Cultura

La storia del PCI raccontata da Giorgio Galli e la figura del suo ultimo grande leader nel ricordo di Mario Sciolla

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di Antonio Obinu
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La ricorrenza dei cento anni trascorsi dalla nascita del PCI costituisce una valida opportunità per uno sguardo critico sul nostro passato, recuperare la memoria su personaggi e vicende del XX secolo nonché, più in particolare, sicuramente per conoscere meglio i 70 anni di vita del partito. Fra i tanti pubblicati a cavallo fra questo e l’altro secolo, un volume in particolare merita sempre un’attenta lettura; si tratta dell’opera di Giorgio Galli, recentemente rinnovata nell’edizione a cura de “La Scuola di Pitagora” (Napoli, 2021).

Un classico sull’argomento scritto da uno dei politologi più apprezzati scomparso nel dicembre scorso. Un’opera valida per gli studi storici, arricchita nel corso degli anni da Gramsci fino al calar del sipario sull’esperienza politica del socialismo reale, fino alla fine del ruolo svolto dai grandi partiti di massa soprattutto per quanto riguarda la loro capacità di cogliere e interpretare le trasformazioni sociali in atto e i bisogni che ne scaturiscono.

La possibilità di far riferimento ad un elettorato di base autenticamente popolare è stato il punto di forza intorno al quale si è sviluppata l’esperienza politica all’interno del PCI nei cui principi si sono riconosciuti cittadini di diversa estrazione sociale, dove si è formata una buona parte della classe dirigente e che soprattutto, come avveniva negli altri partiti di governo, ha difeso il valore della democrazia. Nel suo stile sobrio ed essenziale, Galli racconta la vita del più importante Partito Comunista dell’Occidente europeo durante l’epoca della Guerra Fredda. Spiccano i nomi dei grandi uomini del Congresso di Livorno, Togliatti, Pajetta, Longo, Cossutta, Natta. Non poteva mancare, naturalmente, quello di Berlinguer che, con buona probabilità è stato nel partito l’ultimo grande dirigente dotato di particolare carisma – riconosciutogli anche da chi non votava PCI –  a capo della segreteria, la più lunga dopo quella del “Migliore”, in oltre un decennio carico di forti tensioni sociali e crisi politiche internazionali.

Chi ha avuto modo di conoscerlo, per aver condiviso la militanza politica nello stesso partito, ne conserva sempre un ottimo ricordo anche dal punto di vista personale. È il caso di Mario Sciolla al quale rivolgiamo alcune domande per riportare alla luce la figura del mai dimenticato leader politico sassarese.

L’ultima volta di Enrico Berlinguer in Sardegna è stata proprio nel 1984 quando al termine di una marcia di protesta a sostegno della vertenza occupazionale della realtà sarda, tenne un comizio a Cagliari davanti a migliaia di persone. Fu anche una delle sue ultime apparizioni in pubblico, prima della manifestazione di Padova quando il leader politico fu colpito da un malore causandone la morte l’11 Giugno. La tappa cagliaritana fu anticipata da una serie di visite nei principali centri dell’isola dove ebbe modo di incontrare autorità locali, esponenti politici e semplici simpatizzanti.

Allo scopo di capire meglio la figura di Berlinguer, riportiamo le impressioni del dottor Mario Sciolla che in quegli anni ricopriva l’incarico di vicesindaco ad Iglesias.

Cosa ricorda di quell’incontro?

Ricordo innanzitutto la moltitudine di persone, non tutte necessariamente iscritte al PCI, che volevano incontrare Enrico Berlinguer anche per un semplice saluto, tale era il carisma che lo contraddistingueva. Si avvicinò una ragazza che manifestava in difesa del proprio posto di lavoro: gli consegnò una lettera dove spiegava le preoccupazioni sue e dei suoi colleghi. Una volta rientrato a Roma, Berlinguer scrisse alla segreteria federale raccomandandosi di seguire e monitorare con attenzione la vertenza. Pur trattandosi di una situazione lontana dai riflettori nazionali, per Berlinguer meritava giustamente l’interesse suo e del partito a testimonianza di quanto fosse scrupoloso il modo di operare.

Quale è stato il vuoto lasciato da Berlinguer non solo nel PCI ma in tutta la politica italiana?

La mia impressione è che il partito fosse ad un bivio: il grosso consenso elettorale registrato negli anni precedenti non era stato tuttavia sufficiente a far sì che il Partito Comunista diventasse una forza di governo. Il rischio concreto era una sorta di “rinculo”, che avrebbe determinato una perdita consistente di voti. Questa era la sfida che attendeva Berlinguer. La distinzione di correnti all’interno del partito, senza un confronto di idee e contenuti sarebbe stata incompatibile con quella che era la sua figura.

Quale sarebbe stato, a suo parere, l’impegno politico di Berlinguer in questo periodo?

Rispondere a questa domanda non è semplice: il panorama politico italiano è cambiato notevolmente perché sono cambiati i tempi, sono cambiati gli strumenti di comunicazione e soprattutto è cambiato il modo di fare politica. Sicuramente avrebbe spinto per una discussione più ampia sui contenuti e sulle tematiche; un confronto piuttosto che uno scontro verbale.

Come definirebbe Berlinguer?

“Sardo, italiano e internazionale”. In Sardegna abbiamo avuto tre personaggi che rispecchiano questa definizione: Antonio Gramsci, Emilio Lussu ed Enrico Berlinguer

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