CULTURA. EDITORIA

Movimento 5 stelle: quale futuro?

Enrica Sabatini
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di Giovanni Contu
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Movimento 5 stelle: quale futuro?

Ne parliamo attraverso la lettura del volume di Enrica Sabatini edito dalla PIEMME.
Per i nostri lettori l’autrice gentilmente risponde a qualche domanda raccontandoci il suo impegno fra le prime attiviste e sostenitrici di quella che negli ultimi dieci anni si è rivelata la più importante novità sulla scena politica nel nostro Paese.

Comunque la pensiate, la presenza del Movimento 5 Stelle è stata occasione per riportare all’attenzione dei cittadini la necessità di considerare due presupposti fondamentali per l’azione in campo politico, validi per tutti gli schieramenti; il ruolo partecipativo dei sostenitori e il contributo degli attivisti a cui deve essere offerta la possibilità di prepararsi in modo costante, per quello che si chiama democrazia partecipativa ovvero educazione alla democrazia e in secondo luogo, il fatto che la rivoluzione digitale in atto costituisca un punto di non ritorno nell’evoluzione dell’intelletto umano, nei processi di socializzazione e di inclusione in tutte le loro forme. Pensiamo solo, ad esempio in ambito sanitario, alle applicazioni informatiche per le persone con disabilità; oggi non sarebbe pensabile farne a meno.

Considerato il suo punto di vista per il futuro del Movimento, sulle cui previsioni lei si esprime molto chiaramente, rimane insoluta almeno un’incognita. Gli attivisti della prima ora difficilmente si riconosceranno nella metamorfosi verso la fisionomia di un partito tradizionale; cosa sarà di loro?
«Credo che confluiranno nella già corposa platea di astenuti. Oggi assistiamo a una sorta di apatia civica che non deriva solo dal non sentirsi più rappresentati da qualcuno, ma da un problema più profondo ossia percepire che le proprie azioni, come il votare, non hanno portato e quindi, non accadrà più in futuro, ad alcun cambiamento».

Sarebbe ripetibile e quindi riproducibile, nel momento storico attuale o nell’immediato futuro, il contesto nel quale tutto ha avuto inizio? In altre parole, è possibile ricominciare da capo, ovvero riprendere da dove tutto è cominciato? L’esperienza del Movimento può definirsi definitivamente conclusa?
«Nel 2005 l’idea di MoVimento era innovativa rispetto alla forma partitica, oggi dopo quasi vent’anni e una pervasività del digitale in ogni campo della nostra vita, credo che la partecipazione si declinerà in forme diverse. Soprattutto le nuove generazioni aderiranno a singole battaglie piuttosto che a movimenti basati su programmi articolati. L’enorme coinvolgimento per i recenti referendum a fronte, invece, del crescente astensionismo negli appuntamenti elettorali sono una dimostrazione di questa tendenza».

Come descriverebbe un leader e quale significato assume per lei il consenso?
«Un leader più che un messia da seguire o da delegare, dovrebbe essere, secondo me, un facilitatore di processi democratici in grado di far emergere soluzioni e decisioni dalla comunità stessa. Il consenso costruito su una persona è spesso effimero, quello che deriva da una partecipazione dal basso è più profondo e produce un’adesione più duratura al progetto».

Oggi in Italia le scuole di partito – come si chiamavano una volta – possono davvero costituire una valida opportunità di formazione per gli iscritti, di qualsiasi gruppo politico?
«La parte più consistente del mio contributo a Rousseau ha riguardato proprio la formazione perché sono fermamente convinta che il coinvolgimento dei cittadini alla vita politica non avvenga più attraverso le scuole di partito, ma con percorsi aperti in grado di fornire quegli strumenti culturali e operativi utili a diventare in primo luogo cittadini attivi e consapevoli, e poi possibili portavoce nelle istituzioni».

Come considera nel nostro paese l’attuale impegno della scuola per quanto riguarda il coinvolgimento degli adolescenti sui problemi sociali e di natura politica?
«Oggi rispetto al passato la scuola rappresenta sempre meno il luogo all’interno del quale un adolescente riesce alimentare il proprio interesse verso problemi sociali e politici. Gli spazi digitali sono il “luogo” che gli adolescenti frequentano con più assiduità e la scuola dovrebbe trovare le modalità per dare il suo contributo raggiungendo quegli stessi spazi».

Secondo lei oggi per i giovani in Italia, in generale, al netto delle varie differenze fra aree geografiche e contesto sociale di appartenenza, esistono valide opportunità affinché siano in grado di maturare un livello accettabile di coscienza politica?
«Siamo nella platform society e le piattaforme digitali hanno un ruolo predominante. Ciò porta con sé il vantaggio di poter raggiungere i giovani in modo trasversale, senza limitazioni dovute ad aree geografiche o contesti sociali di appartenenza. Un esempio è stata Greta Thunberg che è riuscita a raggiungere attraverso il digitale milioni di giovani e con il suo esempio ha innescato processi di identificazione in grado di attivarli sui temi ambientali. Le nuove generazioni sono meno legate a paradigmi e ideologie, vogliono incidere con azioni concrete e visibili».

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