RUBRICA. PSICOLOGA

Le emozioni al tempo del covid-19

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di  Alice Bandino*

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Alice Bandino

Mentre scriviamo è il primo giorno che in seguito a disposizioni ministeriali nazionali per contenere e gestire l’emergenza epidemiologica da Covid-19, tutti gli Istituti di ordine e grado resteranno chiusi, annullati i congressi, le riunioni, i meeting e gli eventi sociali, gli spettacoli teatrali, i viaggi di istruzione, gli allenamenti sportivi negli spazi chiusi, lo stazionamento nelle sale d’attesa e anche negli uffici pubblici occorre tenere una debita distanza tra gli utenti. Un clima surreale che personalmente mi ricorda i giorni successivi al terremoto dell’Aquila, quando vivevo a trenta km da Onna, epicentro del sisma, quando pur empatizzando con gli abitanti del luogo, speravo passassero veloci le ore per arrivare a Fiumicino e tornare sana e salva per le vacanze di Pasqua nella mia isola felice, unica regione (si diceva allora) protetta da qualsiasi evento sismico. Avevo paura di morire lontana da casa come altri studenti che proprio nel crollo di una casa dello studente avevano trovato l’eterno riposo, sorpresa per essere stata svegliata prima dagli ululati inusuali dei cani in strada, poi da un boato viscerale della terra mai sentito, in fine dalle scosse mentre ero ancora in dormiveglia e dalla vista dell’armadio che oscillava come fosse una bandiera al vento. Prima che mancasse del tutto la corrente e i collegamenti internet, tra una scossa e l’altra i telegiornali riuscirono a mandare in onda le prime immagini delle macerie e dei primi soccorsi, ricordo il buio alle spalle dei giornalisti (essendo prima dell’alba) e in particolare lo strazio di un giornalista che mentre trasmetteva, veniva avvertito che tra i dispersi c’erano anche i suoi figli. In realtà erano già dieci giorni che li la terra tremava ma essendo una terra sismica nessuno si preoccupava, si scherzava e io stavo tranquilla, perché intorno nessuno si agitava o comunque se anche temevano qualcosa, non traspariva questa loro paura.
Nelle ore successive al sisma invece il caos totale: centinaia di scosse di assestamento, edifici che crollavano in più punti, uffici e ospedali chiusi, negozi presi d’assalto, la gente che dormiva nelle tendopoli o in auto negli spazi aperti; una macchina col megafono passava ininterrottamente per le strade per avvisare che le autostrade erano chiuse e che si stavano sgomberando dai detriti le strade adiacenti per permettere il transito dei soccorritori e il trasporto dei feriti negli ospedali delle regioni vicine, invitavano a non stare in casa, o comunque a non chiudere le porte di ingresso specie se blindate, perché potevano restare bloccate in caso di crollo anche parziale del tetto e soprattutto di avvertire i parenti di non recarsi subito in Abruzzo per non intasare le strade, nessuno dormiva e molte case venivano svaligiate dagli sciacalli… insomma un incubo. Ma che cos’hanno in comune un terremoto con ciò che sta avvenendo da settimane in tutto il mondo col C0vid-19?
Innanzitutto entrambi sono eventi altamente stressanti e fuori dall’ordinario, traumatici per tanti, dove viene messa in discussione la sopravvivenza o lì integrità nostra o dei nostri cari; può capitare di sentirci in parte o totalmente impotenti, intensamente impauriti; possono crollare le certezze quotidiane, cambiano i nostri spazi, le abitudini, può risentirne anche la situazione scolastica, lavorativa, economica, la gestione del tempo, le prospettive per il futuro a breve, medio o lungo termine; si attiva un meccanismo di ricerca spasmodica di informazioni per trovare conferme o smentite delle proprie paure, anche nel caso non rientrassimo nella probabilità statistica delle possibili vittime dei due fenomeni, può presentarsi uno stato d’ansia e altre forme di disagio. Naturalmente, nel momento in cui questa probabilità statistica aumenta, quando il pericolo si avvicina, quando l’epidemia si diffonde, specie se non si coglie la differenza tra contagi e incidenza mortale, ecco che tutte le emozioni vengono amplificate e diffuse pericolosamente a macchia d’olio.
I titoli dei giornali, specie se catastrofici, vengono condivisi in modo virale: social network, chat e luoghi di aggregazione diventano le fonti di informazione ufficiali, oscurando quelle istituzionali che vengono viste con diffidenza e con occhio complottistico da chi è più vulnerabile al contagio emotivo della cosidetta “infodemia”. A tal proposito, proprio come dopo un evento cataclismàtico il Consiglio Nazionale degli Psicologi e gli Ordini Regionali hanno diffuso un vademecum e un numero verde per ovviare a questo fenomeno e per far fronte all’emergenza, ben consapevoli e professionalmente esperti delle conseguenze psicologiche e sociali della paura esasperata in panico collettivo. Innanzitutto è importante non perdere il buonsenso, a non diffondere allarmismi e false notizie da fonti poco attendibili, sempre in un’ottica di tutela dei più vulnerabili come bambini, anziani, pazienti con patologie fisiche o psichiche pregresse, ma anche persone comuni, poco avvezze a discriminare le fonti di informazione tra vere e fasulle. E’ altresi importante non avere paura o vergogna delle proprie emozioni, specie di quelle negative che se non condivise adeguatamente possono come già detto portare a stati emotivi disfunzionali più seri.
Il numero verde 800197500 per il “Filo diretto psicologico coronavirus Covid-19”, si aggiunge al numero telefonico 379.1663230, operativo da lunedì 2 marzo: tutti i giorni, dalle 17 alle 19, è possibile chiamare questi due numeri per avere assistenza psicologica adeguata.

*psicologa,
www.psygoalicebandino.it

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