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Miniera di Montevecchio: lo sciopero del 1961 raccontato dai protagonisti

1961, occupazione galleria Telle (foto archivio comunale)
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di Maurizio Onidi
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La cittadinanza festeggia la fine dello sciopero

 

Scrivere quest’articolo in occasione del sessantesimo anniversario dello sciopero dei minatori che nel 1961 occuparono le miniere di Montevecchio, mi trova nella doppia veste di intervistatore e intervistato, figlio di armatore (di miniera), come vedremo nel proseguo dell’articolo. All’alba della domenica di Pasqua del 2 aprile del 1961, le campane della chiesa di San Nicolò suonarono a distesa. Annunciavano la risurrezione del Cristo e la fine dell’occupazione della miniera da parte dei minatori che per diciassette giorni erano rimasti nelle viscere della terra per difendere i loro diritti. Trecento operai che occuparono tutti e sei cantieri da levante a ponente: Mezzena, Piccalinna, S.Antonio, Sanna, Telle e Casargiu.  Anche un fratello di mia madre faceva parte del gruppo dei trecento minatori che avevano occupato le miniere di Montevecchio. Nelle famiglie dei paesi interessati dallo sciopero si preannunciava nonostante la festività pasquale una giornata triste e di preoccupazione. Niente lasciava presagire come si sarebbe evoluta la giornata.  Con mia madre andai alla prima messa perché dovevo fare il chierichetto. Durante la funzione religiosa mi si avvicinò Peppe Dessì, il sacrestano, dicendomi all’orecchio di avvisare il celebrante che stavano arrivando a Guspini i minatori perché lo sciopero ero finito, cosa che feci immediatamente. Il sacerdote si rivolse ai fedeli annunciando la bella notizia e ne seguì un fuggi fuggi generale verso il sagrato. Io stesso corsi fuori ancora vestito da chierichetto e proprio in quel momento il gruppo dei minatori transitava di fronte al monumento ai caduti e potei riconoscere subito mio zio in prima fila. In quei diciassette giorni ci fu una mobilitazione generale del paese. Ricordo la raccolta di viveri, le donne che in una casa di via Carducci preparavano il mangiare per i minatori, l’elicottero e le forze dell’ordine che presidiavano le strade che portavano a Montevecchio. Cortei di protesta della popolazione e l’esperienza dell’odore acre dei lacrimogeni sparati dalla polizia per disperdere i manifestanti, prevalentemente donne e bambini e poi finalmente la grande festa.  Sono ricordi indelebili registrati nella mente di un ragazzo e rielaborati da adulto in tutta la loro ampiezza e valore storico come e testimonianze che riportiamo di seguito.

Efisio Loi

Efisio Loi, classe 1931, cantiere Casargiu

 

“Già dai primi di marzo si sentiva qualche voce di riunioni segrete da parte di alcuni operai e attivisti sindacali”

 

Quando ha iniziato il suo lavoro nelle miniere di Montevecchio e quali erano le sue mansioni?
«Sono stato assunto il 7 luglio del 1951 e sono stato collocato a riposo il 31 dicembre del 1981. Nel corso di Questi trent’anni di lavoro in miniera sono stato adibito a diverse mansioni. Inizialmente come manovale, locomotorista, armatore e “carichino”. Questo ultimo forse uno dei lavori più pericolosi e delicati di quelli svolti nel sottosuolo che consiste nel collocare e far brillare le mine nella parete ricca di minerale».

Cosa ricorda del periodo che ha preceduto il famoso sciopero del 1961? 
«Sono stati anni molto difficili resi ancora più critici dalle problematiche derivanti dal famoso “Patto Aziendale” voluto e imposto dall’azienda nel 1949 con la connivenza della “Commissione interna” composta da operai “scelti” dalla direzione. Un patto indirizzato principalmente in favore dell’azienda che lasciava pochi margini di contrattazione alla classe operaia e alle rappresentanze sindacali. Sono stati proprio alcuni aspetti normativi quali il cottimo, l’utilizzo del cronometrista per misurare i tempi di esecuzione delle nostre attività e i biglietti di punizione, i motivi scatenanti la volontà di “rompere il patto aziendale” da parte delle maestranze. Già dai primi di marzo si sentiva qualche voce di riunioni segrete da parte di alcuni operai e attivisti sindacali. Ricordo che il 16 notte, al termine del secondo turno, mentre attraversavo la piazza XX settembre notai un certo movimento nel “bar centrale”. Entrai e vidi alcuni compagni di lavoro riuniti al primo piano dove c’era la sala bigliardo che discutevano animatamente. Capii che qualcosa bolliva in pentola. L’indomani mattina, 17 marzo appresi la notizia che era stata occupata la miniera da parte degli operai del primo turno».

Arrivo a Guspini dei minatori nel giorno di Pasqua

Cosa avvenne esattamente?
«Prima di rispondere devo fare una precisazione importante. Appena saputa la notizia, d’accordo con Peppe Sanna, un caro amico e compagno di lavoro, decidemmo d’andare a Montevecchio passando da “Sa Perda Marcada” una località sulla strada che da Arbus porta a Ingurtosu facendo molta attenzione perchè le strade erano bloccate dalle forze dell’ordine. Eravamo molto esperti della zona ed eludendo i controlli riuscimmo ad accedere alle gallerie che ci consentirono di raggiungere gli operai che avevano iniziato l’occupazione. Ci raccontarono che espletate le consuete procedure per la discesa in galleria, a Pozzo Telle riuscirono a bloccare la gabbia al IV livello impedendo di fatto la discesa a chi avesse voluto fare azioni di forza. Angelino Atzeni, arburese, una persona straordinaria oltre che un ottimo lavoratore coordinò le operazioni chiedendo a chi non se la fosse sentita di restare sotto, di lasciare pure il gruppo perché da quel momento si sarebbe iniziata l’occupazione che sarebbe andata avanti fino a che non si fosse riusciti a raggiungere l’obiettivo finale: la rottura di quel dannato patto aziendale. A sera io e Peppe Sanna rientrammo a Guspini e portammo le notizie ai compagni che informarono anche i familiari di coloro che erano rimasti in fondo al pozzo. Il seguito è noto a tutti. All’alba del 2 di aprile, il giorno di Pasqua, dopo che gli occupanti ricevettero la notizia che la direzione della miniera si era disponibile a fare il referendum fra tutti gli operai per l’abrogazione o meno del patto aziendale, i minatori tornarono in superficie e vennero accolti come eroi dalla popolazione. Alcuni giorni dopo si svolse il referendum con un risultato plebiscitario a favore del NO al mantenimento del patto aziendale».

Ha parlato prima di biglietti di punizione può spiegare meglio?
«Era un modo arrogante di esercitare il potere da parte dei superiori con il benestare della direzione decurtando il salario del dipendente spesso senza alcun motivo valido.  Io stesso subii questa ingiustizia. Un giorno, a causa di un problema tecnico il locomotore che conducevo deragliò rovinando un pomello in bachelite che comunque non precludeva l’operatività del mezzo. Il caporale mi punì con la decurtazione in busta paga dell’equivalente di tre giorni di premio Montevecchio pari a 960 delle vecchie lire».

Quale è stata la sua retribuzione nel corso degli anni?
«La prima busta paga, nel 1951, fu di 29.250 lire con 8.451 lire di cottimo. Nel gennaio 1961 presi 57.000 lire con 10.230 lire di cottimo mentre la paga di giugno del 1980 fu di 564.000 lire».

 

Angelo Onidi

Angelo Onidi, classe 1937, cantiere S. Antonio

“In azienda regnava un regime di terrore imposto dal direttore Minghetti, chiamato anche “il duce di Montevecchio”

 

Quando è stato assunto e quali erano le sue mansioni?
«Sono stato assunto come manovale il 4 febbraio del 1961, al rientro dal servizio militare e sono andato in pensione il 30 settembre del 1983 con la qualifica di ‘carichino’».

Come ha vissuto quei giorni di occupazione?
«Ero da poco più di un mese al lavoro nel cantiere di S.Antonio quando, la sera prima dell’occupazione Gigi Melis, un caro compagno di lavoro mi disse “domani portati da mangiare abbondante e una coperta perchè occupiamo la miniera”. Solo gli organizzatori erano a conoscenza del progetto se non i coordinatori dei vari cantieri, mi vengono in mente Carluccio Achena, per il nostro, Angelino Atzeni per Telle e Cesare Cadeddu per Piccalinna. L’indomani mattina, con il primo turno occupammo il secondo livello, una profondità di Una quarantina di metri a differenza di altri compagni come quelli di Piccalinna che scesero a circa 400 metri.  Il nostro gruppo formato da una ventina di persone provenienti da principalmente da Guspini, Arbus, Villacidro e Gonnosfanadiga dei quali ricordo Gino Canargiu e Antonio Liscia di Gonnosfanadiga, Anacleto Fanari di Villacidro, Bruno Usai, Attlio Schirru, Adelmo Pusceddu, Armando Demelas di Arbus, Carlo Pisano di Monserrato, Gigi Melis, Luigi Virdis, Bruno Fanari, Siro Floris, Raffaele Cabitza e Raffaele Cogoni di Guspini.
Le giornate durante l’occupazione non passavano mai. Raffaele Cogoni, il più anziano del nostro gruppo volle scioperare con noi nonostante i ripetuti inviti anche da parte nostra a uscire perchè gli mancavano solo sei mesi alla pensione. Ripeteva che voleva vedere la fine della guerra e così fece stando tutto il periodo seduto su una sedia ricavata in un angolo della galleria.  Angelino Cabitza per tenerci un po’ in esercizio tutti i giorni ci faceva marciare. C’era chi giocava a carte chi raccontava storie del paese ma molto si discuteva della nostra situazione. In azienda regnava un regime di terrore imposto da Minghetti, direttore della miniera chiamato anche “il duce di Montevecchio” e dai suoi più stretti collaboratori che grazie al “patto aziendale” da lui imposto nel 1949 dava loro mano libera di poter agire impunemente nei confronti degli operai. I biglietti di punizione che si traducevano in detrazioni dalla già misera busta paga, erano all’ordine del giorno. Ricordo che durante una visita da parte di alcuni rappresentanti sindacali venuti per aggiornarci sulla situazione delle trattative, accompagnati da Ribelle Montis, ex sindaco di Guspini, Quest’ultimo sapendo che anche i miei fratelli Emilio, Antonio e Luigi stavano occupando il cantiere di Sanna, mi consigliò di abbandonare l’occupazione per stare vicino ai genitori anziani rimasti soli visto che solo Antonio era sposato, suggerimento che non accolsi nonostante la valida motivazione».

Il giorno di Pasqua finalmente la conclusione
«Ci informarono alle prime ore del 2 aprile che grazie anche all’intervento di mons. Tedde, vescovo di Ales, le organizzazioni sindacali ottennero l’accordo da parte aziendale per il referendum. Con i pullman e ogni altro mezzo arrivammo a Guspini e dal punto di ritrovo stabilito alle fornaci Scanu trovammo ad aspettarci Don Michele Pinna e la banda musicale. Da lì partimmo tutti in corteo per la piazza XX settembre, dove ci aspettava tutta la popolazione, un momento indimenticabile. Alcuni giorni dopo si svolse il referendum con il risultato straordinario a favore dell’abolizione del patto aziendale. Quando si fece il conteggio dei voti ci si rese conto che anche alcuni capi servizio, sorveglianti e capi squadra votarono No perché anche loro avevano capito il danno che arrecava al dipendente questo patto. Dopo questo risultato ci furono sorveglianti e capi servizio soprattutto quelli più prepotenti e attivi nel fare i biglietti di punizione che lasciarono Montevecchio per paura di ritorsioni».

Serafino Leo

Serafino Leo, classe 1935, cantiere Telle

“Decidemmo di registrare una cassetta dal titolo ‘Buona Pasqua dai sepolti vivi – Montevecchio’”

 

 Va reso merito a Serafino Leo di aver raccolto in un suo libro “Sa vida mia in sa mena (miniera)” ed. Fiore, testimonianze e momenti di vita vissuta con particolare riferimento allo sciopero del 1961 con l’abrogazione del “Patto aziendale” a seguito del referendum fortemente voluto dalla classe operaia di Montevecchio come l’autore stesso racconta “Prima di parlare dello sciopero del 61 bisogna fare un passo indietro esattamente al 49, l’anno del “Grande sciopero” così chiamato, indetto per ottenere migliori condizioni normative ed economiche. Si vinse la battaglia ma si perse la guerra poiché Filippo Minghetti, il direttore della miniera si vendicò licenziando molti operai iscritti al sindacato, ai partiti o comunque non ben visti dalla direzione. Ma non si limitò solo a questo, impose il famoso “Patto Aziendale” che a fronte di qualche aumento salariale toglieva ogni possibilità di contrattazione sindacale e fece costituire una commissione interna, rappresentativa degli operai di suo gradimento e fiducia che durerà fino allo sciopero del 1961 con la vittoria del Referendum da parte degli operai e la cacciata da parte dell’azienda del “Duce di Montevecchio” dal suo “Regno”. Venni assunto nel 1960 e diventai da subito un piccolo attivista sindacali. Durante le riunioni “segrete” alle quali eravamo presenti rappresentanti di tutti i cantieri, tenute tra il 15 e il 16 di marzo prendemmo la decisione di cominciare lo sciopero il giorno dopo, il 17 marzo con l’inizio del primo turno, come è ben spiegato nel mio libro. Noi del cantiere di Telle restammo in una  quarantina occupando il IV livello: Nazareno Boi, Silvio Olla, Antonio Zaru, Efisio Mannai, Avellino Pau, Guglielmo Olla, Albino Serra, Angelo Italiano, Italo Serpi, Serafino Leo, Giovanni Desogus, Luigi Vaccargiu, Giuseppe Usai, Silvano Manis, Raimondo Atzori, Fernando Casu, Vicenzo Frau, Angelo Lisci, Bruno Carta e Giovanni Pilloni di Guspini, Luigi Concas, Egidio Vacca, Gesuino Medda, Antonio Paschino, Pietro Didu, Salvatore Pusceddu, Bruno Zulianello, G: Antonio Pinna, Marfidio Angei, Angelino Atzei, Armando Pinna, Franco Mereu, Mario Mastino, Enrico Cuccu e Pasquale Vacca di Arbus, Francesco Sedda e Giulio Melis di Terralba, Paolo Sanna di Bonorva, Emilio Madeddu di Pabillonis, Italo Mascia di Sardara, Oddone Formentin di Mogoro, Carlo Pusceddu di Flumini Maggiore, Ulderico Garau di Uras.  La sistemazione logistica fu il primo impegno che affrontammo, il tavolo su cui mangiare ricavato da tavolacci e scatole di cartone proveniente dalla polveriera vennero utilizzate come materassi sui quali passare la notte. Il mangiare veniva preparato dalle donne che avevano organizzato una grande cucina in una casa messa a disposizione a Guspini mentre la consegna avveniva per il tramite di compagni di lavoro che erano rimasti all’esterno eludendo i severi controlli delle forze dell’ordine.

Manifestazione di solidarietà ai minatori

Per ammazzare il tempo si giocava a carte, ci si faceva scherzi e chi cantava canzonette. Qualcuno improvvisava delle canzoni in sardo accompagnato con l’armonica a bocca da un altro compagno. Alcuni giorni dopo l’inizio dell’occupazione ci venne portato una radio per il tramite del quale eravamo informati degli sviluppi che stava avendo la nostra lotta. Ci venne consegnato anche un registratore sul quale riuscimmo a registrare tanti discorsi e canzoni scritte da noi che raccontavano della nostra situazione e dileggiavano Minghetti. I giorni passavano e la situazione anche per noi cominciava a farsi pesante, c’era chi cominciava a soffrire di qualche disturbo per cui si rese necessario far arrivare dei medicinali. Nessuno poteva sapere quanto avrebbe potuto durare lo sciopero per cui in occasione della Pasqua decidemmo di registrare una cassetta dal titolo “Buona Pasqua dai sepolti vivi – Montevecchio” che conteneva i discorsi, le canzoni che avevamo composto e il saluto che ognuno di noi faceva pronunciando il proprio nome cognome e paese d’origine e che si sarebbe dovuta far ascoltare alla popolazione la mattina di Pasqua”. Per l’occasione venne anche stampato un manifesto da parte del Comitato Cittadino di Solidarietà dal titolo “Pasqua di Fame per i minatori della Montevecchio”.  La mattina di Pasqua la bella notizia, lo sciopero era finito e avevamo vinto la battaglia contro il Patto Aziendale. All’uscita dalle gallerie trovammo ad aspettarci le auto che ci avrebbero portato alla periferia di Guspini da dove partimmo in corteo per raggiungere la piazza XX settembre dove ci aspettava tutta la popolazione di Guspini e Arbus che aveva lottato con noi. Cosa che avvenne dopo il comizio del sindaco Silvio Mancosu e dei rappresentanti sindacali in piazza XX settembre il due aprile, la mattina di Pasqua quando finalmente l’occupazione finì con la vittoria dei minatori come riporta ancora Serafino Leo nel suo libro.

 

Franco Mereu

Franco Mereu, Arbus, classe 1934, cantiere Telle

 

“Furono 17 giorni molto duri, il tempo non passava mai, il pensiero alle famiglie e a tutti quelli che all’esterno ci aiutavano in tutti i modi”

 

Ancora una testimonianza degli occupanti di Telle, Franco Mereu di Arbus, classe 1934 che ha lavorato a Montevecchio dal 1957 al 1985 «Già dai primi di marzo del 1961 anche tra noi minatori di Arbus giravano voci di un possibile sciopero ma come e quando non lo sapevamo», racconta l’ottantasettenne Franco Mereu che continua con tono sicuro e al tempo stesso non privo di emozione, «Il 17 marzo quando tutto il personale del primo turno eravamo ai nostri posti di lavoro, circa trecento operai complessivamente, arrivò l’ordine di occupare i rispettivi cantieri. Nel nostro cantiere di Telle eravamo una cinquantina compresi anche i nostri compagni di Casargiu in quanto l’ingresso del loro pozzo non era agibile. Alcuni rappresentanti sindacali rimasti all’esterno avvertirono i comuni interessati, Guspini, Arbus, Gonnosfanadiga, Villacidro, San Gavino e altri ancora affinché informassero le nostre famiglie che non saremo rientrati nelle nostre abitazioni perché avevamo occupato la miniera. La decisione di occupare le miniere fu presa perché i rapporti con la direzione e i suoi rappresentanti erano diventati ormai insostenibili a causa del Patto Aziendale imposto dall’azienda dopo un grande sciopero del 1949 che apparentemente sembrava che avesse concesso qualche beneficio economico in più rispetto a prima ma che in realtà aveva istituito il cottimo, reso le condizioni lavorative più pesanti e tolto ogni garanzia sindacale che non consentiva nessuna possibilità di difesa per il minatore neppure in caso di contestazione ingiustificata. Regnava un regime di terrore e la possibilità di essere licenziato da un momento all’altro era possibile anche per semplici dimenticanze nello svolgere il proprio lavoro cosa ancora più pesante se il dipendente aveva una famiglia da mantenere.

I minatori in attesa di votare per il referendum

Il coltello dalla parte del manico era sempre nelle mani dei nostri superiori e i biglietti di punizione erano all’ordine del giorno che significavano soldi in meno nella busta paga. Furono 17 giorni molto duri, il tempo non passava mai, il pensiero alle famiglie e a tutti quelli che all’esterno ci aiutavano in tutti i modi. I nostri compagni dall’esterno ci aggiornavano degli sviluppi della nostra azione e ci portavano da mangiare grazie alla generosità e alla solidarietà di tutta la popolazione, cosa che avveniva anche negli altri paesi del circondario. Si viveva aspettando una buona notizia che arrivò finalmente la mattina del due aprile, il giorno di Pasqua. In pullman raggiungemmo l’entrata di Guspini da dove in corteo arrivammo nella piazza della chiesa dove ci aspettavano migliaia di persone che applaudivano, arrivate con tutti i mezzi dai tutti i paesi della zona per festeggiare con noi la vittoria di questa importante battaglia che avrebbe cambiato la nostra vita e di tutti quelli che ci stavano attorno. Al termine delle manifestazioni avevano potuto finalmente fare rientro dalle nostre famiglie stanchi, provati ma felici. A distanza di anni quando ripenso a quei momenti mi sembra ancora impossibile che si sia potuto realizzare quello che è stato fatto. Certe volte evito di parlare di questo avvenimento perché ho come la sensazione che la gente possa non credere alle mie parole».

Lo rifarebbe?
«Certamente, perché era un motivo importante. Della riuscita dello sciopero va dato merito al sindacato che ha saputo gestire e portare avanti tutta la trattativa. Bisogna anche riconoscere però che l’unione fra noi operai era forte e compatta e il rapporto tra le persone era più onesto e leale, valori che forse stanno venendo meno».

Agnese Liscia, 94 anni, moglie dell’allora sindaco Silvio Mancosu

Agnese Liscia, prima a sinistra (foto archivio comunale)

“L’impegno delle donne è stato determinante anche per tenere alta l’attenzione della stampa”

 

 A questa dura battaglia un validissimo contributo è arrivato dalle donne. Non solo le mogli dei minatori ma anche tante altre che si sono rese disponibili per collaborare in tutte quelle attività fondamentali per la riuscita dello sciopero come racconta la vedova dello stimato sindaco di allora Silvio Mancosu.  Agnese Liscia, 94 anni, con la lucidità che la caratterizza ricorda che «Anche in quella circostanza la popolazione ha dato prova di unità e collaborazione senza distinzione di ceto sociale o credo politico. L’impegno delle donne è stato determinante anche per tenere alta l’attenzione della stampa. Per tutto il periodo dell’occupazione organizzarono manifestazioni e cortei con scontri con la polizia intervenuta in gran numero che fece arresti e uso anche di lacrimogeni.  Anch’io diedi il mio contributo non solo perché moglie del sindaco. Collaborai con tante altre donne alla preparazione dei pasti per i minatori a casa Zedda di via Carducci dove quotidianamente venivano consegnati quantitativi enormi di generi alimentari da parte contadini, pastori, commercianti e altre persone. Arrivava tanta roba che ci vide costretti a coinvolgere don Piano, il parroco, affinché anche la chiesa distribuisse questi viveri ai bisognosi. Ho un bellissimo ricordo della mattina di Pasqua quando finito lo sciopero, i minatori abbandonarono le miniere e tornarono a casa. Quel giorno dall’Armentizia arrivarono 10 chili di formaggio fresco e a casa mia, con la collaborazione di alcune altre donne, preparammo le formaggelle che distribuimmo per festeggiare i due avvenimenti».

 

Sergio Cabitza

Sergio Cabitza, classe 1949, Guspini

“Partecipai ai blocchi stradali, organizzato dalle nostre madri, per impedire il transito dei ‘ruffiani’”

 

Anche i ragazzi parteciparono attivamente alle manifestazioni organizzate dagli adulti in occasione dello sciopero, come racconta Sergio Cabitza, allora dodicenne «Mio padre era fra quei minatori che avevano occupato il cantiere di Sant’Antonio. Nel periodo dell’occupazione, al pomeriggio, con altri ragazzi avevamo il compito di girare per le vie del paese, per cantare il ritornello de “Is Coggius” ”Po’ su duci de Montibecciu è finia sa prepotenza”, scritti dagli operai con molta goliardia contro Minchetti  e che un minatore “maestro di musica” cantava a squarciagola. Ricordo anche d’aver partecipato ai blocchi stradali organizzati dalle nostre madri che a “Sa boccia”, inizio della via Marconi in direzione Montevecchio, impedivano il transito dei pullman che tentavano di portare a Montevecchio quei pochi operai “ruffiani” che non aderivano allo sciopero. Ho ancora nella mente un brutto ricordo di quelle manifestazioni. Una mattina venne organizzato l’ennesimo posto di blocco nella piazzetta all’incrocio tra la via Montevecchio e via Marconi per impedire il passaggio delle auto verso la miniera. All’improvviso vedemmo un elicottero della polizia che volteggiava sopra di noi. Eravamo tutti molto incuriositi e al tempo stesso un po’ preoccupati perché subito dopo arrivò un pullman carico di poliziotti che si fermò proprio davanti al cordone composto da donne e tanti bambini. Non so cosa successe sta di fatto che da quel pullman scese un signore con una fascia trasversale blu che le venne strappata da una manifestante.  A quel punto dall’elicottero cominciarono a buttare giù piccoli barattoli di latta che provocavano tanto fumo e bruciore agli occhi, erano i lacrimogeni. Ne seguì una fuga generale tra urla, spintoni, persone che correvano in tutte le direzioni a causa del fumo intenso e mamme che disperatamente chiamavano i propri figli. Fu una situazione drammatica che chi come me ha vissuto in prima persona non potrà certamente dimenticare».

Ugo Atzori

Ugo Atzori, presidente dell’associazione “Sa Mena”, Guspini

 

“Ogni azione di lotta dei lavoratori rappresenta comunque un momento di confronto o di scontro politico tra lavoratori e imprenditori”


L’associazione si propone tra le altre attività quella di mantenere viva la memoria della storia delle miniere e di coloro che in essa hanno prestato la loro opera, in alcuni casi anche a costo della vita dichiara che «Lo sciopero dei minatori di Montevecchio del 1961 venne definito, nel tentativo di sminuirne la portata, uno sciopero puramente politico. Ogni azione di lotta dei lavoratori rappresenta comunque un momento di confronto o di scontro politico tra lavoratori e imprenditori che naturalmente vede le parti impegnate a tutelare i propri interessi. Per capire meglio le motivazioni di quello sciopero occorre fare un passo indietro al 14 gennaio 1949 quando la federazione Minatori decise di attuare un’azione di protesta con sciopero a oltranza in tutto il bacino minerario metallifero, con rivendicazioni di carattere salariale ma anche con la richiesta di rivedere l’organizzazione stessa del lavoro. In miniera era in vigore “un sistema di organizzazione e valutazione scientifica del lavoro, il Bedeaux”, un sistema avversato dai minatori sin dal momento in cui fu adottato unilateralmente dagli imprenditori minerari nel 1928. Lo sciopero si scontrò con l’intransigenza imprenditoriale e si chiuse il 1o marzo dopo 46 giorni. I minatori furono presi per fame e soprattutto a Montevecchio, per poter riprendere il lavoro furono obbligati a firmare un “Patto Aziendale” che, in cambio di qualche aumento salariale, li obbligava a rinunciare alle loro libertà politico sindacali e a sottostare a tutte le imposizioni aziendali. Questo patto durò 12 anni e venne cancellato dallo sciopero del 1961, con il quale i minatori riacquistarono la loro libertà e la loro dignità di lavoratori e di uomini».

Minatori in galleria

Conclusioni

Abbiamo raccontato delle battaglie combattute contro lo sfruttamento degli operai non dall’altra parte del globo ma nelle miniere di Montevecchio, non secoli fa ma soltanto sessant’anni or sono, con testimonianze di chi quei giorni lì ha vissuti in prima persona.
Sono serviti tutti questi sacrifici dei nostri padri? Non sarei troppo sicuro anche se sotto mutate forme ancora oggi sentiamo parlare di caporalato, sfruttamento e disconoscimento dei diritti più elementari che rasentano lo schiavismo.
Questo piccolo contributo vuole rendere onore e riconoscenza ai nostri padri che hanno combattuto per difendere i loro diritti e non hanno esitato a svolgere un lavoro duro, pesante e molto pericoloso nelle viscere della terra, per allevare la famiglia.
Manterremo viva la memoria.

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