RUBRICA. PSICOLOGA

L’importanza della salute psicologica

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della dottoressa Alice Bandino*
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La psicopandemia non è una battuta, né un’invenzione degli psicologi, è una realtà, ed è evidente a tutti  che c’è un onda lunga di disagio e di disturbi psicologici che durerà anni ed interessa quote importanti della popolazione”, queste le parole di David Lazzari, il Presidente nazionale degli Psicologi italiani (CNOP), aggiungendo che in Italia ci sono 120 mila psicologi e di questi solo 5000 lavorano nel SSN, 1 ogni 12.000 abitanti, un misero 4% se rapportato ai dati di altri Paesi europei simili per numero di popolazione, come la Francia, che su 90 mila psicologi totali ne ha 30 mila statali (1 psicologo ogni 2233 abitanti), o la Germania, dove 40 mila colleghi lavorano nel pubblico, 1 ogni 2099 abitanti.

In Italia, chi non riesce a essere seguito nel pubblico o tramite associazioni (laiche o religiose) può rivolgersi privatamente allo psicologo libero professionista scaricando poi la spesa sostenuta in sede di denuncia dei redditi, proprio perché ritenuta una spesa sanitaria essenziale per i cittadini.

Questa è l’offerta professionale, ma la richiesta della popolazione qual è? Perché si sente l’esigenza di rivolgersi al professionista della salute e del benessere mentale, strettamente legato a quello fisico e sociale, in un’ottica quindi bio-psico-sociale, secondo direttive OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)?

Già nel 2016 Felice Damiano Torricelli, presidente dell’ENPAP (l’ente di previdenza degli Psicologi italiani), presentò la prima “Indagine di mercato sulla psicologia professionale in Italia: nuovi bisogni, nuovi ambiti, nuovi ruoli”, un documento importante fonte di informazioni preziose per intercettare i bisogni sociali e farvi fronte in maniera duratura e efficace, importante non solo per i professionisti, ma per ogni Istituzione implicata nella “salute” dei cittadini; nel 2019 un altro report curato da Federico Zanon, Vicepresidente sempre dell’Enpap, ribadiva il trend in costante aumento della richiesta, da parte di singoli e Istituzioni, di psicologia professionale.

Nell’ Aprile 2020, l’Ordine Nazionale degli psicologi ha esposto i risultati di un sondaggio commissionato all’Istituto Piepoli: il 63% degli italiani si definiva “abbastanza stressato” e il 43% accusava un “livello massimo di stress”

Mesi dopo e con un’emergenza sanitaria pandemica ancora in corso, sappiamo che si è moltiplicata in maniera esponenziale la necessità di essere ascoltati, sostenuti e accompagnati verso nuove soluzioni di vita più consone all’attuale situazione sociale: il coronavirus ha (e continua  ad avere) effetti devastanti sul piano psicologico dei cittadini. Limitazioni, distanziamento e isolamento sociale, incertezza sul futuro, paura del virus, provocano insonnia, mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico, ipervigilanza, depressione. Mentre il Governo mette al primo posto l’emergenza economica, noi psicologi chiediamo di intensificare la nostra presenza nelle scuole, ospedali, carceri e sul territorio comunitario; a chi dichiara che il malessere psicologico dipenda dalla crisi economica, si può far notare che è il contrario, chi sta male psicologicamente in genere non esce, spende meno, lavora meno, è meno produttivo, è più conflittuale, innesca consumi sanitari e sociali; sempre il Presidente del CNOP Lazzari, in una sintesi di lavori internazionali sull’argomento, afferma che per ogni euro investito sulla salute mentale dei cittadini, si ha un guadagno sociale di due euro.

Ora tra vaccini, riaperture e arrivo dell’estate, si rischia di mettere da parte questi dati, rinviando all’autunno preoccupazioni e soluzioni, come se anche lo “stress” andasse in vacanza; è proprio ora invece che dovremmo preOccuparci del benessere mentale e di pianificare soluzioni, con un occhio di riguardo ai nostri adolescenti. Tanti ragazzi e ragazze che speravano di partire a lavorare “in stagione” per guadagnare qualcosina per sé (o per aiutare la famiglia) respirando un po’ di libertà, si vedono proporre soluzioni svantaggiose e paghe da fame, col solito ritornello “siete egoisti e viziati se non vi rendete conto che c’è crisi, siamo stati chiusi per tanto tempo, abbiamo altre spese, lo Stato non ci aiuta, di più non possiamo darvi”, discorso che lede non solo la dignità del lavoratore, ma che ancora una volta conferma che sentendosi “abbandonati” dallo Stato, stressati da tasse, chiusure e miseri ristori, si riversano le frustrazioni sui più fragili, contribuendo a creare malessere e altro disagio sociale, laddove “è boom di prenotazioni” e aumentano i prezzi di menù e alloggi turistici ma si dimezzano le paghe dei dipendenti.

E’ una novità? No, come non lo era prima della pandemia, quando già succedeva che tra mille scuse, princìpi e teorie alcuni albergatori o ristoratori si approfittassero dell’inesperienza o del bisogno di uomini e donne, giovani o meno giovani per paghe da pochi euro all’ora, così da garantirsi tenori di vita senza troppe privazioni, sfruttando però la dignità altrui. E’ il momento giusto per fermare questa tendenza: il sostegno psicologico accorre in soccorso anche in questi casi; un futuro dipendente la cui autostima affianca e rinforza la conoscenza dei propri diritti e delle proprie capacità, non accetterà di barattare la sua dignità nel 2021 e sarà uno sfruttato in meno sul territorio; naturalmente per fare ciò è necessario averle queste capacità socio emotive e professionali, motivo per cui i giovani vanno motivati e invogliati all’indipendenza, a studiare, ad acquisire competenze, a risolvere problemi, a specializzarsi e a sognare in grande, com’è giusto che sia.

Chi sfrutta i giovani toglie loro la speranza e nutre in loro rabbia, risentimento, disgusto; li spinge a deviare dal percorso principale per colmare con sotterfugi e scorciatoie i loro bisogni.

Anche le famiglie hanno il dovere di preparare questi giovani all’uscita dal nido di casa: dire a un figlio “ti devi fare le ossa!”, “meglio di niente…”, “se non vai tu va un altro”, “non hai voglia di fare niente”, “io ai miei tempi…” e nel frattempo difenderli contro i professori a oltranza, tagliargli le unghie dei piedi a venti anni, girargli ancora lo zucchero nel caffè a venticinque o rifargli il letto a trent’anni non li aiuta a crescere fuori casa con maturità socio-emotiva.

Lo psicologo non è un life coach o un amicone annoiato che fa le cose per te; non è un insegnante di sostegno e la psicologia non è tutta poesia e aforismi: andare dallo psicologo non significa “essere malati”; significa mettersi davanti a uno specchio e spogliarsi di ogni maschera, piangere, ridere, condividere ogni emozione con sincerità, accettare pregi e difetti del proprio essere; significa cercare soluzioni anche quando la terra sotto i piedi sembra tremare quotidianamente; significa fare un percorso (breve o lungo che sia), che ti spinge a non abituarti mai alle ingiustizie, ai soprusi, al male, alle contraddizioni sociali, ai giudizi, alle perdite, alle malattie, al dolore. Lo psicologo insegna che abituarsi al dolore o al male significa rassegnarsi e chi si rassegna è perduto, sarà tutta la vita in balìa di chiunque mitighi questo dolore, sia essa una sostanza o una persona da cui dipendere, con gravi conseguenze anche sulla società.

*psicologa
347 1814992

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