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La Sardegna e l’insularità, tela di Penelope dei giorni nostri

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di  Francesco Diana
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Francesco Diana

La Sardegna, geologicamente la regione più antica dell’Italia poggia, come la vicina Corsica, su un basamento roccioso staccatosi dall’Europa continentale in corrispondenza delle coste meridionali della Spagna e della Francia, intorno al Miocene. Anche i suoi abitanti, come sancito da un recente studio compiuto a livello universitario sul cromosoma (Y), quello che determina il sesso maschile, ha permesso di accertare che il primo nucleo di abitanti venuto a popolare la Sardegna proveniva dall’Europa e non dall’Africa o dall’Oriente, come spesso ipotizzato. Lo dimostrerebbe la particolare caratteristica dei rispettivi DNA la cui somiglianza, però, ha inciso solo in minima parte sulla “sardità” dei suoi abitanti che, al contrario, discende in larga parte dalle particolari vicissitudini storiche che nei secoli ne hanno forgiato il carattere e radicato una lingua che non ha uguali al mondo.

A prescindere dalle invasioni barbariche che hanno fatto stragi dei sardi lungo le coste o dal dominio esercitato da Fenici, Cartaginesi, Romani, Spagnoli ecc., i sardi non hanno mai goduto di lusinghieri giudizi, neanche da parte dei propri connazionali. Dante Alighieri, ad esempio,  nella Divina Commedia cita spesso la Sardegna, collocando sempre i sardi nel Purgatorio o nell’Inferno, A tal proposito citiamo il Canto XXIII del Purgatorio, dove il poeta accusa le donne barbaricine di andare in giro a seno scoperto: «chè la Barbagia di Sardigna assai né le femmine  più è pudica che la Barbagia dov’io la lasciai…» o, per quanto concerne la lingua sarda, il capitolo 9 del libro I del “De Vulgari Eloquentia” dove sostiene che; «Sardos etiam qui non Latii sunt, sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine  proprio vulgari esse videntur, gramaticam tamquam simiae honines imitantes», ossia: «Anche i sardi, che non sono Latini, ma che sembra si possano associare ai Latini, poiché sembrano gli unici a non disporre di un proprio volgare, imitano la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini, dicendo “domus nova” e “dominus meus”».

Sempre nei riguardi della lingua, lo stesso Fazio degli Uberti nel “Dittamondo” così si esprime:

«Io vidi che mi parve meraviglia una gente che alcuno non intende né sanno quel che altro bisbiglia» e nonostante ciò, come ancora lo stesso Dante nel XXII Canto dell’Inferno: «E a dir di Sardigna le lingue lor non si senton stanche».

Il richiamo ai concetti espressi dal “Sommo Poeta” e dallo stesso Fazio degli Uberti nei riguardi della Sardegna e la sua gente, deve essere inteso come dimostrazione del fatto che, nei secoli, l’immagine della Sardegna non appare sostanzialmente diversa agli occhi dei connazionali residenti dall’altra parte del tirreno; tanto è vero che una delle punizioni più ricorrenti e temute nella pubblica amministrazione fino a tempi abbastanza recenti,  si esprimeva con la nota minaccia: «Ti mando in Sardegna».

Tale concetto è così radicato al punto che ancora oggi, anche se in forme diverse e forse involontariamente, è espresso da qualche personaggio pubblico attraverso i media.

L’esteso preambolo, per rendere più comprensibili le rivendicazioni dei sardi nei confronti dello Stato, specie nei riguardi dei disagi che lo stato d’insularità comporta, perché ciò costituisca uno stimolo ad attuare le misure necessarie perché il: «Ti mando in Sardegna» non suoni più come una punizione, ma sia inteso come un normale trasferimento nell’ambito dello stesso Paese.

È pur vero che la nostra “Sardità” si trascina appresso anche il giudizio che sui sardi è stato da sempre (ingiustamente, secondo molti) attribuito all’Imperatore Carlo V: «Pocos, locos Y mali unidos»; tuttavia è pur vero che siamo una Regione dell’Italia, Patria che abbiamo contribuito a realizzare anche col sangue dei nostri antenati, fin dal compimento dell’unificazione nazionale.

L’insularità per la Sardegna, se da un lato rappresenta un punto di forza sotto l’aspetto turistico, dall’altro penalizza la popolazione residente a causa dei pesanti disagi che ciò comporta, specie in assenza delle misure necessarie capaci di annullare lo svantaggio e garantire «un’effettiva parità e un reale godimento dei diritti» fra tutte le regioni del paese.

Diciamo subito che anche noi non siamo esenti da colpe poiché, in vigenza del regime di “Democrazia Rappresentativa”, la nostra proverbiale indolenza politica ci porta a ritenere esaurito il proprio dovere civico, apponendo una croce sul simbolo di quello o quell’altro partito politico e scegliendo la figura a noi più gradita. Rinunciare, poi, all’ambizione di conoscere le scelte che saranno adottate su nostra delega, è diventata ormai un’abitudine consolidata nel tempo.

Diciamo anche, per contro, che le personalità politiche destinatarie della nostra incondizionata fiducia, dimenticano spesso di aggiornarci sul loro operato, spesso per pigrizia ma anche in virtù dell’attuale disorganizzazione periferica dei partiti politici.

Ricade perciò sui media il compito d’informarci su ciò che ci riguarda, con servizi che, pur con la necessaria obiettività derivante dal rigoroso rispetto della deontologia professionale, non possono che essere espressione del pensiero di chi li realizza.

Per questi motivi ogni tanto, colpiti nell’orgoglio, ci capita di sentire l’esigenza di approfondire le nostre conoscenze attraverso la consultazione di atti, dati e fatti di libero accesso, su cui maturare le nostre convinzioni personali, anche in prospettiva delle scelte da operare in occasione di future competizioni elettorali.

L’argomento che di questi tempi suscita il nostro interesse e ci sollecita ad approfondire le conoscenze in proposito, riguarda la condizione “d’insularità”, che penalizza i sardi più degli abitanti di qualunque altra regione peninsulare.

Per i problemi che ciò trascina e per gli effetti che si spera possa produrre, c’intriga  l’attuale vertenza portata avanti dai nostri Sindaci nei confronti dello Stato, supportata da una consistente sottoscrizione popolare, tendente a produrre il reinserimento della condizione d’insularità all’interno della Costituzione Repubblicana italiana col dettato: «Lo stato riconosce il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità e provvede alla tutela dei diritti individuali e inalienabili garantiti dalla Costituzione. La Repubblica dispone le misure necessarie a ricostituire un’effettiva parità e un reale godimento dei diritti».

Come noto, infatti, la Carta Costituzionale del 1948 – Parte II, al 3° comma dell’Art. 119 – Titolo V, fra l’altro recitava testualmente: «Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali».

Successivamente, il 30 giugno 1997, su proposta della Commissione Parlamentare per le riforme Costituzionali, poi supportata dai risultati del Referendum popolare svoltosi il 7 ottobre del 2001 (votanti il 34,1% degli aventi diritto- Favorevoli 64,2%- Contrari 35,8%), ebbe inizio l’iter parlamentare che portò alla promulgazione della legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001- “Modifiche al Titolo V della parte II della Costituzione”, che modificava il testo dell’art. 119/1948, inserendo in luogo dell’originario comma 3, la dicitura: «Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni».

Nella sostanza, quindi, spariva lo specifico riferimento all’insularità, indice di maggiori oneri in termini di trasporti, commercio, diritti alla salute, istruzione e quant’altro, tutti elementi di fragilità che avrebbero dovuto destare maggiore attenzione da parte del legislatore, poiché impediscono il conseguimento delle pari opportunità con gli altri cittadini d’Italia e d’Europa.

A questo punto è inevitabile chiederci: «Dov’erano i nostri delegati politici nel momento in cui veniva sostanzialmente modificato il Titolo V della Costituzione».

C’è dato a sapere che tale modifica, oltre che richiesta dall’Europa quale giusta integrazione all’ordinamento riguardante gli aiuti di Stato, sia stata introdotta in attuazione e copertura costituzionale alla riforma riguardante il Federalismo fiscale, fortemente voluta dalla maggior parte delle forze politiche nazionali.

Ovviamente ci siamo chiesti quale potrebbe essere la posizione dell’Europa rispetto a quanto richiesto, dalla Sardegna in particolare, giacché:

  1. a) fin dal 1997 il Parlamento Europeo ha affrontato il problema dell’insularità, adottando una risoluzione che prevedeva di «avviare una politica adeguata integrata alla specificità delle regioni insulari dell’Unione Europea»;
  2. b) l’art. 130 A del “Trattato di Mastricht”, sottoscritto da Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Spagna in data 7 febbraio 1992, recita: «Per favorire lo sviluppo armonioso dell’insieme della Comunità, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica e sociale. In particolare la Comunità mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e il ritardo delle regioni meno favorite, comprese le zone rurali», concetto successivamente ribadito dall’articolo 174 – Titolo XVIII, del “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea” del 26 ottobre 2012;
  3. c) il 16 maggio 1997 il Parlamento Europeo ha adottato una “Risoluzione«per una politica integrata adeguata alla specificità delle regioni insulari dell’Unione Europea» (vedasi G.U. C. n. 167 dello 02.06.1997, pag. 249);
  4. d) l’art. 158 del “Trattato di Amsterdam” del 2 ottobre 1997, che costituisce la base giuridica della politica economica e sociale dell’Unione, non solo sottolinea che per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme della Comunità occorre rivedere il divario tra i livelli di sviluppo delle diverse regioni, ma si sofferma, in particolare, anche sulla riduzione del ritardo delle regioni meno favorite o insulari, comprese le zone rurali.

Da quanto esposto ci sembra di capire che l’azione intrapresa dalla Sardegna per la reintroduzione del concetto di “Insularità” nell’articolo 119 – Titolo V della Carta Costituzionale, oltre che per il formale riconoscimento della propria specificità territoriale, economica e sociale, serva in modo specifico per ricordare all’Unione Europea, specie in questo momento di particolare turbolenza, i concetti contenuti nel citato “Trattato di Mastricht”, laddove si afferma che «L’Europa rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri e che la preminenza del Diritto europeo viene meno ogni qualvolta incide sulle strutture fondamentali delle Costituzioni nazionali».

Ciò detto, da autentici profani quali riteniamo di essere, abbiamo maturato la convinzione che gli strumenti legislativi vigenti, sia in campo nazionale sia europeo, sono già per sé più che sufficienti per mettere in atto le misure necessarie, atte ad assicurare parità di diritti ai sardi nei confronti delle altre regioni.

L’attuale contrapposizione Regione-Stato-Comunità Europea, che rischia di privare la Sardegna dei sacrosanti diritti riguardanti la “Continuità Territoriale”, sottintende più una lotta di natura politica fra i contendenti, che una carenza di norme in ambito regionale, nazionale e comunitario, a danno di tutti i sardi.

Tuttavia, poiché le nostre carenze in Diritto non ci consentono di valutare a fondo l’azione intrapresa dai Sindaci, vogliamo almeno sperare che la reintroduzione della specificità insulare nella Costituzione italiana non richieda tempi biblici, al pari dei suoi effetti, e ci auguriamo di cuore di non dover assistere, ancora una volta, a una sorta di “Tela di Penelope” di natura politica, a danno dei sardi.

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