Attualità

La voglia di cambiare dei ragazzi delle comunità di recupero

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Il tempo trascorre lentamente nelle comunità di recupero, nonostante le attività lavorative di routine impegnino le giornate dei ragazzi. Nei momenti liberi e non solo, nella mente passano come un film i pensieri: rimpianti, sensi di colpa, gli affetti, le amicizie quelle vere lasciate fuori, i pochi ricordi belli del passato vengono offuscati dai tanti momenti bui vissuti e fatti vivere alle persone più care. Occupare il tempo libero in attività che appaghino e per cui ci si sente realizzati diventa indispensabile per sentirsi liberi di creare ed “evadere” da quelle mura. Anche questa è Libertà.

La voglia di uscire dal tunnel è forte e anche lo scoprirsi “un artigiano e un artista a modo mio” per R. è un modo di esprimersi e di mettersi in gioco. “Voglio costruire una nave in legno” aveva deciso qualche settimana fa mettendosi al lavoro di buona lena, con i pochi attrezzi e materiali che via via riusciva a recuperare. Dopo qualche settimana ne aveva mostrato lo scheletro portante a un volontario della Fondazione “La Via della Felicità” con cui sta portando avanti, insieme agli altri ragazzi della comunità, il difficile cammino di recupero fisico educativo e umano. “Ignazio vieni che ti faccio vedere la nave – ha detto ieri con orgoglio R. mostrando i particolari – Per me è bellissima! Guarda la stella e la chiavetta della porta. È quasi terminata. Mancano poche rifiniture e sarà pronta”. Dagli occhi di R. traspariva la soddisfazione per il lavoro fatto da “artigiano e artista”, ma ancora di più emergeva la soddisfazione del duro lavoro fatto su sé stesso durante questi mesi di comunità.

“Voglio mettermi alle spalle quel periodo della mia vita, – dice R. – quando esco mi dai una mano?” Impossibile rispondere di no, dopo aver visto negli occhi l’entusiasmo di chi ce la sta facendo. Nonostante tutto!

Ma se quella nave è diventata il simbolo del riscatto per R. lo è diventata anche per altri compagni di viaggio della comunità. Come per esempio E. che sta collaborando alla sua realizzazione, immaginandola libera in mare aperto così come sogna la sua nuova vita alla fine del periodo della comunità.

“E. qual è il tuo sogno?” chiede il volontario ad E. “Sogno una vita normale, con la mia famiglia, un lavoro onesto, degli amici veri, senza la droga, senza le “cappellate” che all’età di 46 anni mi hanno portato a vivere più della metà della mia vita tra il carcere e la comunità. Stare qui mi ha insegnato ad essere onesto, a rispettare le regole della società. Ho voglia di vivere finalmente di sani principi stando sempre nel giusto.” E. mostra con orgoglio il diario, i suoi pensieri e le realizzazioni scritte negli ultimi mesi, ripensando a come era, a come è oggi e a come ha deciso di essere domani. Sognando “solo” un domani normale.

Il sogno di una vita normale, non è niente di straordinario per chi non ha vissuto quella vita e non ha toccato con mano l’inferno, come questi ragazzi, ma diventa un sogno rivoluzionario per loro, impensabile fino a qualche mese fa ma realizzabile ora che iniziano a vedere luce, ben consapevoli che il cammino è ancora pieno di difficoltà e di insidie.

“Non esiste persona viva che non possa dar vita ad un nuovo inizio” scrive nell’ultimo capitolo del libro “La Via della Felicità” l’autore L. Ron Hubbard. Una frase che da mesi è scritta sulla lavagna della sala della comunità dove si tengono gli incontri. Non è un caso che nessuno l’abbia mai cancellata. È rimasta scritta lì, come simbolo di rinascita a vita nuova e di certezza che ce la faranno; lì come incentivo per guardare al domani con fiducia e voglia di vivere, normale.

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