RUBRICA. PSICOLOGA

L’accettazione delle emozioni

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di  Alice Bandino*
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Alice Bandino

Percepire e tollerare le proprie emozioni e quelle altrui, è un processo apparentemente semplice e quasi scontato, in realtà è una delle competenze più importanti della nostra intelligenza emotiva e socio emotiva e il non saperle gestire è anche uno dei motivi principali per il quale si soffre e si decide di rivolgersi a uno psicologo.

Grazie alle sempre più numerose campagne nazionali e territoriali di sensibilizzazione e promozione del benessere biopsicosociale e di prevenzione del disagio psicologico, è ormai noto a tutti che si va dallo psicologo non perché “si è pazzi”, ma perché “non si sta più comodi nella propria pelle”.

Stare bene nella propria pelle non significa avere o fare tutto ciò che vorremmo, ma stare bene con quel che si ha; non dipende solo da ciò che siamo o che facciamo nella vita, ma da come percepiamo noi stessi e il nostro essere al mondo in un determinato momento del nostro ciclo di vita e in maniera dinamica, sempre in cambiamento, pronti a cambiare atteggiamenti e trovare soluzioni in base alle diverse richieste interne (noi) ed esterne (gli altri e l’ambiente).

Il mondo evolve in continuazione e la tecnologia permette di raggiungere mete e obiettivi inimmaginabili fino a qualche decennio fa: oggi basta connettersi per colmare qualsiasi lacuna, una parola sconosciuta, un concetto poco chiaro, un fatto storico sconosciuto, un personaggio famoso o un fatto di cronaca del passato o del presente, un documento…con un qualsiasi motore di ricerca si possono trovare le informazioni volute con un clic. In rete si può trovare di tutto, c’è anche chi dichiara di aver trovato l’amore su Internet e di aver messo su famiglia insieme, ad esempio, o c’è chi riesce a studiare e/o lavorare senza spostarsi dalla propria casa, raggiungendo obiettivi che altrimenti gli sarebbero preclusi; pensiamo anche solo ai bambini o adolescenti ospedalizzati che riescono attraverso la didattica a distanza a proseguire gli studi e, grazie alla tecnologia, a non isolarsi dai propri pari durante le cure.

Abbiamo la tecnologia, abbiamo la medicina che fa passi da gigante in ogni branca, abbiamo comodità sconosciute alle precedenti generazioni; abbiamo vaccini e cibo a sufficienza per non morire di fame, a differenza di altre zone del mondo; abbiamo corsi di studio molteplici e in grado di soddisfare le attitudini e le esigenze di tutti gli studenti; potenzialmente abbiamo tutto per vivere e per scegliere chi essere, quindi siamo tutti felici, stiamo bene nella nostra pelle?

Provate a scegliere dieci persone tra conoscenti/parenti/amici e ponete loro questa domanda e ascoltate bene le loro risposte per constatare che forse emergeranno dieci idee di felicità diverse tra loro; mettetevi poi davanti a uno specchio e ponetevi la stessa domanda. Sono felice? Ecco, se la risposta è si allora significa che in questo momento state bene nella vostra pelle; se la risposta è no, significa che attualmente non lo siete e che è importante capire il perché di questo disagio, così da poter correre ai ripari e passo dopo passo riappropriarsi della propria felicità. Accettare di non sentirsi felici è un primo passo per cambiare; il secondo è decidere come intervenire, se proseguire sulla stessa strada e tenersi questa infelicità o se modificare “ciò che non ci fa bene” rimettendoci in discussione, indipendentemente dall’età. Accettare che siamo esseri umani che provano rabbia, paura, disgusto, vergogna, dolore e altre emozioni spiacevoli può renderci meno rigidi verso noi stessi e verso gli altri; accettare di non essere infallibili può aprire la mente nell’accettazione degli sbagli altrui. Il perdono, così difficile da accordare quando qualcosa ha intaccato il nostro orgoglio, viene concesso più facilmente se si è consapevoli che poteva capitare anche a noi di offendere il prossimo. Accettare la diversità è ugualmente un’alta forma di competenza emotiva che ci permette di vedere nella diversità un valore aggiunto e non una fonte di pericolo nata per togliere valore al nostro essere; essere felici non corrisponde come detto prima all’avere tutto ciò che si ha. Le persone che si dichiarano felici son quelle che sanno di aver fatto tutto il possibile per raggiungere i propri obiettivi, mediando quotidianamente tra le caratteristiche e le richieste dell’ambiente e le nostre personali ambizioni che guidano i nostri obiettivi. Successo, soldi e popolarità non hanno lo stesso valore per tutti, c’è chi si sente felice anche senza mirare ai meri guadagni, c’è chi è felice di svolgere bene il proprio lavoro e reputa i soldi un mezzo per continuare a lavorare e chi invece valuta i propri successi in base al ritorno economico; entrambe le soluzioni sono valide se hanno un valore importante per chi le sperimenta, cambia solo l’atteggiamento nei confronti della propria autostima; chi è schiavo del guadagno economico sarà più soggetto alla correlazione con la variabile politico-economica, in tempi come questa pandemia son state tante le categorie di lavoratori/imprenditori (ex) agiati che hanno dovuto rimodulare le proprie priorità nel momento in cui l’emergenza sanitaria ha imposto le chiusure forzate. Chi aveva già delle buone basi di intelligenza emotiva, unite magari a dei risparmi da parte, è stato avvantaggiato nel far fronte ai periodi di stop; al contrario chi aveva investito tutto sul lavoro senza piani B di emergenza, è rimasto schiacciato dal peso emotivo dovuto allo stress da pandemia. L’aumento di richieste in studio per sostegno e rieducazione socio-emotiva per accettare la crisi, per uscirne senza cadere nella depressione, per dimenticare il periodo di malattia, l’ansia del contagio (per gli ex pazienti covid), per ritrovare la fiducia nel buon senso comune, per imparare a gestire le dinamiche familiari o di coppia dopo la convivenza forzata, per gestire la scomparsa di affetti, lavoro o la “serenità/leggerezza pre pandemica” conferma l’importanza di raggiungere un buon livello di benessere per far fronte agli imprevisti della vita. Se la mente soffre, soffre anche il corpo e un corpo sofferente fa più fatica a condurci verso le nostre mete, a studiare, lavorare, vivere con gli altri, questo è da solo un buon motivo per allontanare l’apatia e per riprendere in mano la propria vita, gioendo di ciò che di meglio otterremo, affrontando gli ostacoli, soli o con l’aiuto di un professionista della salute mentale.
*psicologa
Tel. 347 1814992  

 

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