di Evaristo Puxeddu

Le leggende dello sport: i fratelli invincibili

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-a cura di Evaristo Puxeddu-

Due campioni straordinari, in groppa a un cavallo fin da bambini.
Ufficiali dei carabinieri. Due medaglie olimpiche. I primi a partecipare a otto edizioni consecutive dei Giochi Olimpici. Si chiamavano Piero e Raimondo D’Inzeo

NOTE BIOGRAFICHE
Appena due anni di differenza, in età. Morirono a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro; in vita, sempre in perfetta simbiosi e vicini anche sul podio. Sempre. Anche a stringersi la mano, trascendendo dalle logiche della tifoseria. Entrambi cavalieri e veri soldati, molto “british style”, raccontavano i cronisti. E la Regina Elisabetta che ne ricorda pochi, fra questi gli unici che è solita ricordare con ammirazione sono proprio loro: gli italiani fratelli D’Inzeo. Invincibili sempre.
Piero, dalla tecnica impeccabile, accettava i consigli, senza abbassare mai lo sguardo, al contrario del fratello, troppo impetuoso e irrequieto. Era il parere di Costante, il genitore. Un uomo questo dai principi sani, dalla ferrea volontà, un abruzzese che amava i cavalli, un provetto cavaliere, che aveva combattuto nella prima guerra mondiale col grado di maresciallo.
LA SCUOLA DI EQUITAZIONE
Terminata la guerra, Costante aprì la “Società Ippica Romana”, una scuola di equitazione in una ex fabbrica di mattoni, alla Farnesina. Dopo aver studiato a fondo le tecniche di tutti i principali campioni, arrivò a sviluppare una tecnica tutta sua, che consisteva nel “portare il cavallo di fronte all’ostacolo, per poi lasciarlo libero di saltare”. I suoi cavalli divennero richiestissimi e ammirati in tutto il mondo. Fra tutti, il più celebre si chiamava Nasello, un cavallo da leggenda. Ma era importante anche formare il cavaliere. E, quindi, formò i figli Raimondo e Piero.
RAIMONDO
A sette anni fu in sella fino alla fine dei suoi giorni. Oro olimpico, due volte campione del mondo, fu nominato “il miglior cavaliere della storia da un referendum mondiale tra i giornalisti d’equitazione. Raimondo era la grinta, mentre Piero la tecnica. Tra fratelli, all’inizio, spesso litigavano, si contendevano i cavalli . Furono mandati in accademia. Così, mentre Piero andò a Modena, Raimondo entrò a far parte dell’Arma dei Carabinieri: da allora gareggiò sempre in divisa. La sua specialità: salto ostacoli. Risultati: due Argento a Melbourne, a squadre e individuale. Quattro Bronzi: Roma, Tokyo, Monaco. E tre Oro: a Roma, a Aquisgrana e a Venezia.
1960: GIOCHI DI ROMA
Quattordici ostacoli e sette salti. Erano le specialità che si snodavano nel percorso di Piazza di Siena. E che gli esperti giudicavano tra i più difficili del mondo. A Raimondo toccò il compito di dare inizio alla gara, in sella a “Posillipo”, un sauro di dieci anni, percorso netto il suo, senza penalità. Non deluse le aspettative. E Piero, colonnello di cavalleria, che partecipò col fratello a otto edizioni consecutive dei Giochi Olimpici, col cavallo The Roch, benché ci fosse stato un inciampo, ebbe un ricupero prodigioso, riuscendo a mettere a frutto la tecnica che il padre gli aveva insegnato e che gli valse l’epiteto di “cavaliere perfetto”. Poi, entrambi i fratelli sedettero l’uno a fianco all’altro. E quindi l’annuncio, il verdetto finale. Primo, Raimondo, gloria nazionale, secondo Piero, rispettivamente oro e argento olimpico. Avevano vinto loro, contrariamente ai favoriti tedeschi, gli italiani fratelli D’ Inzeo. Avrebbero poi collezionato molti altri titoli, vinto tante altre medaglie, nel corso delle loro carriere, ma mai nessuna riuscirà ad eguagliare la gioia immensa provata a Roma.

14fo- Piero e Raimondo d'Inzeo

 

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