Cultura Spettacoli

Maurizio Rippa a Nora per il festival “La notte dei poeti” con “Piccoli funerali”

Maurizio Rippa (Foto Daniela Zedda)
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di Marcello Atzeni
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L’elaborazione del lutto. Si usa ancora questo modo di dire e di fare?
Elaborare, anzi laborare su noi stessi.
Quando uno che ha fatto parte della nostra vita scavalca la staccionata, noi iniziamo con il complesso lavoro d’inventario.
Apriamo nella nostra testa dei cassetti e, in ognuno di loro, riponiamo le nostre emozioni: gioie, dolori, ire furibonde, sorrisi, rimorsi, rimpianti e altro ancora, con note di colore, note di musica e spezzoni di nuvole ad alta e bassa quota, che ancora non ci permettono di avere le idee chiare.

Maurizio Rippa e Amedeo Monda (foto Daniela Zedda)

Ognuno ha i suoi tempi. Questo è il lutto, a grandissime linee parallele, che mai si incontreranno, come le famose convergenze idealizzate da chissà quale mente.
Questo è un pezzo su “Piccoli funerali” di Maurizio Rippa, con lo stesso Rippa attore e cantore, con la chitarra di Amedeo Monda, prodotto da “369” gradi. Già, spesso riusciamo, dopo aver percorso l’angolo giro, di 360 gradi, a iniziarne un altro. Quei 9 gradi in più fanno la differenza, come ha fatto la differenza Maurizio Rippa a Nora per il festival “La notte dei poeti”.

Nelle prime righe di questo pezzo non ci sono le cinque w, come vorrebbero i giornalisti classici, dei nove gradi, sinonimo di non classico, abbiamo detto, però non si è parlato dello spettacolo.
Sì, stiamo elaborando lo spettacolo come se fosse un lutto collettivo.
Stiamo, non è il plurale dei regnanti. È il plurale dei tanti spettatori colpiti dal testo e dalla messa in scena da Rippa.

Maurizio Rippa (foto Daniela Zedda)

“Ho subito gravissimi lutti in rapida successione – spiega l’attore – mi sono trovato di fronte a un bivio. Vado in analisi? No, troppi soldi. Mi metto a scrivere, così aggredisco il lutto. ”Rippa affronta il buio in maniera inconsueta. Ci gioca con gli scomparsi, parla loro, scherza, ironizza e poi, come natura vuole, ci sono picchi di malinconia. A ogni piccolo funerale, sintetizzato da un testo, aggiunge una coda musicale. A volte in italiano, altre in inglese, spagnolo, napoletano. Nella coda sta il “veleno”, che veleno non è. Sono delle sorte di lullaby, ninne nanne non temporanee, ma eterne o comunque di lunga gittata, come la “Moon river” di Hepburn – Tiffany – Edwards. Rippa emoziona gli altri, prima lo ha fatto con sé stesso.
È un lavoro che colpisce, fa riflettere. Non viviamo solo di luce riflessa, ma anche di ombre che camminano. Rippa ci fa capire che c’è un modo particolare di leggere il lutto. È un sogno lungo.
La prima parte è dolorosa, straziante e straniante. A volte di colpo ci si sveglia e non si piange più. Ma si ride. Ridere di un distacco? Già, ridere di un’assenza. Questo, forse, è capitato a Rippa, di certo è successo ad altri. Ma Rippa ha il potere di farne un testo teatrale. Alla fine dello spettacolo, invita gli spettatori a lasciare in un grande paniere, un biglietto con il nome o coi nomi di quelli che hanno scavalcato la staccionata. Rippa dedica a loro questo suo possente lavoro di scrittura, reso vivo da canzoni e dalla chitarra di Amedeo Monda. In platea, chi non va a depositare il biglietto nel paniere, cerca e trova un’amica. Così piangono assieme, sin che ne hanno voglia. Le lacrime dolci rigano il terreno e irrigano il mare, rendendolo meno salato. Ci sono poi quelli che non hanno bisogno di biglietti, lacrime, abbracci e canzoni. Sono quelli che non riescono a esternare o, forse, hanno già esternato da tempo.
La lacrima è il distillato dell’emozione.
 E l’altra sera a Nora, in tanti hanno aperto una distilleria.
Per sé stessi.
L’acquavite, l’whisky, la vodka si distillano per tutti. Le lacrime le purifichiamo per noi.
E non le vendiamo al miglior offerente.
Ma le regaliamo al maggior sofferente.

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