conclusione della prima fase del discernimento, il raccogliere, accanto agli aspetti strutturali e dinamici faccio adesso riferimento a qualche aspetto più concreto nel contesto della vita di una comunità cristiana. Mi rendo conto che questi elementi sono molteplici e richiedono analisi. Ne presento solo alcuni a modo di esempio. Inoltre sono tutti in connessione intima fra di loro e si influenzano reciprocamente nel bene e nel male. Tuttavia, quelli che propongo mi sembrano emblematici di tante situazioni che vivono le nostre comunità parrocchiali e su cui siamo chiamati a fare discernimento.

 

6.1.        Iniziazione cristiana e nuovi modelli

Nel dialogo con il presbiterio, specialmente con i parroci, si sta manifestando con sempre maggior intensità un certo disagio riguardo al tema dell’iniziazione cristiana : battesimo, Eucaristia, Cresima. È cosa risaputa che nelle nostre parrocchie, solo con qualche eccezione, si avverte la fatica e talvolta la frustrazione di portare avanti metodologie di formazione cristiana e proposte che sembrano non rispondere più alle esigenze delle famiglie e della comunità cristiana. Il classico catechismo, affidato a persone di buona volontà che offrono il loro tempo con generosità e dedizione, spesso da tanti anni, non riscuote consensi fra i ragazzi, i quali lo vivono piuttosto come qualcosa da far passare al più presto e chiudere in fretta. Qualche parrocchia fa il tentativo di passare dal catechismo tradizionale a nuovi itinerario di vera iniziazione. Si tratta di un’autentica rivoluzione nella comunità che suscita a volte adesione entusiasta oppure perplessità e persino rifiuto. Dobbiamo, come presbiteri, catechisti, laici, aprirci a queste nuove prospettive, anche con l’aiuto dell’Ufficio catechistico diocesano che deve stimolare la riflessione e la prassi, nell’intento di giungere, dopo le fasi di legittime e necessarie sperimentazioni, a scelte unitarie e condivise nella comunità parrocchiali.

 

6.2.        Coinvolgimento di tutta la comunità

Questa realtà ci interroga tutti: presbiteri e parroci, fedeli, famiglie, genitori, catechisti, educatori, bambini, ragazzi, giovani. Le domande che risuonano sono: perché si chiedono i sacramenti? Come ci si arriva? Quali sono i passi necessari perché il sacramento non sia ridotto solo ad un momento sociale, a una festa fra le altre che, pur nella sua positività aggregativa, poco incide nella vita interiore delle persone? I parroci mi manifestano la loro difficoltà a dialogare con genitori. Questi vogliono che i loro figli ricevano il sacramento senza essere disponibili a intraprendere un vero cammino di fede, ad approfondire e comprendere quello che si celebra e ciò che si vuole ricevere. Anche coloro che si dicono cristiani talvolta pensano la Chiesa come «distributrice» di sacramenti che sono dovuti, ma senza chiedersi quale sia l’impegno che si assumono e le condizioni per arrivarci. Il contesto ci chiede urgentemente un accompagnamento di chi deve ricevere il sacramento e della famiglia che lo chiede. Non nascondo che la realtà spesso non aiuta la realizzazione di ideali così chiari e condivisi sulla carta. Infatti i catechisti sono pochi, le famiglie non sempre collaborano e rimane ancora un atteggiamento che mira a ricevere il sacramento e considerarlo un fatto concluso, senza inserirlo in un contesto più ampio di maturazione del cammino cristiano, nel contesto liturgico e comunitario.

6.3.        Fuga del post-cresima e Oratorio

Fra i sacramenti, quello della cresima sembra suscitare maggiori difficoltà. Non è una novità per nessuno che nelle nostre parrocchie si assiste sempre più frequentemente a quella che qualcuno ha definito la “fuga post cresima”, quando i ragazzi, che hanno ricevuto il sacramento, iniziano a disertare l’appuntamento domenicale eucaristico e in genere la frequenza alla vita cristiana parrocchiale. Ci si interroga sui motivi di tale assenza e su cosa si dovrebbe fare per correggere questo stile. Da più parti si rimette in discussione l’impostazione generale di tutto il “processo” di formazione che si offre ai bambini e adolescenti, domandosi se non sia arrivato il momento di concepire in modo diverso questa tappa fondamentale, per non rischiare di riproporre un itinerario e una metodologia che poi di fatto non avvicina alla conoscenza del Signore, all’amore per Lui e per la Chiesa, ma sembra allontanare le persone. Diverse esperienze che si attuano già in diocesi mostrano che l’Oratorio (nella sua varietà e differenze di denominazioni e ispirazioni) e i momenti di incontri per i ragazzi e i giovani hanno la possibilità di offrire nuove opportunità di inserimento in comunità, attraverso un nuovo linguaggio adatto ai giovani. Dobbiamo insistere nella valorizzazione dell’Oratorio parrocchiale, anche se le forze sono ridotte, e stimolare la collaborazione e partecipazione dei genitori, degli adulti, dei giovani, perché si offrano come animatori. I presbiteri sono chiamati ad aiutare, coordinare, suscitare responsabilità senza pensare di dover far tutto. Trovo qui un punto di contatto con il tema della pastorale giovanile, tema che coinvolge le singole comunità cristiane e la Chiesa diocesana. Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, le realtà parrocchiali devono sentirsi parte della realtà diocesana, in quel dialogo che permette di stimolare la crescita di tutti, ma specialmente dei giovani, costruendo cammini personalizzati per la parrocchia ma anche aperti alle proposte diocesane. È un modo di far maturare la coscienza di appartenere a una comunità ecclesiale ampia. Si educa a uscire dal piccolo mondo, confrontarsi con altri, gioire di altre proposte e riportarle nel proprio vissuto quotidiano.

Il tema dell’iniziazione cristiana ma anche la preparazione agli altri sacramenti, specialmente il sacramento dell’Eucaristia e del matrimonio richiederebbe una trattazione più approfondita che cercheremo di fare coinvolgendo i Consigli presbiterale e pastorale diocesano. Nel contesto della raccolta dei dati, in vista del discernimento, ho solo voluto indicare i segni che la realtà della nostra vita ecclesiale diocesana ci pone davanti, per stimolarci tutti a chiederci “cosa devo fare? Come il Signore mi parla in questi avvenimenti? Cosa mi dice la sua parola per affrontare questa situazione? Come devo vivere anche queste realtà talvolta conflittuali?

 

  1. INTERPRETARE

 

Che lettura possiamo dare di questi dati che così sinteticamente ho elencato? Che luci possono venire da questi fatti della vita ecclesiale diocesane?

Non vi può essere sguardo attento ai segni dei tempi se non rischiarato dalla Parola di Dio che è per noi luce e guida. Infatti non si tratta solo di fare analisi sociologica o culturale o indicare ancora una volta elementi conosciuti, quanto di leggere i segni dei tempi, come ci invita Gesù, con la Sapienza che ci viene dallo Spirito.

 

7.1.        La Parola di Dio ci mette in guardia dal fondare la nostra speranza sui “numeri”. Davide fece lo stesso peccato, volendo contare il popolo per misurare la sua potenza (1 Cr 21,1-17). La tentazione di potere che nasce dal numero può annidarsi anche in noi. Non si tratta dunque di compiacersi dei numeri  ma, evidentemente, neppure sottovalutarli. Dobbiamo chiederci se a questi numeri, che poi sono persone con le loro storie, gioie e sofferenze, corrisponde un’effettiva relazione personale con Dio. Se il Vangelo è veramente entrato nelle fibre della persona, trasformandola, orientandola, cambiandola.

Certo, la diminuzione numerica ci interroga perché essa ha una conseguenza importante nella vitalità delle comunità cristiane, nell’annuncio del Vangelo e nel fare memoria della morte e resurrezione del Signore. Non che sia negativo avere tante persone tutte insieme per una celebrazione. Ma sappiamo bene che una cosa è un momento «festivo» e corale altra cosa è il ritorno alla ferialità, dove in ultima analisi, si gioca la verità della testimonianza. Dobbiamo meditare e discernere meglio, a mio giudizio, sullo stile evangelico del chicco di senape o del poco lievito che fa fermentare la pasta. Lo stile del Vangelo è in questa dialettica continua, dove il cristiano e la comunità cristiana accettano di essere «fermento» e piccolo inizio, per stimolare il mondo a lasciarsi guidare dal Signore.

Ecco allora che dobbiamo puntare a valorizzare quello che già c’è nel senso di aiutare i cristiani ad approfondire la loro relazione personale con Cristo e, al tempo stesso, preoccuparci di avvicinare quelli che sono in periferia, ai margini, lontani. Non dobbiamo lasciarsi tranquillizzare dalla riuscita delle feste patronali o altri eventi simili, pure importanti, ma chiederci se la gente sa davvero pregare e stare con Cristo da sola, se le azioni quotidiane sono illuminate dal Vangelo, se sa leggere e ascoltare la Parola di Dio per trarne luce per il cammino quotidiano. Come ci ricorda l’apostolo Giacomo:

“Perché se uno è uditore della parola e non realizzatore, costui assomiglia a un uomo che guarda il proprio volto in uno specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica qual era. Chi invece rivolge lo sguardo alla legge perfetta, quella della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato, ma come uno che la osserva, costui troverà la propria felicità nel praticarla” (Gc 1,23-25)

 

7.2.        Uscire e andare verso la periferia…

Il Signore ci viene incontro, come il padre della parabola (cf. Lc 15,20), scrutando l’orizzonte per scorgere il figlio in cammino verso casa. Egli ci cerca anche se noi non lo cerchiamo, come ha fatto il buon Pastore con la pecorella smarrita e la donna con la moneta perduta. Il Signore vuole da noi un atteggiamento libero di ricerca e lo sollecita. Ma capisce anche la nostra infermità e talvolta la paralisi che ci blocca. È nella generosità di Dio “fare il primo passo” e compire il primo gesto come ci ricorda Papa Francesco:

“La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa (EG 24).

 

La lettura della realtà nei suoi elementi di diminuzione numerica, scarsità di clero e di vocazioni, impone di restituire alla comunità cristiana un’attenzione che privilegi la qualità della testimonianza, la profondità della formazione, il ritorno all’essenziale nel rapporto con Dio, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito.

Il tema del numero dei presbiteri poi è strettamente legato alla qualità anche della vita della comunità. Sono le comunità che devono generare le vocazioni: un sacerdote attivo genera comunità generanti, comunità generanti e attive generano sacerdoti. Dobbiamo aiutare i cristiani a capire che c’è una precisa responsabilità di tutti nel favorire la nascita e crescita delle vocazioni al matrimonio cristiano o alla vita consacrata e presbiterale.

 

7.3.        Preghiera e testimonianza

Viviamo la tentazione di sottovalutare la potenza della preghiera per le vocazioni. Può darsi che non ci crediamo abbastanza, che la parola di Gesù “pregate il padrone della messa perché mandi operi per la sua messe” (Lc 10,2) non sia effettivamente entrata in noi. Già Papa Benedetto XVI diceva che il cristianesimo agisce per “contagio” e non per proselitismo. Dobbiamo dunque interrogarci tutti, presbiteri e cristiani, se la nostra vita parla, se dice qualche cosa ai giovani, se essi ricevono da noi testimonianza. Come si può vedere gli elementi che ho considerato nella analisi: situazione della comunità cristiane del nostro territorio, scarsità di clero, problema vocazionale, qualità della testimonianza cristiana, sono strettamente interconnessi e si illuminano o affondano insieme. Dobbiamo ristabilire un circolo virtuoso che permetta la circolarità di impegno e di bene fra comunità, presbiteri e vocazioni.

 

  1. SCEGLIERE

 

Alcune indicazioni per l’azione pastorale

Il discernimento non può esaurirsi solo nell’analisi della realtà e neanche nell’offrire un’interpretazione approfondita delle motivazioni che generano le situazioni analizzate. Esso deve, alla luce dello Spirito di Dio che illumina i segni dei tempi, tradursi in azione e scelte concrete.  I segni che vediamo nella realtà della nostra Chiesa diocesana ci invitano a meditare e capire cosa il Signore ci sta dicendo e anche verso dove dobbiamo camminare. Quali sono le scelte, le priorità che ci vengono suggerite e possono avviare processi di maturazione, di cambio, di crescita nella fede e nel modo di vivere la propria vocazione cristiana?  Indico, senza voler essere esaustivo, alcuni elementi di prassi pastorale che mi pare nascano dal confronto con la Parola e possono aiutarci a discernere gli aspetti indicati nella «raccolta dei dati della realtà». Non si tratta di un decalogo né di un manualetto per la pastorale, ma solo di alcune indicazioni che sarebbe opportuno rileggere e condividere negli incontri comunitari in parrocchia, nei consigli pastorali, nelle riunioni della unità pastorale o di forania.

 

8.1. Conversione del cuore a Cristo e apertura allo Spirito: “Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,17-24). “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). Anche il miglior programma pastorale deve nascere da un cuore convertito a Dio. Non c’è programma efficace se prima non parte dal desiderio di conoscere, amare e servire il Signore Gesù e rispondere alla Sua chiamata a essere sale della terra e luce del mondo. Ciascuno di noi dunque si rimetta in cammino in questo itinerario di conversione del cuore e della mente, vincendo l’apatia e il desiderio di fuga in una utopica comunità perfetta  o di immobilismo che ci fa dire “si è sempre fatto così”. La nostra apertura a Dio non è frutto dello sforzo umano o di qualità personali, essa è prima di tutto dono dello Spirito che ci rende sapienti secondo Dio e ci apre alla disponibilità di una risposta generosa, di apertura al Trascendente, capax Dei, capaci di conoscere Dio e il dono che Egli fa di sé stesso. È Dio che si apre a noi e ci rende capaci di risposta.

 

8.1.        Ascolto della Parola: “Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta». (Mt 13, 23).  “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc 1,23-25). Invito i presbiteri a far crescere la comunità nella pratica del discernimento alla luce della Parola di Dio. Aiutiamo i cristiani a leggere la Parola nel contesto della vita quotidiana. Organizziamo incontri che aiutino a comprendere ciò che si ascolta nella Liturgia e quello che si legge nel Vangelo. Facciamo in modo che imparino a pregare la Parola. Senza sacrificare le espressioni tradizionali della fede che tanta importanza hanno nei nostri paesi, evangelizziamo quello che c’è: le feste, gli incontri, le processioni, illuminando tutto con la Parola del Signore. Il successo del lavoro pastorale di un parroco dovrebbe consistere nel fatto che ha insegnato ai cristiani della sua comunità a pregare, meditare il Vangelo, leggere la vita con gli occhi della fede, tradurre in carità quanto pregato e meditato.

 

8.2.        L’Eucaristia domenicale: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga (1Cor 11,26). “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3,16). Un congresso eucaristico nazionale di qualche anno fa aveva come tema «Non possiamo vivere senza la domenica» riprendendo l’espressione dei martiri di Abitene (303 d.C.) «sine dominico non possumus», dove la parola “dominico” si presta ai due significati: senza l’Eucaristia o senza la domenica non possiamo vivere. Vien messo in evidenza il contenuto della domenica: la resurrezione del Signore e la Sua presenza nell’evento eucaristico.

Riprendiamo con energia e intelligenza la celebrazione dell’Eucaristia domenicale. Si tratta di curare questo momento fondante della comunità attorno all’annuncio di Cristo morto e risorto. Coinvolgiamo le persone, curiamo l’accoglienza, il canto, le letture, i gesti, la preghiera. Evitiamo le distrazioni e le improvvisazioni. Facciamo della celebrazione eucaristica, come dovrebbe essere, il centro dell’incontro con Cristo Risorto, la porta del Mistero, la costruzione della comunità. Non lasciamoci andare alla trascuratezza sia come presbiteri che come cristiani laici. Valorizziamo i nostri diaconi permanenti e i laici perché aiutino l’assemblea a prepararsi bene.

 

8.3.        Curare la preparazione dell’omelia: “E ora, vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia, la quale può edificarvi e darvi l’eredità di tutti i santificati. (At 20,32). In stretto contatto con l’ascolto della Parola e la cura dell’Eucarestia domenicale sta la preparazione dell’omelia. Un famoso dizionario inglese, il Webster, tra le definizioni di omelia mette quella di “dare consigli in modo noioso”.  Purtroppo è quello che spesso pensano i nostri cristiani delle nostre omelie.

L’omelia fatta a partire dalla Parola è un momento importante per la comunità. Occasione privilegiato per poter formare i cristiani che spesso vediamo solo in occasione della celebrazione domenicale. Vi sono esempi di comunità che meditano insieme la Parola, così da arrivare alla domenica avendo assimilato ciò che il Signore offre e non ridursi ad essere “ascoltatori distratti”. Come ci ricorda Enzo Bianchi, ai presbiteri è affidata la Parola ma essi stessi sono affidati alla Parola (cf. At 20,32) . Perché è proprio la Parola che ci spinge, ci giudica, ci anima, ci conforta. Ma perché questo sia reale è necessario un ascolto assiduo e anche la messa in pratica della parola. È un compito primario quello di annunciare a tutti l’Evangelo. Per fare questo dobbiamo meditare, pregare, vivere la Parola di Dio. Nella predicazione dobbiamo fare in modo che emerga il Signore che parla e non piuttosto le nostre parole e le nostre idee. Nel fare l’omelia dobbiamo avere coscienza che la Parola di Dio si traduce nell’oggi della nostra comunità con il suo cammino, le difficoltà, gli interrogativi.

 

8.4.        Formazione dei catechisti: “Ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. (1Pt 3,15). Il documento La Formazione dei Catechisti nella Comunità Cristiana mette al centro di un cambio sostanziale nello stile di fare catechesi la formazione e la sinergia tra comunità, coinvolgimento delle famiglie e catechisti «Nel processo formativo occorre ripensare la figura di catechista che si vuole promuovere, sapendo che non si può cambiare nulla, se non viene continuamente sviluppata, alimentata e motivata la formazione. Il coinvolgimento della comunità e della famiglia non diventano significativi, se non c’è un vero e proprio gruppo di accompagnamento dell’iniziazione cristiana.»   L’Istituto di Formazione Teologica di San Gavino è valido aiuto formativo per i nostri catechisti; utilizziamolo, anche suggerendo ai responsabili temi e approfondimenti che vediamo necessari.  Inoltre, non accontentiamoci solo di coloro che sono disponibili da sempre nelle nostre parrocchie per essere catechisti (e verso i quali deve andare la riconoscenza e la stima dell’intera comunità). Osiamo proporre questo servizio-ministero ad altri, a uomini e donne, ai genitori, ai giovani.  Formiamoli e prepariamoli a trasmettere il messaggio di Cristo e del Vangelo, non con uno stile “scolastico”, che genera reazioni e rifiuto nei ragazzi, ma con un cammino di vera crescita nella fede .

 

8.5.        Educare ai Ministeri e valorizzare i doni di ciascuno: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,4-7).

Qual è il motivo dell’attenzione della nostra chiesa diocesana ai ministeri liturgici? Non può nascere solo da una necessità o dal desiderio di far partecipare alla liturgia i fedeli laici. Dall’ecclesiologia e dalla riforma liturgica proposta dal Concilio nasce l’esigenza di recuperare l’esercizio dell’unico sacerdozio di Cristo, celebrando ciascuno secondo il proprio grado e nello specifico ministero. Spieghiamo perciò ai cristiani, specialmente agli adulti quali possono essere i diversi  ministeri al servizio della comunità: lettore, accolito, cantori, ministri straordinari della Comunione, animatore liturgico etc. e aiutiamo l’intera comunità a riscoprirsi tutta ministeriale .

 

8.6.        Valorizziamo anche nelle piccole comunità il Consiglio pastorale parrocchiale, non considerandolo come un elemento decorativo o inefficace ma come reale espressione della fede e della creatività dei cristiani della parrocchia o dell’Unità pastorale.

Anche il consiglio parrocchiale per gli affari economici diventi realmente uno strumento di discernimento per le scelte da farsi in comunità e non soltanto un luogo in cui si approva quanto già deciso dal parroco. Oggi in modo particolare conosciamo tutti l’importanza della trasparenza in materia economica. La Chiesa ci invita a informare con chiarezza sull’uso dei contributi che provengono dall’8×1000, per crescere sempre nella credibilità e nella fiducia di coloro che attraverso la Chiesa vogliono manifestare la loro carità concreta.

 

8.7.        Appartenenza e partecipazione alla vita diocesana: si avverte talvolta una tendenza al «campanile» e a certo isolamento delle comunità. Le proposte diocesane servono a rinvigorire il cammino di tutti. Non possiamo fare da soli, condurre da soli, costruire comunità da soli. Siamo dentro una Chiesa. Pertanto invito i parroci a migliorare la risposta alle iniziative diocesane, coinvolgendo i cristiani della parrocchia, i giovani, i bambini. Penso specialmente a quanto viene proposto per i nostri giovani attraverso il programma della Pastorale giovanile. Certo le proposte si possono sempre migliorare, ma siamo invitati a non chiuderci per principio a tutto ciò che viene proposto a livello diocesano. Dobbiamo unire le forze per creare momenti di incontro efficaci, ben preparati e coinvolgenti. Anche le parrocchie di piccole dimensioni, che forse si trovano con un numero esiguo di ragazzi e giovani, non si sentano affatto escluse dalle proposte diocesane e non smettano di stimolare la partecipazione alle divere iniziative di carattere diocesano.

 

8.9. Evangelizzare la religiosità popolare e le tradizioni delle nostre parrocchie. Si sente l’urgenza di evangelizzare le tradizioni e le feste, molto radicate nel nostro territorio e tra la nostra gente, in onore dei santi. Il nostro compito non è certo quello di eliminare, per gusti personali questa o quella tradizione, quanto di darle spessore e profondità con una conoscenza sempre maggiore della parola che Gesù ci rivolge nel Vangelo. La religiosità popolare viene riconosciuta e valorizzata nella Chiesa. Il Sinodo diocesano lo ricorda: «la religiosità popolare ha saputo tradurre e riesprimere con linguaggi, gesti, riti e tradizioni localmente condivise la fede profonda radicata nel vissuto dei singoli e delle comunità locali»  Dio ci ha parlato e parla nel Suo Figlio e attraverso la pedagogia della Scrittura. L’ascolto della Parola solo nel momento celebrativo dell’Eucaristia non è sufficiente a nutrire la vita spirituale, anche perché spesso tale ascolto è disturbato da tanti fattori: lettura non curata, rumori, distrazioni, poca preparazione etc. È preferibili spendere del tempo nel rendere familiari i cristiani con la Parola di Dio eventualmente sacrificando altri progetti, pure buoni, ma che non toccano il centro. Fra le prime preoccupazioni del presbitero a guida della comunità cristiana deve esserci quella di rendere i cristiani familiari con la Scrittura, così che sappiano leggere, meditare, pregare e trasformare in azione concreta il Vangelo. In questo contesto si inserisce anche la formazione delle Confraternite. Si sta già facendo qualche passo in questo senso, ma invito di nuovo i parroci che hanno Confraternite nelle loro parrocchie a offrire loro momenti formativi per recuperare la solida spiritualità che le ha originate. Inoltre, come già ha indicato il Sinodo diocesano, i parroci aiutino i Comitati e gli organizzatori delle feste popolari religiose a rispettare lo “spirito sacro della festa, le norme morali e una attenzione privilegiata per i poveri della comunità”  .

 

8.10.  Le missioni popolari: nel contesto della ri-evangelizzazione di tante tradizioni delle nostre comunità, può essere di aiuto riproporre, come alcuni presbiteri e laici mi hanno suggerito, le missioni popolari.  Si tratta di un tempo intenso di preghiera, incontro, condivisione, approfondimento che può aiutare le comunità, specialmente quelle un po’ passive a riprendere il cammino con più entusiasmo. Si tratta di una metodologia antica che attualizzata nell’oggi può offrire non pochi spunti di un forte momento comunitario di preghiera e incontro, da cui si può poi ripartire con un cammino di formazione da svilupparsi durante l’intero anno liturgico.

 

8.11.      Formazione permanente dei presbiteri, dei religiosi e religiose, dei laici. Invito anche tutti a valorizzare e invitare i cristiani delle proprie comunità ai corsi dell’Istituto di Formazione Teologica di San Gavino e all’utilizzo della biblioteca annessa. Vi è una varietà di offerta di corsi che possono aiutare coloro che sono incamminati per il diaconato permanente, i catechisti, coloro che si preparano per i ministeri, i presbiteri che vogliono mantenere la loro formazione teologica e tutti i cristiani che vogliono approfondire al loro fede e darne ragione: «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Siamo chiamati a continuare la nostra formazione permanente, laici, religiosi, presbiteri, per mantenere quel dialogo con il mondo che ci circonda e approfondire sempre la nostra vocazione cristiana.

 

8.12.      Incoraggiare, formare, sostenere la famiglia cristiana

Ogni comunità cristiana, ogni presbitero parroco è chiamato a chiedersi come aiutare e formare le nostre famiglie. Il Sinodo ha parlato dei «gruppi di famiglia» cioè coppie di coniugi che si incontrano e creano condivisione e crescita . La famiglia vive oggi una grave crisi, anche nella nostra diocesi, originata da tanti fattori che sono stati oggetto di riflessione del Sinodo straordinario sulla famiglia. Siamo però anche consapevoli della presenza di segnali di speranza che il Papa Francesco ha poi sintetizzato nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, invitandoci a leggere i segni dei tempi e fare discernimento alla luce della Parola di Dio. Invito i parroci e i laici ad approfondire questo testo del magistero papale per farne oggetto di riflessione e portarlo poi nella prassi della comunità

 

8.13.      La vita consacrata, una ricchezza per la nostra Diocesi: in varie occasioni ho sottolineato che la Vita Consacrata è un dono per la nostra Chiesa diocesana. Attraverso la testimonianza delle religiose e di un piccolo gruppi di religiosi che provengono dal continente africano, la comunità diocesana è arricchita dei carismi della vita consacrata. La nostra Chiesa ha delle persone che con generosità, dedizione e competenza si dedicano all’educazione e formazione delle nuove generazioni ma anche alla cura degli anziani. Mentre ringrazio per questo servizio, invito i consacrati a rendersi disponibili e collaborare nella pastorale della parrocchia e della diocesi, impreziosendola con il loro carisma specifico. Invito le Consacrate a continuare a curare la loro formazione, approfondendo la riflessione teologica e la conoscenza delle Parola di Dio, per rendere maturo il proprio cammino cristiano ma anche per aiutare le tante persone che avvicinano nel loro servizio quotidiano e chiedono loro una parola, un consiglio, un suggerimento.

 

8.14.      La presenza in mezzo a noi di persone di altre nazioni e religioni: anche nelle nostre comunità stanno arrivando o sono già presenti uomini e donne di altre nazioni e religioni o altre confessioni cristiane. Il tema dei migranti suscita timore e disponibilità, resistenze e desiderio di fare qualche cosa. La Diocesi, in sintonia con l’invito di Papa Francesco, sta cercando, in accordo con la Caritas diocesana e in dialogo con i Sindaci, di realizzare forme di accoglienza. Ci apriamo a queste persone di altre fedi con atteggiamento di dialogo, testimoniando la nostra fede e rispettando la loro, senza imporre, ma proponendo e attraendo verso Colui che guida la nostra vita.

 

In fine, più che una conclusione una nuova partenza…

Al momento di chiudere questa lettera mi ritorna in mente l’immagine del messaggio nella bottiglia che ho utilizzato nelle prime pagine. La speranza è che questo messaggio arrivi, venga raccolto e letto, susciti riflessione personale e comunitaria, stimoli le domande e il desiderio di rispondere. Adesso viene affidato a voi, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Ales-Terralba.

Mi rendo conto che sarebbero tante le cose importanti su cui riflettere. Ne ho scelto alcune per stimolare la comunità diocesana a riprendere il cammino e fare qualche passo in più. Concentrare lo sguardo sul discernimento, leggere i segni dei tempi e lasciarsi illuminare dalla Parola di Dio è un compito impegnativo ma necessario se vogliamo non solo conservare e curare ciò che è stato fatto ma anche inoltrarci in nuovi sentieri e, come dice Gesù, «prendere il largo» (Lc 5,4).

Non tutto dipende da noi. Non siamo soli nel nostro impegno di fedeltà a Gesù. Proprio Lui, che rimane sempre fedele, ci rimane accanto, cammina con noi, sostiene la nostra fatica di comprendere e discernere, così come ha fatto con i discepoli di Emmaus: «27E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui». (Luca 24,27).

Mi consegno alla vostra preghiera e vi porto tutti nella mia, specialmente le persone ammalate e sole. Invoco su ciascuno di voi la materna intercessione di Maria, Madre di Dio e nostra Madre, che veneriamo con il titolo di Santa Mariaquas.

+ Roberto Carboni

 

 

Ales, 18 settembre 2017

Solennità di Santa Mariaquas

Patrona della Diocesi di Ales-Terralba

 

Preghiera a Maria, Madre di Gesù, venerata in Diocesi con il titolo di Santa Mariaquas.

 

Maria dell’Acqua pura,

nostra Madre nel Figlio

cuore disponibile all’ascolto

Porta del Verbo della vita

rendici attenti alla voce

del Padre

affinché generiamo

ogni giorno Gesù

nelle parole e nelle azioni.

 

Maria dell’Acqua viva,

donaci la Fonte

che disseta l’arida terra

del cuore

senza amore

senza perdono.

 

Maria dell’Acqua zampillante

Insegnaci il cammino

Della carità e della lode,

ottieni ancora per noi,

che non abbiamo vino,

il miracolo di Cana.

 

Santa Maria dell’Acqua perenne,

nostra Patrona,

pellegrina

con noi pellegrini,

insegnaci il canto di gratitudine

per lo sguardo d’amore

che il Signore rivolge

alla nostra povertà.

 

Amen

 

+Roberto, vescovo

 

 

DOMANDE PER LA VERIFICA PERSONALE E COMUNITARIA

(Può essere utile lasciarsi stimolare da queste domande negli incontri in parrocchia)

 

  1. Sappiamo discernere la volontà di Dio per noi e per la nostra comunità leggendo i segni dei tempi e la Parola di Dio che ci interroga?
  2. Siamo abituati a cercare nella preghiera e nella lettura della Scrittura la luce necessaria per scegliere, decidere la nostra azione secondo il Vangelo?
  3. Da quanto tempo non leggo il Vangelo? Il mio ascolto della Parola è affrettato, superficiale, scontato, funzionale alla preparazione di incontri?
  4. Che incidenza ha la mia fede nella vita di famiglia? Orienta il mio stile di relazione con i familiari? Con gli altri membri della comunità cristiana e con le altre persone?
  5. Come mi mettono in questione le chiese che si svuotano, i giovani che fanno fatica ad avvicinarsi alla Chiesa, la fatica di credere?
  6. Che cosa fare concretamente, oltre al lamentarci, perché l’annuncio del Vangelo sia di nuovo attraente per tutti, ragazzi, giovani adulti?
  7. Come conciliare tradizione e rinnovamento? Come capire che se anche debbo valorizzare la tradizione della mia comunità, devo anche essere aperto a collaborare e condividere con altre comunità cristiane?
  8. Come coinvolgere i giovani nella vita della comunità cristiana
  9. Come aiutare i presbiteri, specialmente i parroci, ad aprirsi alla collaborazione con i laici. Come stimolare i laici perché mettano a disposizione i loro carismi e doni?
  10. Accolgo come un itinerario utile e privilegiato i programmi e le iniziative della pastorale giovanile e vocazionale in Diocesi? Le iniziative dei vari uffici: catechistico, famiglia etc.…
  11. Mi interesso al programma dell’Istituto di formazione teologica per approfondire la mia fede, condividere con altri la ricerca e la riflessione?

 

Momento di verifica delle indicazioni pastorali: La verifica è finalizzata non tanto a stigmatizzare le mancanze ma piuttosto a stimolare la ripresa del cammino.

Programmare incontri con il consiglio pastorale e con la comunità parrocchiale per chiedersi:

             come è stata recepita la lettera pastorale?

             Che risonanza ha avuto nei singoli e nella comunità?

             Che cosa rimane delle tante iniziative?

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