RUBRICA Sardegna nel cuore

Michela Murgia: “Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio”

Michela Murgia
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Nelle 3300 pagine che compongono i “Quaderi dal carcere” di Antonio Gramsci è affrontato anche il processo di formazione del ceto degli intellettuali all’interno della società. E in un periodo storico in cui la carta stampata la faceva ancora da padrona, la figura del giornalista, ma non solo, vi aveva un rilievo tutto particolare. “L’intellettuale moderno è un organizzatore e un persuasore che si mescola attivamente alla vita pratica”. La definizione gramsciana mi pare abbia mantenuto tutta la sua freschezza. In tempi in cui la rete di internet stende i suoi gangli sull’intero orbe terraqueo, temo che un intellettuale dei giorni nostri non se ne possa astrarre del tutto, pena la non rilevanza, in termini quantitativi, delle sue argomentazioni, delle sue posizioni politiche.
Sulla pagina facebook di Michela Murgia posso leggere che ha 435.396 “follwers” (seguaci?) anche se piace a “solo” 306.701 persone. Michela comunque è spesso in televisione in programmi di prestigio e, ultimamente, oltre a pubblicare articoli vari sui maggiori quotidiani nazionali, tiene una rubrica quindicinale sull’“Espresso”: “L’antitaliana”, sulle orme di prestigiosi giornalisti quali Giorgio Bocca e Roberto Saviano.

Michela Murgia

Nel frattempo pubblica libri e pamphlet. Insomma i gradi di intellettuale mi pare se li sia guadagnati ampiamente nel percorso che ha seguito in modo pervicace nel corso di una vita. Per cui se, da Lilli Gruber, alla “Sette” in prima serata le scappa di dire che vedere il generale Figliuolo, carico delle sue decorazioni e medaglie (Crozza ne fa un esilarante parodia) scelto per provvedere alla campagna di vaccinazione nazionale, le causa un certo fastidio( leggi: i generali si occupino di eserciti e guerre varie, le cose della sanità vadano gestite dai medici): apriti cielo, se ne sente dire di tutti i colori e , tra gli altri, spicca in espressioni trancianti Rita dalla Chiesa, che non può proprio dimenticarsi di avere avuto un papà molto amato, anche lui col grado di generale, seppure di carabinieri e non di alpini, che alla fine di una serie variegata di improperi le impone di: “stare zitta”. Che taccia una volta per tutte, con quella sua linguaccia che si ritrova. Ma, le ricorda Michela sul retro della copertina del suo ultimo “libriccino”: “Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”. E “Stai zitta” si intitola il libro che esce per “Gli struzzi” di Einaudi. Molto utile lo definirei perché, volenti o nolenti, nella cultura dominante del pianeta, quella patriarcale in cui il maschio dominante lo è per ontologia, per definizione, siamo ovviamente tutti immersi, sia maschi che femmine, per cui determinati comportamenti che a primo avviso paiono così “naturali”, in realtà non lo sono affatto, soffrono della matrice culturale da cui derivano, e se una volta tanto una intellettuale ce li squaderna davanti acciocché se ne faccia uso riflessivo, non può essere che un bene. “Nove frasi che non vogliamo sentire più”, scrive la Murgia, frasi urticanti per la pelle delle donne soprattutto ma occorre riconoscere che più di un prurito lo dovrebbero suscitare anche nei maschi che con loro coabitano questo meraviglioso unico mondo. Che lo facciano alla pari e con eguali opportunità non si può davvero avere l’onestà di affermarlo, gli esempi che contraddicono l’asserto sono infiniti. Usiamo per semplicità il disastro pandemico che manda all’altro mondo milioni di persone che hanno avuto il torto di incontrare il famigerato covid, su “Sardegna soprattutto” (non perdetevi anche l’articolo di Nicolò Migheli: “La Spectre di Sardara, che sputtana la cosiddetta classe dirigente sarda) si può leggere un articolo di Rafia Zakaria, una giornalista e scrittrice pakistana, ripreso da “Internazionale”, a titolo: “Il peso della pandemia ricade sulle donne”.
In esso, partendo dalla premessa che in buona parte del Pakistan le mogli devono chiedere il permesso ai mariti per uscire di casa e che oramai avere una tregua dalla violenza è diventato impossibile, sono alcuni risultati provenienti da studi sottoposti a “peer reiew” (revisione paritaria) e pubblicati su riviste scientifiche: in Cina alcune ricerche hanno rivelato un aumento del 300% delle violenze contro le donne.
In Libano l’aumento è stato del 45 per cento, in India del 21 per cento. Nel Regno Unito la violenza è raddoppiata rispetto alla media degli ultimi dieci anni. E i dati sono simili anche per Germania e Tunisia. Pare si possa affermare che, nell’impossibilità di usare a “capo espiatorio” l’invisibile virus, parte della popolazione maschile, abiti o no un paese “civile e sviluppato” piuttosto che uno “sottosviluppato”, faccia ricadere frustrazioni e insicurezze assolutamente giustificate dalla situazione di precarietà, di paura di morire, sulle compagne costrette in casa come loro, e sulle donne in generale: “more solito”.
Codeste derive di sopraffazione e violenza non sono inevitabili, occorre prenderne atto e cercare con ogni mezzo di porvi argini, pena contraria la barbarie che si espande peggio di una pandemia. “Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio”, scrive la Murgia, “È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica”. Ed è questo impianto che Michela mette sotto i riflettori, così che se ne possa discutere, aiuti a svegliare coscienze dormienti, metta davanti a tutti problematiche che aiutano a sviluppare insieme modelli di convivialità più avanzati. Non è questione di vivere in un paese mussulmano, dove peraltro si può finire in carcere, per anni, per il solo divieto di guidare una macchina, se si è donne, paese che a dire di Matteo Renzi sta vivendo un suo periodo di Rinascimento (occorre non dimenticarlo: lautamente pagato per fargli dire simili amenità), anche nella nostra Europa “il sostrato culturale di questo desiderio di silenzio femminile è anche religioso. Tutte le teocrazie del mondo prevedono che la donna taccia in pubblico e lo stesso cristianesimo, nelle sue prassi- anche per colpa della lettura sessista di alcuni testi paolini-, ha per secoli sconsigliato alle donne la presa di parola nell’assemblea. Parlare è un potere e dare potere alle donne è sempre stata una cosa problematica nei monoteismi” (pag.10). Su “Repubblica” del 18 aprile, un lungo articolo di Laura Pertici : “Il cuore nero della Polonia”, viaggio nell’altra Europa. Quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate: dalla messa al bando dell’aborto alla discriminazione sistematica delle donne e della comunità Lgbt+ fino al controllo di stampa e magistratura. Fa venire i brividi perché mostra come “democraticamente” un paese che era stato in grado di inventarsi un sindacato clandestino che si rese capace di divenire il principale soggetto di transizione della Polonia dal comunismo alla democrazia, eleggendo a capo dello stato il suo leader Walesa e a capo del governo uno dei suoi esponenti T. Mazowiecki, possa regredire a politiche di stampo totalitario. “È notizia di queste settimane che Varsavia ha minacciato, dopo la Turchia, di abbandonare la Convenzione di Istambul che protegge le donne dalle violenze domestiche. Un’ondata di indignazione ha attraversato l’Unione europea, ma il governo Morawiecki tira dritto. Secondo il portale “Balkan Insight” la Convenzione di Istambul sarà sostituita da un trattato che si ispira a una non ben precisata “Convenzione internazionale dei diritti della famiglia” che offre “sostegno particolare alla tutela della vita di un bambino concepito” e a introdurre “il concetto di matrimonio come istituzione riservata solamente alla relazione tra uomo e donna”. E già si parla di formulare una legge che combatta “l’alto numero di divorzi”. Secondo il più recente rapporto di “Human Rights Watch” (organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani) e il Comitato europeo dei Diritti sociali nonché di Civicus (un’alleanza mondiale per la promozione della partecipazione civica, 650 organizzazioni in 110 paesi) almeno sette ONG sono finite tra febbraio e marzo sotto attacco da parte di ignoti fanatici ultra-cattolici che difendono le leggi liberticide del governo “Diritto e Giustizia” e minacciano dinamite e morte. “Sposa il tuo stupratore”, non è semplicemente una frase agghiacciante dice Martina Stefanoni a “Radio popolare” (il suo intervento è anche in internet), ma in alcuni paesi è anche una legge.

È nota come “Marry -your rapist-Law”, ed è in vigore -attualmente- in venti paesi del mondo. Venti paesi in cui il matrimonio viene considerato la cura legale per lo stupro, un modo in cui gli stupratori possono evitare il carcere o qualunque tipo di pene per il loro crimine. Le donne stuprate, nei paesi in cui vige la “Marry your rapist law”, non solo sono costrette a convivere per sempre con il loro trauma e la ferita dello stupro, ma anche-fisicamente- con il loro carnefice.
È tuttora in vigore in paesi come la Thailandia, il Kuwait, la Bolivia, la Serbia e la Russia. Questo libretto di Michela Murgia è prezioso, anche io come lei penso che “sottovalutare i nomi delle cose è l’errore peggiore di questo nostro tempo, che vive molte tragedie, ma soprattutto vive quella semantica, che è una tragedia etica, quella branca della filosofia che si occupa del comportamento umano in relazione ai concetti di bene e male…sbagliare nome vuol dire sbagliare approccio morale e non capire più la differenza tra il bene che si vorrebbe e il male che si finisce col fare”.

Oristano, piazza Eleonora

Impossibile far “stare zitta” Michela, che nasce in Cabras, un tiro di schioppo da Oristano, che fu capitale del Giudicato d’Arborea, i cui regnanti furono capaci di leggi illuminate, scritte in sardo che tutti le capissero, si era alla fine del 1300. Nel Giudicato vigeva il matrimonio “a sa sardischa”, con una comunione di beni tra i coniugi, in totale parità giuridica tra uomo e donna. Cap. XXI, del prendere una donna con la forza: se riconosciuto colpevole, sarà condannato a pagare una somma di lire 500 (notevolissima per quei tempi!) se la donna è sposata, se dopo 15 giorni non paga “gli sarà tagliato un piede in modo che lo perda”. 200 lire se nubile; inoltre dovrà prenderla in moglie e lo voglia, se non la prende in moglie, dovrà provvedere al suo matrimonio secondo le proprie possibilità e in relazione alla condizione della donna. Se non provvede entro 15 giorni gli sarà tagliato un piede in modo che lo perda.  Rimase in vigore per 400 anni la “Carta de logu”, mi vien da pensare che le donne d’Arborea l’abbiano in qualche modo fatta loro. Questa uguaglianza tra uomo e donna sia nel loro sentire. E anche Michela Murgia, passando per piazza Eleonora d’Arborea, nel centro di Oristano, gettando un’occhiata al monumento in bronzo, non possa che farle un cenno d’assenso. E continui a procedere sulle sue orme per un mondo più uguale, “acciocché i buoni, i puri e coloro che non commettono il male possano vivere e stare sicuri tra gli iniqui”, Noi Eleonora, per grazia di Dio giudichessa di Arborea, contessa del Goceano e viscontessa di Bas.

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