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“Nome di battaglia Magda”, il nuovo libro di Andrea Pau

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di Maurizio Onidi

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Chi è Andrea Pau. Ingombra la Sardegna dal 1981, scrive fumetti e romanzi per ragazzi, adora farlo dietro compenso pecuniario. Ha scritto la serie di romanzi Rugby Rebels (Einaudi ragazzi, 2010 – 2015) e il web-comic Radio Punx (Chine Vaganti, 2012), entrambi illustrati da J.C. Vinci; la serie Dinoamici (DeAgostini, 2013); The Believers, fumetto illustrato da Alberto Locatelli (IT Comics, 2016) e il thriller ucronico Il T3rzo piano (Dana/Edizioni RW, 2017).
Nel 2019 ha pubblicato Nome di Battaglia Magda (Solferino); Bonelli Kids: il Re dei Troll (per Sergio Bonelli Editore); Fiume Europa (Einaudi Ragazzi, romanzo scritto a quattro mani con Andrea Atzori).
È docente presso la Scuola di fumetto Fumé di Cagliari diretta da Massimo Dall’Oglio, e attualmente è vice-presidente dell’Ass. Chine Vaganti, che nel 2019 ha dato alle stampe Ajaja = Ayeeyo, parole che uniscono il Mediterraneo. Il libro racconta le esperienze di alcuni ragazzi africani titolari di protezione internazionale che hanno collaborato con l’associazione.
Come nasce “Nome di battaglia Magda” e perché?
Nasce per un caso fortunato. Una notte accesi la tv e capitai su un documentario. Parlava della Seconda guerra mondiale e di un evento capitato durante l’Insurrezione di Varsavia nel 1944: un battaglione formato da giovanissimi si era impadronito di un carro armato nazista e l’aveva usato per liberare 348 ebrei da un campo di concentramento. Una storia stupenda! Mi sono segnato l’appunto e sono tornato a lavorare sul libro che avevo in scadenza. Ma quell’appunto mi tormentava… sulla rete non trovavo nessuna notizia che lo confermasse e io non mi ero segnato il titolo del documentario. Poi ho trovato qualche flebile traccia in alcuni siti inglesi che trattavano dell’Insurrezione, e da lì qualche notizia più utile sui portali polacchi di Storia. Mi sono accorto che la vicenda era stata raccontata solo su alcuni libri polacchi e che al resto del mondo era pressoché sconosciuta. Perciò sono volato in Polonia per fare un po’ di ricerche sul campo, ho visitato il museo dell’Insurrezione di Varsavia, ho intervistato la gente del posto e pian piano ho messo assieme la documentazione necessaria.
 A chi si rivolge?
Nonostante il tema, è un libro di avventura: racconta la vicenda di una ragazza, Ewa, e di due giovani, Konrad e Jacek, quarantasei anni in tre, che nei giorni terribili di agosto del 1944 si uniscono all’Insurrezione contro l’invasore nazista. Racconta i loro sogni di libertà, la loro amicizia e le loro sofferenze. La storia  parla a chiunque si sia sentito, almeno una volta nella propria vita, prigioniero delle circostanze, sottomesso a un destino che non ha scelto. E a chi vorrebbe trovare il coraggio di reagire alla barbarie.
Chi vorrebbe che lo leggesse?
Durante il mio viaggio di documentazione sono stato ad Auschwitz e Birkenau, i campi di concentramento dove i nazisti hanno ucciso quasi un milione tra ebrei, polacchi, rom, gay. Ho visitato i due campi nel febbraio di due anni fa. La temperatura era quindici gradi sotto lo zero e, come diceva Guccini, c’era la neve… è un luogo che trasuda dolore e disperazione da ogni ciottolo delle stradine, da ogni mattone delle baracche. Un posto dove l’umanità è morta più volte. Sotto quel cielo grigio ho passato ore di sgomento. Nonostante conoscessi già benissimo i fatti storici, quel posto mi ha atterrito.
Ecco. Vorrei che il mio libro fosse come una visita ad Auschwitz. Vorrei che lo leggessero tutti quelli che reputano improbabile il ritorno, all’interno dei confini europei, di un orrore così insensato come la guerra e del sopruso degli uomini su altri uomini. Tutto questo sta già avvenendo, spesso a pochi chilometri da noi, e nella nostra totale indifferenza. Quando stringiamo patti scellerati con i carcerieri libici o blocchiamo le navi che salvano i disperati, quando ergiamo muri di separazione e giustifichiamo una propaganda fatta di notizie fasulle, di questa infamia diventiamo nostro malgrado anche complici. Auschwitz non è il passato, purtroppo. È il presente.
La sua produzione ha sempre un comune denominatore i ragazzi, quando diventeranno adulti nelle storie che racconta?
I ragazzi sono già adulti. O almeno, lo sono in potenza. Devono, certo, armarsi delle corazze che permettono agli adulti di sopravvivere in questa giungla di qualunquismo e bassezze, ma sanno già far fronte alle cattiverie tipiche della loro età. C’è il vizio diffuso di considerare i giovanissimi in due maniere errate: o come mentecatti incapaci di capire una riflessione complessa, o come angioletti innocenti arrivati dritti dal paradiso. Balle. I ragazzi hanno virtù e difetti come tutte le altre persone, sono capaci di capire quel che gli si dice e vanno considerati con rispetto, anche quando gli si racconta delle storie. Siano adulti o ragazzi, nelle mie storie tratto tutti, semplicemente, da persone. Per questo mi diverto, poi a incontrarli, nelle scuole o nelle biblioteche.

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