EMOTIVAMENTE

La responsabilità sociale

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di Alice Bandino*

Mai come da Marzo si era sentito parlare in maniera così massiccia di buon senso, che tradotto in lessico emotivo equivale a quella competenza che, se ben modulata, misura il grado in cui un soggetto è cooperativo, collaborativo e si sente parte del proprio gruppo sociale, competenza inter-personale chiamata appunto responsabilità sociale. Questa competenza emotiva forma, insieme all’empatia e alle buone relazioni interpersonali, quelle capacità interpersonali proprie del modello di Bar-on dell’intelligenza emotiva sociale. Comprendere gli altri, essere consapevoli e saper apprezzare le emozioni altrui; instaurare rapporti interpersonali sani e soddisfacenti diminuisce lo stress dovuto a molteplici altri fattori, bilanciando la negatività con l’ottimismo e la positività, altri due importanti costrutti emotivi.

La responsabilità sociale favorisce ad aumentare il benessere globale di ognuno di noi, ma molto spesso perde importanza per eccesso di banalizzazione e riduzione a libera interpretazione e più comunemente usato come sinonimo di buon senso, come anticipato prima. L’ultimo dpcm è stata la conferma che non tutti e non sempre ci sentiamo socialmente responsabili, perché se lo fossimo stati tutti, la cronaca non avrebbe raccontato una realtà parallela alle richieste che la lotta al Covid ci impone per Fasi, da Marzo. Se tutti avessimo osservato le norme studiate da un preciso Comitato tecnico che annovera competenze professionali di eccellenza nonostante sui principali Social, è sufficiente avere una connessione e un dispositivo per accedere online e per potersi permettere di sbeffeggiare e squalificare queste stesse norme. Come stiamo capendo, la scienza ha smentito il populismo, dimostrando a gran voce che se in otto mesi alle variabili imprevedibili (calo delle temperature, mutazioni del virus, tempistiche per la creazione del vaccino, collasso dei reparti ospedalieri, improvvisi focolai ecc..) si aggiungono quelle prevedibili dal non seguire le norme che tutti ormai conosciamo (mascherina, distanziamento, lavaggio frequente delle mani, divieto di assembramenti, il rispetto delle capienze e distanze nei mezzi di trasporto, l’app immuni) contro la diffusione dei contagi, tutti i sacrifici fatti son stati inutili.
È inutile ribadire che cercare un solo colpevole non è costruttivo, la colpa è collettiva, perché la responsabilità sociale stessa è collettiva, e il fallimento dell’una predice il fallimento di tutti. Come possiamo dunque condividere attivamente l’importante competenza? Innanzitutto è basilare avere fatto propri i principi dell’alfabetizzazione emotiva e del lessico emotivo. Dovremmo quindi saper riconoscere le nostre emozioni e poi quelle altrui per capire che le conseguenze dei nostri egoismi visionabili sul web in atti collettivi come marce, scioperi e assembramenti vari in giro, in barba ad ogni regola, non solo di buon senso, ma di qualsivoglia logica. Questa realtà parallela non si cura del dolore, dei malati, della morte di tutte le vittime dirette e indirette; i negazionisti non si preoccupano delle emozioni scaturite da questa pandemia; forse non reggono tutto il dolore che psicologicamente scaturisce da un trauma come questo virus. Abbiamo fatto nel giro di pochi giorni dai fasti carnevaleschi ai nefasti giorni di semplice clausura per tanti, ma per altri oltre alla clausura si è sommato lo stress di lutti improvvisi e morti a distanza, di lacrime e dolore; immedesimarsi in questi ultimi è spesso straziante, dietro ogni singola morte si cela una singola vita che ognuno di noi rende personale ed eccezionale in base alle proprie capacità e volontà. Basterebbe raccontare una delle tante vite cambiate dopo il Covid, per suscitare emozioni nei lettori atte a provare almeno a immaginare come sarebbe ora la nostra vita se fossimo stati noi o qualche nostro affetto tra le vittime; sentirsi accolti e capiti è tra i bisogni umani e accogliere e capire i bisogni dei più vulnerabili ci rende socialmente responsabili. Ora si è visto come l’aver trascurato ad esempio l’adeguamento dei trasporti alle richieste del rientro scolastico, ha reso i nostri studenti pendolari più a rischio degli altri studenti e questi ultimi ugualmente più a rischio pur seguendo magari correttamente le norme. La soluzione della D.A.D. è stata scongiurata ma ugualmente paventata, probabilmente perché gli esperti l’avranno consigliata come più economica di un’eventuale spesa per l’aumento dei mezzi pubblici, dispendioso ma necessario per scongiurare un aumento eccessivo dei contagi nel viaggio essenziale per recarsi a scuola.

Chi non ha voluto seguire le regole, ha negato l’evidenza e negare l’evidenza non è indice di un corretto senso di realtà e può essere un campanello di allarme per il rischio di sviluppare alla lunga psicopatie con sintomi più seri come paranoie, spesso in un continuum esasperato di complottismi e eccessiva attivazione per qualsiasi teoria negazionista e anti-ufficiale.
L’educazione emotiva insegnata sin dall’infanzia può prevenire queste carenze socio emotive che poi se protratte nel tempo e nelle generazioni impediscono all’uomo di essere flessibili e recettivi al cambiamento e alle richieste dell’ambiente; non adeguarsi alle norme sociali per non perdere la propria libertà si è dimostrato spesso uno specchietto per le allodole posto per strumentalizzare l’opinione pubblica e delegare ad altri la responsabilità che ognuno di noi dovrebbe invece avere per evitare un altro spiacevole lock-down.

*psicologa

www.psygoalicebandino.it

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