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Oristano, mostra sui devoti e sofferenti di Neapolis

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di Tarcisio Agus
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Interessante iniziativa promossa dall’ Antiquarium Arborense nella serata del 10 agosto, con la conferenza del direttore Raimondo Zucca e l’inaugurazione della mostra sui devoti e sofferenti di Neapolis.

All’interessante iniziativa erano presenti diversi soci del gruppo archeologico Neapolis di Guspini, guidati dal presidente Gianni Sirigu e dal vice presidente Raimondo Raccis.

Il professor Zucca ha voluto rievocare il ritrovamento da lui effettuato nell’estate del 1973 delle figure fittili di devoti e sofferenti nella città di Neapolis. Ancora oggi, a distanza di anni, ritiene la scoperta di particolare importanza nonostante la diffusione nel mediterraneo di templi di divinità salutare con favisse caratterizzate da votivi anatomici o figurine in terracotta massiccia, al tornio e a matrice.

A Neapolis Raimondo Zucca, ancora giovane appassionato di archeologia, ritrovò nell’area extra urbana, presso il porto della città un primo gruppo di terrecotte plasmate a mano che rappresentano dei sofferenti sulla base delle espressioni del viso e delle posizioni delle mani sul corpo. Simile a questo ritrovamento sono le figurine di Bithia, ma queste, a differenza di quelle di Neapolis, sono prevalentemente realizzate al tornio.

Pur avendo nel mondo greco preso piede le pratiche mediche di Ipocrate, considerato il padre della medicina scientifica, nel IV a. C., le popolazioni facevano ancora riferimento alle divinità per lenire le proprie sofferenze per cui in ogni parte del mondo antico assistiamo al proliferare di aree votive dedicate alle divinità salutari. A Bithia, presso la località di Chia, Antonio Taramelli, sovrintendente delle antichità in Sardegna, nel 1933 scavò l’area sacra ritrovando, oltre le statuine, anche la divinità del tempio, il dio Bes, una divinità egizia giunta in Sardegna a seguito dei fenici e punici come guaritore ed a lui erano dedicate le figurine in terra cotta e amuleti per la richiesta di guarigioni o buona sorte.

Le figurine modellate a mano di Neapolis sembrerebbero scostarsi da quelle di Bithia. Così il professor. Zucca nel suo libro “Neapolis e il suo territorio”: “le statuine plasmate a mao di Neapolis, appaiono legate per stile ed iconografia anche ad un gruppo di figurine mesopotamiche, ugualmente modellate a mano, provenienti da una località nei dintorni di Aqarquf, di epoca Kassita (II metà del II millennio a. C)”.

Nella cornice della piazza Corrias antistante l’Antiquariun civico, Raimondo Zucca ha lasciato aperta la ricerca sulle possibili interazioni tra le popolazioni semitiche e il mondo nuragico attraverso i riti praticati nei pozzi sacri, dove alcune similitudini con le nostre statuine si ritrovano. Certo colpisce l’incisività delle rappresentazioni della sofferenza sui volti delle sculture votive, fatte o con un gesto rapido di ditata o con uno strumento appuntito per rappresentare il dolore, solitamente espresso attraverso la bocca, così pure espressamente significative sono le posizione delle mani ad indicare il punto di sofferenza, sugli occhi, sul petto, sui genitali, sul ventre e così via. Oggi i pezzi provenienti dall’area votiva di Neapolis, sparsi in diversi musei e depositi della soprintendenza, ammonterebbero a oltre 600 unità di cui 250 integri.

Neapolis

Al termine della sua interessante relazione e prima della visita alle statuine di Neapolis, presenti nell’Antiquarium Arborense, il professor. Zucca ha lanciato la proposta che tutte le statuine siano raccolte in un unico museo, per una migliore rappresentazione e studio. Così come sta avvenendo a Cabras per i giganti di Monti Prama. Una parte dei reperti destò interesse scientifico anche nel campo medico e fra i più attenti si è fatto riferimento a professor Aresu che volle capire, dalle espressioni e posizioni delle mani, la natura e le malattie del tempo che affliggevano le genti di Neapolis.

La proposta Raimondo Zucca Zucca la rivolge prioritariamente alle autorità ministeriali, regionali e locali, in particolare a queste ultime perché pongano a disposizione uno spazio in grado di accogliere l’intera collezione, suscettibile di ulteriore ampliamento se a Neapolis riprendessero gli scavi, nonché la probabilità di scoprire anche la divinità a cui sarebbe stata intitolata dell’area sacra, come è avvenuto a Bithia. «C’è bisogno – incalza l’archeologo- di avere un luogo identificativo dove custodire non solo l’importante tesoro votivo ma anche le testimonianze della città di Neapolis, che già si stanno accumulando come la statua di Afrodite Uranìa, la lapide dedicata all’imperatore Valeriano del III sec.d. C., recuperata negli scavi del 2000 che riporta il nome della città di Neapolis o ultima in ordine di tempo, la splendida testa marmorea di Faustina maggiore».

La proposta sottoscritta e accolta con entusiasmo dal gruppo Neapolis, ora viene rimandata all’attenzione degli amministratori guspinesi perché non cada nel vuoto.

Guspini ha il dovere morale di recuperare la città e custodire i suoi tesori perché Neapolis è parte integrante della sua storia, ma anche dell’intero territorio ove vivevano e ancora, potremmo dire, vivono le nuove generazioni delle Gens Neapolitane (le popolazioni neapolitane).

 

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