STORIA DI CASA NOSTRA

Gonnosfanadiga, la miniera di Perd’e Pibera nell’industria italiana

La direzione della miniera
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di Tarcisio Agus
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La Sardegna, a metà del 1800, divenne oggetto di attenzione da parte di numerose società italiane e straniere per la ricerca di materie prime per sostenere le esigenze di sviluppo industriale in atto.  Tutti i minerali estratti nell’isola varcarono sistematicamente il Tirreno a eccezione di modeste quantità, in particolare la galena e la blenda, di cui si cercò di verticalizzarne una parte in modeste fonderie, tra le quali quella di Villacidro lungo il Rio Leni che entrò in esercizio nel 1743. Per dodici anni mantenne una produzione stabile sino al 1806, prima d’essere smantellata.

Nell’Arburese si trova il filone più lungo della Sardegna (12 Km), da Sciria (Guspini) a Gennamari (Arbus), passando per le più importanti miniere di Montevecchio e Ingurtosu. Il sistema filoniano dell’Arburese si estende sino alle falde del Monte Linas. Nel 1870 si contano, tra ricerche e concessioni, 32 miniere nel territorio di Arbus, 16 in quello di Gonnosfanadiga, 6 a Guspini e 4 a Villacidro. I minerali principali erano costituiti dalla galena argentifera e dalla blenda. Ma non mancano altri minerali alcuni anche importanti per i periodi storici precedenti come la Cassiterite (SnO2), nella miniera di Canale Serci a Villacidro, un biossido di stagno, componente essenziale quest’ultimo in associazione con il rame per la produzione del bronzo, metallo assai noto in Sardegna e nel territorio del Medio Campidano sin dal XII sec. a. C.

Imbocco galleria Ribasso Porru

Fra le numerose miniere dell’Arburese, Perd’e Pibera (detta anche Riu Planu is Castangias) a Gonnosfanadiga, sorprese i ricercatori per il ritrovamento di un raro minerale, la Molibdenite (MoS2), un bisolfuro di Molibdeno. Le ricerche ebbero inizio nel 1870, la Società siderurgica francese Petin Guadet interessata ai minerali di ferro per i suoi altiforni inviò in Sardegna nel 1858 Leon Gouin, ingegnere minerario, imprenditore e archeologo, già attivo nel Medio campidano nel 1861 in qualità di ispettore e ingegnere capo nella miniera di Gennemari & Ingurtosu, di cui divenne direttore nel 1869 e poi dal 1877 al 1884. Le indagini e le ricerche di Gouin, nella miniera gonnese, però, non risposero alle aspettative della società siderurgica francese in quanto non fu trovato ferro. Sul finire del 1800 la miniera passò alla società belga Vieille Montagne, fondata nel 1837 e presente in Sardegna già dal 1865, con interessi non tanto di sfruttamento minerario quanto di acquisizione di quote maggioritarie delle società già operanti nell’Isola.

Su Perd’è Pibera, come su molti altri insediamenti partecipati, la società belga era senza dubbio interessata alla blenda, da cui ricava lo zinco, in quanto la società per azioni “Societè des Mines et Fonderies de zinc de la Vieille Montagne” era l’unico produttore di zinco del Belgio. Non si sa quanta blenda e galena abbia prodotto, quante maestranze vi operarono e quando lasciò la miniera, con molta probabilità questo avvenne alle soglie della prima guerra mondiale. Lo scoppio delle ostilità ridusse di molto le possibilità di libera circolazione delle merci e dei capitali e certamente la società belga concentrò le sue attività nelle miniere più importanti e produttive di Calamina (minerale complesso ricco di zinco) dell’iglesiente, eloquente è l’opera ingegneristica intrapresa nel 1923/24 per la realizzazione di Porto Flavia a Iglesias.

A Gonnosfanadiga i lavori di scavo e di ricerca ripartirono nel 1918 a opera della più importante impresa metalmeccanica nazionale, l’Ansaldo. Costituita nel 1853 con il marchio di “Gio. Ansaldo & C”, su iniziativa del governo sabaudo, per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario. Nel 1910 la società ligure cominciò a investire anche nel settore minerario visto il crescente bisogno di materie prime. L’operazione fu affidata a un giovane valente ingegnere minerario, Giuseppe Brezzi.

Sicuramente la “Gio. Ansaldo & C” fu attratta dalla miniera di Perd’è Pibera per la presenza dalla Molibdenite, minerale richiestissimo dalle industrie siderurgiche europee sin dal 1790 per ottenerne il Molibdeno, metallo importante nelle leghe metalliche e nell’indurimento degli acciai resistenti alle alte temperature, nonché per la produzione di elettrodi e catalizzatori. La Molibdenite è costituita da piccole lamine color grigio e anticamente veniva confuso con il piombo anche per la sua malleabile consistenza. Durante la prima guerra mondiale i tedeschi usarono i cannoni al molibdeno il più noto era la “Grande Berta”, con una canna di 5,88 metri ed il peso di 43 tonnellate. Avere una propria miniera di Molibdenite per la più grande impresa nazionale significava non dipendere da società estere per le produzioni d’acciaio resistente, inoltre l’insolito minerale reso in polvere impalpabile si trasformava in un importantissimo lubrificante che non perdeva la sua azione pur sottoposto a altissime o bassissime temperature.

Lo sfruttamento della miniera venne ripreso nel 1925 con l’escavazione di nuove gallerie e pozzi, ma già quattro anni dopo nel 1929 a seguito della grande depressione economica che investì il mondo industriale, anche l’Ansaldo dovette ridurre la sua attività, tanto da non riuscire a risollevarsi e nel 1933 fu salvata grazie all’intervento dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI).  Una nuova ripresa dei lavori si ebbe 1936 con l’acquisizione della concessione da parte della Società Anonima Nazionale Cogne, nata dalla nazionalizzazione attuata dal governo fascista nel 1927 delle miniere di ferro valdostane di Cogne, già di proprietà della Gio. Ansaldo & C che le acquistò nel 1915.

Abitazioni operai e uffici

L’attuale strutturazione del villaggio minerario di Perd’é Pibera rispecchia l’opera dell’ultima concessione con le sue gallerie e le strutture a bocca di miniera che ancora la caratterizzano, in particolare la laveria, collegata con la galleria principale nel Ribasso Porru da una breve decauville, mentre le officine e le case dei minatori si distaccavano dal complesso minerario, posta in posizione elevata e dominante la villa del direttore. I dipendenti erano140: 100 minatori e 40 addetti agli impianti di flottazione (laveria).

Nel 1938 si raggiunse la produzione di 250 chilogrammi di Molibdenite pura al giorno. Questi livelli produttivi si mantennero fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando la richiesta del minerale precipitò ancora una volta, ma la chiusura della miniera, nel 1943, pare fosse dovuta alla mancata fornitura di nuovi macchinari necessari all’incremento delle produzioni a causa dell’affondamento del piroscafo che li trasportava. Da quel momento non si hanno notizie della ripresa delle produzioni a esclusione dell’utilizzo degli impianti di flottazione per il trattamento della fluorite estratta dalle miniere di Monreale e Perda Lai a Sardara di proprietà di un certo Peddis, prima del passaggio alla Società Silius nel 1963. Quest’ultima attività pare avesse contribuito a determinarne la definitiva chiusura dell’area mineraria per le proteste dei gonnesi che denunciavano la torbidità delle acque del Rio Piras dove confluivano gli scarichi; attraversando l’abitato di Gonnosfanadiga le piene del rio rischiavano di pregiudicare anche la qualità delle acque dei tantissimi pozzi presenti lungo il suo corso e tanto preziosi per i gonnesi. La Società Cogne nel 1952 rinunciava alla concessione.

Oggi il patrimonio, recuperato dall’amministrazione comunale di Gonnosfanadiga, è diventato, anche grazie all’opera dell’azienda regionale Forestas, il parco più vasto del Medio Campidano. Meritevole di tranquille escursioni fra boschi secolari per gli amanti delle oasi verdi, ma anche base di partenza per mete più ambite nel massiccio del Monte Linas.

 

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