STORIA DI CASA NOSTRA

Le donne di Pabillonis protagoniste nella produzione di pingiadas e tianus

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di Dario Frau

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L’ “industria o manifattura delle pentole” coinvolgeva una moltitudine di persone. Quasi tutte le famiglie ruotavano intorno a questa attività. Oltre i tornianti, il personale addetto ai forni, al trasporto dell’argilla e della legna per la cottura dei prodotti di terra, un settore importante era rappresentato dalla commercializzazione delle pentole. Per soddisfare la richiesta del mercato isolano e rifornire le famiglie di questi indispensabili utensili da cucina una buona parte della comunità pabillonese era mobilitata e organizzata nel settore della vendita: addirittura anche i bambini erano coinvolti e racimolavano qualche soldo poiché raccoglievano su “preimentu” il materiale vegetale indispensabile per l’imballaggio delle pentole durante il trasporto, che avveniva,  sia con i carri che con le corbule in testa o con i sacchi portate dalle donne, nei vari paesi della Sardegna.

Tutti lavoravano e le donne avevano una parte preponderante nel settore delle vendite poiché rappresentavano, insieme ai is carrettoneris, (i venditori con i carri), il punto di riferimento di un commercio che ruotava intorno all’intraprendenza di decine di madri di famiglia e di ragazze: per certi versi, una forma di emancipazione del lavoro femminile in Sardegna per quei tempi.
Quando si fa l’analisi e si mette in risalto la peculiarità di questa industria non si pensa all’importanza che hanno avuto  queste donne nell’intero ciclo di produzione, poiché esse  rappresentavano un anello essenziale della vendita del prodotto. Se per quanto riguarda il passato si hanno  sporadiche notizie di questa forma di commercio, testimonianze più consistenti si hanno delle vendite riguardanti gli anni trenta, quaranta,  cinquanta e sessanta, del secolo scorso.
Il racconto orale dei figli che hanno vissuto nelle proprie famiglie questa forma di attività,  svolto dalle loro mamme e dai loro padri, rappresenta un prezioso contributo per ricostruire questa attività economica.
In paese erano numerose le donne impegnate in questo tipo di commercio: almeno una quarantina,  secondo le testimonianze raccolte, sia orali sia scritte,  in quaderni che i pentolai elencavano minuziosamente indicando la quantità, il prezzo delle pentole consegnate.
Il sistema era collaudato. Un gruppo di donne, (tre o quattro), per lo più madri di famiglia, si recavano dagli imprenditori del paese, (i più importanti in questo periodo, anni trenta, quaranta e cinquanta e sessanta, erano Peppi Piras, Giovanni Caboni, Giovanni Floris, ma c’erano anche quelli piccoli, con un laboratorio a conduzione familiare, Luigino Steri, Tigellio Lisci, Antonico Pinna, Giovanni Vinci, Enrico Casula e Antonio Peppe Grussu, e acquistavano alcune cabiddadas di pingiadas (pentole) e di tianus (tegami) per poterli vendere nei paesi vicini e qualcuno anche lontani.
L’imprenditore dava la merce su fiducia: le donne avrebbero pagato dopo che le pentole sarebbero state vendute. Tutte le botteghe dei pentolai erano abbastanza disponibili ad attuare questo sistema e d’altronde non potevano fare altro anche perché le donne non avevano i capitali da anticipare e poi questa forma di vendita permetteva di smerciare con più facilità i pezzi prodotti. Di grande pubblicità, inoltre, ne occorreva ben poca: la fama delle pentole pabillonesi e la qualità del prodotto era conosciuta ormai da secoli in tutta l’isola.
Le donne per andare a vendere questo tipo di merce nei paesi non andavano mai sole: generalmente si mettevano d’accordo in due o tre e qualcuna, certe volte, si faceva accompagnare da qualche figlio piccolo per avere compagnia e non solo: spesso il fratello più grandicello doveva portare in braccio un fratellino neonato che la giovane mamma con il peso delle pentole non poteva portare in braccio ma che lo doveva allattare durante i periodi di sosta! Il sodalizio che si formava era duraturo e affiatato e ancora oggi gli anziani si ricordano di questi gruppi di donne: Anna Sulcis, Faustina Pia, le sorelle Matiglia e Rosa Sitzia, Vitalia Murgia e Loretta Murgia, Maria Pascalis, Elena Pala, Caterina Ennas, Ernestina Vinci, Filomena Serra, Vittoria Pia, Teresa Serpi, Maria Rosa Serpi, Palmeria Serpi, Luigia Pia, Giovanna Casti, Petronilla Pibi, Anna Melis, Carolina Pinna, Luisa Pia, Vitalia Ortu, Ersilia Melis, Consolata Urracci e tante altre donne del paese che per portare qualche soldo a casa esercitavano questa forma di commercio.
Si partiva, a piedi, di mattina presto: alle due, massimo alle tre.
Il carico che poteva trasportare ogni donna era generalmente di due cabiddadas di pingiadas (otto/dieci  pentole) e una cabiddada di tianus, in tutto dodici/quindici pezzi che venivano messi uno dentro l’altro dopo essere state avvolti, per evitare la rottura durante il viaggio, con “su preimentu” l’imballaggio ricavato da una particolare erba palustre detta “feisceddu” o “spaduedda” molto  abbondante nelle zone umide e paludose delle campagne pabillonesi.
Dentro la pentola più grande, “sa pingiada manna”, veniva messa “sa segunda” (la seconda misura), dentro  questa “sa terza” e così via via fino alla più piccola, come le matrioske russe.
Il carico veniva sistemato o dentro “sa crobi manna”, la corbula in giunco e fieno, o in una speciale cesta (su cadinu) di vimini e canne, poggiati in testa con “su titibi”( fazzoletto arrotolato) oppure dentro un sacco, con un cappio che si fissava in fronte, detto “a lia conca”, un sistema di trasporto umano ancora  oggi usato presso le contadine di certi paesi del Sud America, (Bolivia, Perù e Colombia), in Africa e in Indocina.
Il cammino con questo carico prezioso, in equilibrio sulla testa, o sulla schiena, era faticoso e bisognava fare delle frequenti soste prima di arrivare, dopo alcune ore, alle prime luci dell’alba, nei paesi dove avrebbero venduto le pentole.
Questi erano soprattutto località della Marmilla e della Trexenta: Mogoro, Masullas, Forru, Simala, Lunamatrona, ma anche Selegas, Segariu, Villanovafranca e Furtei. Oltre a questi paesi più lontani, c’erano quelli naturalmente più vicini: Sardara, Guspini, Villacidro, Gonnosfanadiga, San Gavino, Sanluri.
Alcune di queste donne erano munite anche di regolare licenza per svolgere l’attività di ambulanti. Assunta Atzori era una di queste e per 40 anni svolse questa attività utilizzando soprattutto il treno come mezzo di trasporto e la tappa più importante era Oristano: qui vendeva le pentole e i tegami in Piazza Mariano ma altre volte, a piedi si spostava anche nei paesi del circondario, Santa Giusta (una preziosa testimonianza rappresenta e documenta questo tipo di commercio con una foto allegata), Cabras, Simaxis, Nurachi, Solarussa, Siamanna.
Generalmente si aveva qualche punto d’appoggio dove scaricare la merce e dopo si passava casa per casa a chiedere alle massaie del posto se volevano acquistare le pentole. Le trattative erano spesso lunghe e se per caso non si riusciva ad ottenere soldi in contanti, spesso per non tornare a mani vuote si accettavano prodotti in natura: “su lori” (ceci,lenticchie, grano) che poi, le donne, una volta tornate in paese, rivendevano.
Nei paesi di montagna come Villacidro e Gonnosfanadiga generalmente le pentole venivano scambiate con l’olio d’oliva che a Pabillonis era poco abbondante ed era quindi molto ricercato. Una volta vendute o barattate le pentole si tornava a casa a piedi, quasi sempre in giornata: raramente, poche venditrici, restavano qualche giorno in più per terminare la vendita.

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