STORIA DI CASA NOSTRA

Pabillonis, Angelo Zurru l’ultimo Mestu ‘e Pannu del paese

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di Dario Frau
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Angelo Zurru

In paese, negli anni 60, chi all’inizio chi alla fine, quasi tutti i sarti avevano chiuso l’attività perché il boom economico aveva cambiato le abitudini e le consuetudini dei consumatori e gli abiti già confezionati si trovavano ormai, non solo nei negozi in città, ma anche nei paesi.
La carenza di ordinazioni, gli introiti sempre esigui, non permettevano, infatti, di mantenere questa attività professionale. L’unico a resistere e tenere testa alle novità consumistiche, fu Angelo Zurru. Nato nel 1939, l’artigiano apparteneva a una famiglia della piccola proprietà terriera.
«Mio padre possedeva diversi terreni, buoi e animali da tiro, non erano molti, ma in quel tempo permetteva di vivere in modo dignitoso», racconta Angelo Zurru. Con l’andar del tempo, però, questo tipo di economia agricola, come in tutto il paese, entrò in crisi e non permetteva di avere entrate solide e sicure come nel passato, e qualche appezzamento fu anche venduto.
«Mio padre, però, con il suo lavoro delle terre rimaste, assicurò alla famiglia, composta da mamma, io e una sorella, una vita, se non agiata certamente distinta per quei tempi», precisa il sarto.
Dopo la scuola elementare, sebbene Angelo dimostrasse una buona predisposizione allo studio, non poté continuare, a quei tempi bisognava andare fuori paese per studiare ed era problematico viaggiare poiché i mezzi pubblici non c’erano.

PRIMO APPRENDISTATO
«Dovevo fare una scelta, per intraprendere un’attività accettabile, che non fosse il solito lavoro in campagna; alla fine, tra fare l’apprendista barbiere e il sarto, scelsi di andare nella sartoria di Francesco Cossu che prima lavorava nella casa paterna, poi trasferì il locale in via Lamarmora. Era una piccola casa composta da una stanza, una cucina, un solaio e un cortiletto. Avevo tredici/quattordici anni, quando incominciai con mestu Franciscu, classe 1928 era una persona tranquilla e competente, seguivo le sue indicazioni e apprendevo facilmente. I primi tempi m’insegnò come prendere e usare l’ago, per questo motivo mi legava il ditale (bucato) al dito, e poi piano piano i primi elementi di cucitura. Mi piaceva fare il sarto, bisogna essere portati per questo lavoro: o hai la passione, altrimenti non riuscirai mai, infatti, altri ragazzi abbandonarono e andai avanti solo io», precisa Angelo. Pazienza, abilità, elasticità mentale, colpo d’occhio, intelligenza e un particolare talento è d’obbligo per diventare un bravo sarto e Angelo Zurru tutto questo l’aveva. «Ricordo anche un mio compagno di bottega, Salvatore Lai, era bravino, venne con me anche da Antonangelo Cao, un altro sarto del paese, ma dopo un po’, Salvatore lasciò e partì a Genova per fare il cameriere in un ristorante», racconta Angelo. Alla domanda, se da apprendista fosse assicurato, il sarto sorride «in quei tempi, non esisteva assicurazione, costava troppo e con il guadagno che i sarti ricavavano, non potevano pagare i contributi ai ragazzi che andavano in bottega».

LA SARTORIA CAO
Dopo un periodo di tre anni trascorso da Francesco Cossu, Angelo Zurru entrò a far parte della sartoria di Antonangelo Cao, originario di Morgongiori, che aveva preso in affitto un locale in via Roma. «Mestu Antonangelo era molto abile nel mestiere e bravo come carattere, mi trovai molto bene e migliorai tantissimo le competenze acquisite. Sapevo fare il taglio, diventando un sarto completo. C’era tanto lavoro allora: per le feste, facevamo anche i turni per soddisfare le richieste, nel mio turno lavorava anche la moglie del titolare».

TRASFERTA A MOGORO NELLA SARTORIA PIRAS
Dopo sei anni con Antonangelo Cao, Angelo si trasferì a Mogoro per lavorare nella sartoria Piras, che allora aveva una certa fama. «Come nuovo arrivato mi sentivo sotto osservazione degli altri dipendenti, ben presto, però, la mia professionalità fu riconosciuta e apprezzata da tutti e diventai un punto di riferimento, in bottega», aggiunge sorridendo Angelo. L’artigiano era ormai un sarto capace e pronto a mettersi in proprio, però, prima di aprire bottega fu invitato a lavorare nella sartoria di Benigno Frau, in via Garibaldi, il più importante sarto del paese. Vi rimase tre anni e qui completò le abilità professionali.

ANGELO ZURRU SI METTE IN PROPRIO
Dopo una decina d’anni trascorsi, tra apprendistato e lavoro dipendente, Angelo Zurru, nel 1964, decide di mettersi in proprio. La sartoria venne realizzata in un locale indipendente della casa paterna in via Roma. «Comunque anche quando ero con zio Benigno, io lavoravo a casa perché possedevo già una macchina da cucire», ci tiene a precisare. La nuova sartoria venne attrezzata di tutto il materiale che serviva. «La stoffa per gli abiti erano di diverso tipo, quella buona come Cerruti, Rossi, Zegna erano cari, ma di ottima qualità, gli altri invece, come il rayon, non garantivano certe prestazioni ed erano difficili da lavorare», precisa il sarto. Il lavoro non mancava. Grazie all’abilità e alle competenze acquisite nel tempo, Angelo ben presto diventa un punto di riferimento in paese. Non era semplice confezionare un abito perfetto, ma lui conosceva ed applicava tutti gli accorgimenti necessari per renderlo, comodo, visibile, elegante e accurato.

IL LAVORO PER CONFEZIONARE UN ABITO
«La prima operazione alla confezione era ovviamente la “presa delle misure”: le circonferenze del torace e della vita, la larghezza delle spalle, del busto, per le maniche la lunghezza del braccio nonché tutte le altre riguardanti il pantalone. Mi servivo anche di modelli in carta, disegnavo direttamente sul tessuto con l’uso di squadre, righe e gesso, e poi, si tagliava con una grossa e pesante forbici. I vari pezzi di stoffa venivano poi assemblati con le cuciture larghe, provvisorie, per tenere i tessuti uniti», spiega in modo dettagliato. Ma con questo non era finito. «Durante la realizzazione dell’abito, il cliente veniva per le prove poiché occorreva fare diverse “misurazioni”; la prima era per la giacca, al fine di fare gli adattamenti necessari e in tali circostanze le parti venivano dunque aggiustate», spiega ancora il sarto. Un particolare segreto che utilizzavano i sarti, e anche lui, «era quello spruzzare acqua sulla stoffa, che veniva poi asciugata e stirata, poiché senza questo accorgimento, alla prima pioggia, l’abito poteva subire degli accorciamenti», precisa ancora Angelo.

CLIENTI ANCHE DI FUORI PAESE
 Il sarto di via Roma si era fatto un nome e aveva diversi clienti di fuori paese. «Qualcuno aveva visto e apprezzato certi lavori che facevo, come i gilet alla cacciatora, con tasche particolari e mi chiedevano di farle in questo modo. Anche persone che venivano in ferie dal Continente, vedendo il mio tipo di lavoro diventarono mei clienti». Ma quanto costava un abito completo? A questa domanda il sarto non riesce a dare una risposta precisa: «dipendeva dal tipo di tessuto che il cliente sceglieva, avevo un famoso campionario “Super tessili Unificato”, con marche importanti come Lanerossi, Cerruti che venivano scelti soprattutto per gli abiti in occasione del matrimonio: costava caro, ma ne valeva la pena, chi non poteva spendere molto sceglieva il tessuto in rayon, ma non era la tessa cosa», osserva il sarto.

IL CONCORSO LE FORBICI D’ORO
 Le competenze di Angelo Zurru furono messe in evidenza anche durante il concorso “Forbici d’Oro”, che si tenne a Cagliari, per premiare i maestri sarti che dimostravano una particolare competenza tecnica. «Mi ricordo, come fosse oggi”, racconta Angelo, “la prova era il confezionamento di un abito, quando toccò il mio turno, stesi la stoffa sul bancone e presi subito le forbici per il taglio, un commissario mi bloccò e mi chiese perché non utilizzavo i modelli in carta già pronti: “non ne ho bisogno, ho tutto in testa” risposi, il commissario che si allontanò perplesso e poco convinto. Alla fine preparai quanto richiesto, tra l’ammirazione di tutti. Ricevetti il secondo premio, ma ancora oggi non sono convinto di questo riconoscimento, poiché forse ritenevo di meritare di più».

IL RICORDO DI UN BRAVO APPRENDISTA
Il lavoro in sartoria non mancava. «Ho avuto anche tre apprendisti, uno che aveva acquisito le abilità necessarie per diventare un bravo sarto, purtroppo morì in un incidente stradale tornando dal mare di Pistis: ancora oggi, dopo tanti anni, provo molto dispiacere». La sartoria Zurru faceva di tutto: abiti, pantaloni per grandi e bambini e anche camicie. «Ero restio, però, ad aggiustare e rattoppare i pantaloni, non perché non lo volessi fare, ma perché non conveniva, né a me né al cliente: smontare un indumento occupava molto tempo, c’erano sprechi di stoffa, con i ritagli, e alla fine si aveva sempre un indumento rappezzato: tanto valeva spendere circa 500 lire in più e avere un pantalone nuovo e duraturo». Il rapporto con il cliente era importante, ed Angelo era un maestro anche in questo: affabile, preciso e sincero, consigliava e dava anche fiducia nel pagamento. Tutto a posto dunque? «Non del tutto, certe volte la fiducia non era sempre reciproca, qualcuno, dopo il lavoro fatto non si faceva più vedere”, precisa Angelo. Con il passare del tempo, il lavoro dei sarti diminuì in modo radicale: gli abiti già confezionati, che si trovavano, ormai, non solo in città ma anche nei paesi, decretò la chiusura delle sartorie. Alla fine degli anni ‘60, resisteva solo la sartoria di Angelo. «I clienti che avevo erano soprattutto anziani, qualcosa si faceva, ma i costi erano alti e i guadagni diventavano sempre più esigui».

INIZIO ANNI ‘90, ANGELO CHIUDE LA SARTORIA
Era difficile mantenere una famiglia in queste condizioni, così nel 1991, Angelo riuscì a ottenere un posto come collaboratore scolastico in un istituto di Carbonia e vi rimase fino alla pensione. «Non smisi, però, immediatamente. Avevo tanto lavoro arretrato, prima di partire a scuola, mi alzavo presto e andavo in sartoria per terminare gli abiti promessi». Sono passati ormai alcuni decenni dalla chiusura della sartoria Zurru, ma i ricordi della competenza e abilità di Angelo sono sempre vivi in paese e viene ammirato per questo. I saluti sinceri dei cittadini che lo incontrano sono la prova dell’ottimo rapporto che Angelo Zurru ha avuto per tanto tempo nella comunità di Pabillonis.

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