Il Personaggio

Marcella, una vita straordinariamente normale

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Fin da bambino si sentiva a disagio. Vittima di bullismo a scuola. Poi la nonna, apparsa in un sogno, la spinge ad operarsi e raggiungere finalmente “la felicità”.


“Le difficoltà sono cominciate a undici anni. Ero considerata una persona diversa, non normale. Ho trascorso anni davvero difficili, anche perché io non capivo il motivo di tanto odio e cattiveria nei miei confronti. Avevo davvero pau-ra. Ora sono pronta al prossimo passo per completare così il mio sogno di donna”.


Sentirsi intrappolata in un corpo che non le appartiene. Combattere a costo di rischiose cure ed emarginazione sociale. Marcella ha vissuto per 36 anni dentro una gabbia, inizialmente arrugginita e tanto dolorosa. Col tempo ha imparato a conviverci e a tramutarla in gabbia dorata, ma era pur sempre una prigione per la sua anima. È da qui che inizia la coraggiosa storia di Marcella Ibba, la storia di un cambiamento che l’ha portata al raggiungimento di un unico obiettivo: essere finalmente donna. Maquillage impeccabile, rimmel che evidenziano gli occhi, un cappello che incornicia il viso e immancabili stivali neri tacco 12. Marcella sta lì, difronte allo specchio del suo salone “Me” a San Gavino, per darsi un ultimo tocco. Mi sorride, mi accoglie, mi abbraccia e, poi scocca l’incantesimo: racconta…

Quando ha capito che qualcosa non andava?
Avevo sei anni. Ricordo che ogni giorno andavo a trovare mia nonna e con lei passavo il tempo a pregare. Lei infatti m’insegnò a pregare a ringraziare per quello che avevo e a chiedere a Dio un desiderio. Il mio desiderio era uno solo: “Ti prego Gesù, fammi svegliare femmina”.
Com’era da bambino? Descriviti.
È difficile descrivermi, chiaramente giocavo con le bambole, mi piaceva tagliare i capelli alle Barbie delle mie sorelle; avevo una spiccata predisposizione per il lato artistico, per cui mi dilettavo a disegnare; adoravo cogliere i fiori e creare acconciature alle mie sorelle, alle mie cugine. Quando giocavo coi miei cugini, prendevo sempre la parte della femmina.
Quando ha cominciato a sentirsi a disagio?
Il primo periodo in cui mi sono sentita a disagio avevo 11 anni. È stato quando iniziai a frequentare la scuola media, in particolare i primi anni. Ricordo il primo giorno, arrivai nel piazzale dove formavano le classi. Sentii poi la voce di un compagno che disse: «io non voglio stare in classe con quel …». Per la prima volta in vita mia pensai: “Dio mio, c’è qualcosa che non va” . Prima di allora non ero totalmente consapevole della mia condizione. Per gli altri ero considerata una persona diversa, non normale. Da quel momento iniziò il mio incubo. Avevo paura di parlare, perché venivo sempre derisa ed emarginata. Non volevo proprio andarci a scuola. Ero incompresa sia dai compagni sia dai professori che, non capendo il mio blocco, mi bocciarono. Tuttavia quel rifiuto fu, al tempo stesso, propedeutico perché mi salvò la vita.
E fuori dalla scuola come viveva questa condizione?
La situazione non era differente, io avevo terrore di uscire. Per strada m’insultavano, mi lanciavano pietre, mi sputavano addosso. Avevo terrore persino di andare a fare la spesa perché mi spaccavano le buste: ogni volta dovevo raccontare bugie a mia mamma: dicevo che ero caduta o qualsiasi cosa affinché lei mi credesse e non si preoccupasse per me. Quando tornavo a casa, ricordo che mi rinchiudevo in camera, tormentata dall’impossibilità di trovare una via d’uscita. Spesso ho pensato al suicidio, l’unico motivo che mi fermava erano i miei genitori.
Com’era il suo rapporto con i genitori?
Non si parlava di questo, mia mamma sicuramente lo sapeva e capiva, ma in quel periodo c’era poca preparazione da entrambe le parti. Nonostante l’argomento fosse celato, dentro di noi si respirava paura perché non colpivano solo me ma anche le mie sorelle.
Sono stati anni difficili per lei.
Davvero difficili, anche perché io non capivo il motivo di tanto odio e cattiveria nei miei confronti. Se io ero così a loro cosa cambiava? Per la mia strada ho incontrato gente davvero cattiva. Mi nascondevo dietro le macchine. A giorni avevo attacchi di panico quando vedevo gruppi di ragazzi che mi venivano incontro. Avevo davvero paura.
Poi cosa è successo?
Poi finalmente, gli ultimi due anni delle scuole medie (dai 14 ai 16 anni) sono stati emblematici. Capitai in una classe in cui, finalmente, i professori mi videro non più come un diverso, ma come un ragazzino dotato di straordinarie potenzialità creative. Devo molto a tre insegnanti in particolare: la professoressa di lettere, Rosalba Sanna; il professore di tecnica ma soprattutto la professoressa di musica, Patrizia Cardone, che è stata per me una stella cometa. Sono stata apprezzata, valorizzata, dando spazio al mio talento; realizzando un mio spettacolo musicale. Riscosse talmente tanto successo che ancora oggi se ne parla. Fu proprio da quell’esperienza che presi coscienza delle mie attitudini artistiche per dare il nuovo senso alla mia vita.
Terminato il mio percorso scolastico, decisi quindi di entrare nel mondo della bellezza e di fare un corso per parrucchiera a Cagliari. Altro trauma, gli insulti in ogni dove: in treno, sotto i portici, per strada, tuttavia stavo imparando a non ascoltare, nonostante facesse comunque male. Ebbi l’opportunità di lavorare presso un salone a San Gavino, imparai il mestiere e poi capii che era arrivato il momento di spiegare le ali e volare da sola. Decisi di lanciarmi ed aprire il mio salone che intitolai “Estro”. Estro stava per “vena artistica” ma anche come “Estrogeno”, ossia l’ormone femminile. E da lì è nata la mia avventura. La persona che sono sempre voluta essere stava emergendo. Il mio salone è rimasto aperto per sei anni. Fino a quando ho capito che avevo raggiunto il mio obiettivo, il mio ruolo ormai mi stava stretto, ero chiusa nella mia parte da attrice e questo non mi bastava più. Era diventato tutto fermo, statico. A trent’anni sono partita a Londra.
Come è cominciato il suo percorso?
Dopo quattro anni a Londra, incuriosita da questo mondo, frequentai vari locali per capire a quale appartenessi. In un primo momento mi avvicinai a quello gay ma capii che non c’era un riscontro. Cominciai quindi a seguire persone in transito che prendevano ormoni, altre che avevano già subito l’intervento (la vaginoplastica) che mi informarono sui passi che dovevo compiere.
Si è rivolta ad un medico?
Certo. Il mio primo passaggio è stato l’incontro con uno psicologo. Ricordo che durante la prima seduta mi domandò: «che cosa stavi aspettando?».
Perché ha esitato così tanto, nonostante sapesse di appartenere a un mondo diverso?
Mi bloccava il pensiero di mio padre. Mi sentivo in colpa nei suoi confronti. Per colpa mia subì anche lui offese e non meritava un altro colpo di grazia. Non volevo provocargli un’altra sofferenza. Però poi ha prevalso il mio spirito. Organizzai un party, in occasione del mio compleanno, dove vennero a trovarmi tanti amici di San Gavino. Colsi quindi l’occasione per dichiarare a tutti la mia decisione. Mia sorella, che mi appoggiò dal primo momento, esultò di gioia ma mi ordinò di fare subito il biglietto e dirlo ai miei. Così mi armai di coraggio e affrontai, per la prima volta ,questo discorso legato ad un passato doloroso ma necessario per chiudergli definitivamente la porta. Il momento fu davvero delicato ma la reazione fu imprevista. Mia madre disse «sono cose che si vedono tutti i giorni. Voglio solo che tu sia felice e che faccia bene le cose». Tornavo spesso a casa proprio perché non vedessero cambiamenti radicali ma che tutto avvenisse gradualmente.
Come è cominciata la trasformazione?
È iniziata a 36 anni con sedute psichiatriche e psicologiche; i medici mi hanno seguito e preparato fino all’ultimo intervento. Dopo due mesi di sedute cominciarono a somministrarmi ormoni. Dopo una settimana ero già una donna. Ero un’esplosione, indomabile. Dovetti associare sedute di meditazione per calmarmi.
Come ha risposto il suo corpo?
Immediatamente. Due mesi dopo avevo già il seno sviluppato. Nonostante fosse doloroso era una sensazione meravigliosa. Era estate, le canottiere facevano già trapelare qualcosa e a me piaceva tantissimo vedermi finalmente donna, o meglio quasi donna. Possedevo ancora qualcosa che non mi apparteneva. Mi sentivo ancora una donna a metà.
Com’era quel mondo di transizione, ci si ritrovava?
Entrando in quel mondo, incontrai persone di ogni tipo, c’erano quelle che volevano fare di tutto per rendersi più femminili possibile, affidandosi a numerosi interventi. Ascoltarle mi faceva paura, io sapevo che ero così, non per forza dovevo farmi labbra carnose, ingrandirmi gli zigomi e truccarmi eccessivamente. Io non mi sono mai avvicinata all’esagerazione. Non ho fatto questo passo per piacere agli uomini ma a me stessa! Mi sono semplicemente perfezionata fisicamente, non voglio essere un’altra persona. Marcella è sempre stata Marcella.
Quali interventi chirurgici ha subito?
Dopo quattro anni di cure ormonali, ho subìto il mio primo intervento che consisteva nell’assottigliarmi le corde vocali e limarmi il pomo d’Adamo. Un anno e mezzo dopo, nell’agosto del 2012 quello definitivo: la vaginoplastica, durato sei ore.
Chi le è stato vicino in quegli anni?
Tim. Tim fu dapprima il mio ragazzo, ora è il mio migliore amico. Lo considero come mio fratello Gianluca, che non ho mai conosciuto e che ora lo guida. È spinto dall’amore di mio fratello.
Ma il mio angelo custode che veglia sempre su di me è la mia nonna. È a lei che devo tutto, è il suo spirito che mi ha spinto ad intraprendere questo percorso.
Cosa le manca?
Mi manca forse un compagno, ma quello giusto. Ora non mi voglio più accontentare e so che dietro quella porta esiste. Devo solo aspettare e sono sicura che arriverà, mia nonna dice che devo avere pazienza. Ora sono pronta al prossimo passo per completare così il mio sogno di donna.
Termina così l’avvincente racconto di Marcella i cui protagonisti sono quegli occhi, ora pieni di gioia, e che più eloquenti di mille parole hanno descritto la storia di una ragazza straordinariamente normale.

(articolo a cura di Marcella Pistis)

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