STORIA DI CASA NOSTRA

La visita di leva alla prima metà del ‘900: evento importante per i giovani dell’epoca

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di Francesco Diana

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La visita di leva, ovviamente in tempo di pace, rappresentava un evento alquanto atteso dai ragazzi dell’epoca, non solo perché rappresentava l’anticamera della maggiore età, ma soprattutto, perché consentiva a ciascuno, fregiandosi del titolo di  “Abile Arruolato”, di vedere certificata la propria virilità da una valida struttura dello Stato, da esibire orgogliosamente alle ragazze del posto, già opportunamente allertate nei giorni che precedevano la visita.

L’essere “abile arruolato”, consentiva a molti ragazzi dell’epoca di poter varcare il Tirreno, anche se solo per assolvere gli obblighi di leva, sogno altrimenti quasi irrealizzabile; consentiva altresì di poter frequentare di lì a poco “determinati ambienti” fino allora preclusi!

La chiamata da parte del Distretto Militare, oltre a tutto, faceva sentire ciascun giovane parte essenziale di una nazione, cardine importante per la difesa della stessa nella malaugurata ipotesi di un conflitto militare, orgoglioso di essere figlio di una “terra” che aveva legato il proprio nome alle gesta della “Brigata Sassari”e altre ancora, in difesa della Nazione.

Quanto sopra a dimostrazione della trepidazione con la quale, i ragazzi della “Classe” di turno, attendevano la notifica della formale chiamata alla visita da parte del Messo comunale, mediante la consegna di una sorta di cartolina di un colore non ben definibile, con allegati i tagliandi utilizzabili per il viaggio con i mezzi pubblici.

L’evento generava un’informale auto-chiamata preventiva a una sorta di raduno da parte degli interessati, imposto dalla necessità di provvedere all’organizzazione dei tradizionali festeggiamenti preliminari, secondo la prassi consolidata nel tempo. Nell’occasione erano concordati gli slogan da apporre lungo le strade inneggianti alla virilità della “Classe”, particolarmente visibili dalle giovani ragazze del paese, potenziali destinatarie di più concreti messaggi d’amore. Molteplici i messaggi apposti lungo le strade dalle “Classi” di turno, fra i quali non poteva mancare quello che per tutti era lo slogan di rito: “Anno xxxx classe di ferro”, oppure “Donne, andiamo a servire la patria e poi saremo a vostra disposizione” o ancora “donne, le vostre lacrime saranno per noi di grande conforto”,  e tanti altri ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre agli slogan, non poteva mancare la programmazione delle serenate sotto le finestre delle ragazze, accompagnate dalle dolci note, si fa per dire, emesse dell’organetto di “Tziu Arramundu Biancu”, puntualissimo storico musicista di tutte le “Classi”.

A coronamento di tanta programmazione, non poteva mancare la classica cena di gruppo che concludeva il trittico dei festeggiamenti.

La mattina successiva, destinata alla classica visita di leva che, per Collinas, si svolgeva a Sanluri, l’umore dei ragazzi subiva profondi mutamenti per una serie di motivi fra i quali, principalmente, la paura di essere riformati; cosa che avrebbe fortemente ridimensionato i sogni coltivati nei giorni precedenti e generato molteplici interrogativi da parte dei propri compaesani, specie di sesso femminile. Uno dei motivi che potevano determinare l’eventuale riforma era rappresentato dall’altezza (fattore limitante per noi sardi) o, anche, dal rapporto fra questa e la circonferenza del torace che, nella migliore delle ipotesi, poteva portare la commissione di Leva a esprimere il giudizio di “Rivedibile”. L’eventuale carenza dell’enzima G6PD, causa del classico “Favismo”, non costituiva invece motivo di riforma, almeno per il servizio militare di Leva, mentre lo era, all’epoca, per l’eventuale accesso al corpo dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza.

Tutti questi interrogativi assalivano la mente dei ragazzi, la mattina in cui, completamente nudi, sfilavano davanti alla Commissione medico militare, per essere sottoposti, uno per volta, ad accertamenti più approfonditi, con misurazioni e palpeggiamenti vari. Una prassi tristemente assimilabile a una qualsiasi sfilata, questa volta col fisico in esposizione a mo di rassegna, cosa che, fortunatamente, il tempo ha cancellato!

Ciascuno, sotto lo sguardo della Commissione medica e del rappresentante del comune di residenza, assalito da un evidente senso del pudore, scrutava l’ambiente intorno a lui al fine di notare sostanziali differenze fra il proprio fisico e quello dei coetanei, con i quali aveva festeggiato e scherzato nelle giornate precedenti in regime di assoluta parità. L’abbigliamento intimo, in particolare, in molti casi rappresentava motivo di scherno, poiché spesso evidenziava il tessuto dal quale proveniva: non esistevano all’epoca i capi firmati; tuttavia molti capi intimi, confezionati in famiglia, riportavano le scritte riguardanti la destinazione di provenienza, quali sacchi di zucchero, di farina o quant’altro, spesso di provenienza americana.

Alla fine della mattinata la prima sentenza, con l’emissione dei verdetti di “Abile arruolato”, “Rivedibile” o “Riformato”; per i primi, appuntamento alla successiva visita di selezione, nel corso della quale era assegnato il Corpo presso il quale assolvere l’obbligo di leva o definita la RAM-Ridotta attitudine militare da esercitare solo in caso di conflitto; per i secondi una seconda “rassegna” unitamente ai ragazzi della classe successiva; per gli ultimi, la definitiva rinuncia al servizio militare che, oltre a far venir meno un sogno da molti coltivato, trascinava conseguenze negative anche nella vita privata.

L’essere riformato per il servizio militare di leva, infatti,  rappresentava un grosso handicap che contrassegnava pesantemente il percorso di vita delle persone. Basti pensare che all’epoca, quando si chiedeva la mano della futura sposa, la prima domanda che i genitori della ragazza ponevano al pretendente, a garanzia dell’integrità fisica e morale, riguardava l’eventuale adempimento agli obblighi di leva.

Fregiarsi della divisa del Corpo di appartenenza, infine, per i “fortunati” che avevano l’opportunità di assolvere agli obblighi di leva fuori del territorio della Sardegna, era motivo di orgoglio da manifestare tutte le volte che rientravano in licenza presso le loro famiglie: ancora in divisa facevano visita a parenti, amici e conoscenti, sfilando opportunamente sotto i balconi delle ragazze, particolarmente sensibili al fascino della divisa.

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