FURTEI. SCEMPIO AMBIENTALE

La vergogna continua: proseguono con ritardo i lavori di bonifica della ex miniera d’oro

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di Simone Muscas
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Dai primi mesi del 2018 hanno preso avvio i lavori di bonifica dell’ex miniera d’oro di Furtei e oggi, a oltre un anno e mezzo, sono in tanti a chiedersi quale sia lo stato dell’arte delle opere e se quel territorio tornerà davvero ai suoi antichi splendori.

Sulla questione, di recente, ha fatto luce l’assessore regionale dell’ambiente Gianni Lampis: «Secondo la relazione di Igea», ha spiegato, «sono in corso le attività di messa in sicurezza nelle aree estrattive di “Is Concas”, “Sa Perrima”, “Su Masoni”, “Santu Miali”. Risultano eseguite ulteriori attività tra cui la posa della tubazione di scarico dell’impianto di trattamento acque e varie altre attività di manutenzione dei presidi esistenti, mentre è in fase conclusiva la procedura di gara per la fornitura e l’installazione dell’impianto di trattamento acque. Il ritardo accumulato è di circa un anno per l’impianto di trattamento e di oltre un anno per la realizzazione della  barriera. Attraverso il servizio Tat (Tutela dell’atmosfera e del territorio) abbiamo già sollecitato la società Igea il rispetto dei tempi attivando tutte le possibili azioni utili a contrarre le tempistiche di attuazione del progetto e a garantire, per quanto possibile, il rispetto del cronoprogramma degli interventi».

Alla luce delle parole di Lampis, da pochi mesi alla guida del suo assessorato, l’iter starebbe quindi sì procedendo, ma con evidente ritardo sulla tabella di marcia: non proprio ciò che in tanti avrebbero voluto sentir dire visto che si sta parlando di una storia che, sin dalle sue origini, ha rasentato il limite dell’assurdo.
Protagonista di questa vergognosa vicenda locale, come in tanti sanno, la società estrattrice “Sardinia Gold Mining” resasi (ir)responsabile, dopo aver fatto i propri profitti per un decennio nel campo dell’estrazione dell’oro, di non aver messo sul tavolo neppure un euro per le operazioni di bonifica che, come già detto in precedenza, vengono invece finanziate (in barba al principio del “chi sporca paga”) con soldi pubblici e gestite da una società, l’Igea, partecipata della stessa Regione Sardegna; quella stessa Igea che, fra l’altro, è balzata agli onori della cronaca per via di un passato recente non proprio cristallino visto che alcuni suoi ex dirigenti, da qualche mese, sono sotto processo penale per via di una presunta rete di rapporti con appoggi elettorali, appropriazione dei beni della società, false presenze in ufficio, certificati per malattie inesistenti, lavori affidati senza appalto per assunzioni mirate a ottenere specifiche preferenze di voto alle consultazioni amministrative.

Al di là di ciò che è stato e del ritardo sull’avanzamento dei lavori, il quadro tecnico delle opere, secondo quanto riportato dai tecnici Igea, sembra tuttavia un po’ più chiaro rispetto a quello che si aveva durante l’inizio delle opere. «La caratterizzazione ambientale», si apprende dalle relazioni, «avrebbe restituito uno stato di contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee che tuttavia riguarderebbe solo l’intorno dei suddetti centri di pericolo minerari».

L’obiettivo a questo punto rimane quello di messa in sicurezza degli scavi minerari a cielo aperto (nei quali le acque zenitali si acidificano entrando in contatto con la roccia sulfurea), la bonifica delle aree attualmente occupate dalle discariche minerarie (in particolare quella denominata “Sa Fronti”, principale fonte di contaminazione nell’area mineraria insieme al bacino degli sterili) e la messa in sicurezza permanente del bacino degli sterili attrezzato a struttura di deposito e sito di raccolta a servizio della bonifica dell’area.
Tutte queste attività presupporranno la realizzazione di un impianto di trattamento acque centralizzato che permetta lo svuotamento degli scavi a cielo aperto e del bacino degli sterili, prima del loro riempimento con i rifiuti minerari e la messa in sicurezza permanente attraverso la realizzazione dei presidi ambientali previsti in progetto.
Relativamente al bacino degli sterili, per conseguire l’isolamento del medesimo, è prevista la realizzazione di una cinturazione perimetrale con la tecnologia del jet-grouting.
È anche prevista, infine, la comunicazione del rischio da parte del soggetto attuatore come strumento di prevenzione complementare in attesa del completamento delle attività di bonifica.

Tanto quindi è ciò che resta da fare, ma ancora tanti soldi rimangono da trovare per completare tutte le opere di bonifica necessarie.

«Il costo del progetto approvato è stato quantificato dalla società Igea in circa 65 milioni di euro», ha rimarcato Lampis, sottolineando ciò che è stato lasciato all’attuale gruppo di maggioranza in eredità dalla giunta Pigliaru, «Al momento questo è stato finanziato con 33 milioni di risorse della programmazione FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione) 2007/13. Per la seconda fase dell’attività, relativa alla bonifica e messa in sicurezza dei suoli adiacenti ai centri di pericolo e alla messa in sicurezza dei riporti nell’area industriale, si provvederà alla copertura finanziaria (circa altri 33 milioni di euro ndr) in seguito alla presentazione e all’approvazione di un progetto specifico».

Alla luce delle riflessioni fatte e delle nuove dichiarazioni apprese, tutto lascia presagire che vi sia ancora parecchia strada da percorrere. Ritardi, lunghe (probabili) attese per nuovi finanziamenti e (ancora) tanti interrogativi: sembra esserci proprio tutto per pensare che la saga del disinnesco della bomba ecologica di Furtei si possa arricchire di nuovi e entusiasmanti capitoli.

In ballo, manco a dirlo, tanti soldi pubblici, molta rabbia e (guarda un po’) anche la salute dei cittadini. Dieci anni di scempi ambientali, però, possono bastare; speriamo di non si debba assistere all’ennesimo classico dove in nome di interessi e soldi a rimetterci siano i soliti (poco) noti.

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