Cultura Intervista con Sandro Renato Garau

“Live & Stream” di Liberevento 2021: lo scrittore guspinese presenta il suo nuovo libro “Agemina”

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di Giampaolo Atzei

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Appuntamento per domenica 16 maggio con lo scrittore Sandro Renato Garau, che presenterà on line il suo nuovo libro “Agemina”, evento inserito nel calendario dell’edizione “Live & Stream” di Liberevento 2021, festival culturale giunto alla sua decima edizione. Classe 1955, guspinese doc, nello zaino della vita dell’autore c’è una laurea in pedagogia, un lungo cammino professionale come insegnante di lettere unito all’impegno civile e politico – è stato a lungo consigliere comunale e poi assessore comunale alla cultura – insieme alla passione per l’associazionismo e la natura, trovandosi tra i fondatori del gruppo scout di Guspini.

L’amore per la scrittura è di lunga data. È giornalista pubblicista da 2010. Nel 2006 ha pubblicato il saggio “Incontri”, per Mediatre editrice, sull’esperienza dell’uomo nel sottosuolo delle miniere di Montevecchio.  Il suo primo romanzo è un romano storico e ha visto luce nel 2009, “Un sogno… una miniera: Giovanni Antonio Pischedda Terzita e Giovanni Antonio Sanna”, pubblicato da Albatros Il Filo. Ora, a sei anni di distanza dal precedente “Juan@Rosada”, pubblicato da Pettirosso Editore nel 2014, arriva “Agemina”, sempre per le edizioni Pettirosso, che il guspinese ci presenta con quest’intervista, raccolta nella sua casa alle pendici de “su monti Mannu”, che domina il paese.

Dalla narrativa storica al romanzo epistolare, ora un lavoro più introspettivo. Cosa è cambiato nello scrittore Sandro Renato Garau?

Non è cambiato molto, piuttosto sono emersi alcuni interessi che andavo maturando. Dopo i primi lavori, è arrivata la necessità di fare qualcosa di nuovo e diverso. Cercando di evitare il rischio della retorica e del già visto, stavolta ho voluto raccontare storie compiute. È stata una sperimentazione nuova, l’entrare nell’animo dei protagonisti, cercando di coglierne difficoltà, conflitti e successi. A partire dalle figure femminili, centrali anche nei libri precedenti.

Protagonisti di questo romanzo sono sei amici che si ritrovano dopo anni, uomini e donne che affondano le loro radici negli anni ‘70, una generazione che sognava la rivoluzione.

È la storia di sei compagni di classe, ragazzi che hanno conosciuto quella particolare fase storica, ma io non ne ho tratto un bilancio generazionale. Non nego che la storia dei nostri padri a quel tempo abbia conosciuto una frattura, ma funziona così, anche oggi cerchiamo di adattarci a tutto, pure alle presentazioni dei libri online, figuriamoci! Chi mai avrebbe immaginato, ancora poco tempo fa un fatto del genere, eppure dei cambiamenti bisogna tener conto. Lo dico da insegnante ed educatore, e lo dimostrano i ragazzi che ho incontrato a scuola, i giovani d’oggi non sono peggiori di quelli di allora. Le storie che racconto non soffrono di nostalgia, ho cercato di dare una lettura di alcuni passaggi nel ciclo di vita di ciascuno dei personaggi che si raccontano. Personaggi che poi hanno trovato un equilibrio. Aspetto che mi piace evidenziare, pur sapendo che la ricerca dell’equilibrio non sia mai statica, trovatala si ricomincia a cercare.

Quindi nessuna nostalgia nel guardarsi alle spalle, intanto rimane il valore dell’amicizia.

Proprio così. Da giovani potevamo essere rivoluzionari, questo è vero, sebbene in qualche caso è uno stereotipo, i sei amici del libro come gli altri ragazzi di quelli anni, provavano a uscire fuori dagli schemi, si riconoscevano nelle ideologie, in qualcosa e in qualcuno, facevano scelte provvisorie che magari diventavano definitive, si sbagliava, anche qui, talvolta, con errori che ti porti appresso per sempre. Ecco perché non idealizzo il discorso della lotta tra generazioni come spesso sento fare, il tratto forte è invece l’amicizia che dura, quella che, anche negli anni, conserva una complicità che non viene meno.

Uno scrittore può avere difficoltà nel raccontare i “buoni sentimenti”?

Non so se si tratti di buoni sentimenti, certo la complessità e necessità di farti capire ti costringe a riscrivere anche dieci volte una pagina! Una cosa è raccontare una storia, sic et simpliciter, altro è provare a scrivere cosa rimane di una storia, in questo caso, di un’amicizia. Tutti abbiamo amici lontani, veri, che quando ritroviamo è come se ci fossimo lasciati un giorno prima, così è soprattutto per le amicizie maturate da giovani, quando si è più disponibili alle relazioni. Da adulti può essere un’altra cosa.

Quanto c’è di autobiografico nei personaggi del libro?

Liberiamo il campo da ogni equivoco, ho scritto un romanzo, racconto fatti romanzati, è la vita che ci mette a disposizione uno spaccato in cui è facile riconoscersi. Nella loro genesi, i personaggi sono come mischiati nei propri elementi, non tutte le storie sono lineari, ci sono storie vere raccontate con fratture che ne hanno generato altre decine, sennò davvero sarebbero autobiografie! Però qualcosa che può essere ricondotta alla realtà c’è, ad esempio la storia della riunione dei miei compagni di classe, maturità classica del 1974, ogni anno ci incontriamo per un pranzo, e anche tra noi c’è il Giulio che tesse la trama dell’incontro. Alla fine, nessuno scrive mai niente di talmente originale da non sentirsi legato a ciò che racconta. Si scrive e basta. Scrivere è l’invito che facevo anche ai miei alunni: scrivete se avete delle storie! vi aiuta a uscire da voi stessi! Marcello Fois un giorno mi disse: “Sino a che ho storie da raccontare, continuerò a scrivere”. Parole che ho fatto mie, se ho storie da raccontare, le racconto, poi la tecnica di scrittura si affina, si migliora, intanto non rinuncio a scrivere.

Altro tema che emerge dal libro è quello del viaggio, per crescere e conoscere.

Confermo, con un velo di tristezza, che ho presenti i tanti che hanno lasciato Albis o Nasturzio (Arbus e Guspini, nei toponimi inventati dall’autore NdR) per non vivere da assistiti, per realizzarsi senza dimenticare le proprie origini. Ma non è solo un viaggiare fisico, il tema del viaggio come percorso di conoscenza mi è molto caro, in questo senso anche un ritiro in monastero può essere un viaggio. In ogni caso l’importante non è la meta ma la bellezza del viaggio, ti godi la strada, gli incontri. La meta è il fine da cui ripartire

Infine, nel romanzo c’è una dimensione spirituale da non trascurare.

Ecco, qui è emergono le mie convinzioni, l’esperienza di fede. Qualcuno mi hanno fatto capire che l’uomo non vada forzato verso Dio e che ognuno dev’essere accettato per quello che è, evitando il rischio di pensare che una cosa sia meglio di un’altra e creare gerarchie. Al contrario, tutte le esperienze hanno la loro dignità, ogni convinzione merita rispetto, fuggendo certo dagli “ismi”, dalle etichette. Ho le mie convinzioni e non le nascondo, ma la diversità rimane un valore. Nel romanzo, la stessa varietà nelle origini dei protagonisti non è un limite, come non dovrebbero mai esserlo le idee politiche. E’ un ripartire da quanto abbiamo conosciuto, per favorire l’incontro, nella reciproca comprensione e nel rispetto dei ruoli.

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