STORIA DI CASA NOSTRA

Pabillonis, il monumento is pingiadas, simbolo della tradizione artigiana del paese

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di Dario Frau
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In occasione della manifestazione Monumenti Aperti del 28 maggio scorso, l’amministrazione comunale ha voluto dare un nuovo look ai Is Pingiadas. Il monumento, situato nella piazzetta tra via Milano, via Sardegna e via Bologna, è dedicato agli antichi pentolai del paese. Un simbolo per la comunità che ricorda la tradizione e la storia dell’artigianato tipico pabillonese, famoso, nel passato, in tutta l’Isola per la qualità dei suoi prodotti in terracotta; essenziali per la vita quotidiana, quando i recipienti, come pentole e tegami in modo particolare, servivano per cucinare e non esistevano altri materiali. Ecco dunque “is tianus e is pingiadas” di Pabillonis: una fiorente produzione e un florido commercio, documentati anche dai documenti d’archivio.
Nel 1837, il numero dei pentolai (aziende laboratorio) era di 20 persone, a questi bisognava aggiungere gli aiutanti, perlopiù ragazzi e donne, che aiutavano a preparare l’argilla, i carrettieri che trasportavano la materia prima, dalle cave, i legnaioli che procuravano le fascine per il forno, e l’indotto, rappresentato dai venditori che si recavano negli altri paesi, per vendere il prodotto finito in tutta l’Isola. Nell’anno 1850, risultavano nella lista degli individui esercenti gli uffici pubblici e facoltà d’arti: 4 negozianti al minuto (“merciai”), 4 “ferreri”, 3 “maestro di muro”, 5 “osti”, 5 “fabbricanti di acqua vite”, 5 “falegnami in grosso”, 4 “fabbricanti di mattoni e tegolai” e ben 13 fabbricanti di vasellame “(tesi di laurea, d. f. 79/80)

 

 

 

IL COMMERCIO DELLE PENTOLE

Il monumento è un omaggio anche alle donne pabillonesi che si caricavano in testa is cabiddadas di pentole e tegami dentro is crobis (le corbule), e a piedi si recavano nei paesi vicini (fino agli ‘60 del secolo scorso) per vendere il tipico prodotto del paese. A commerciare is pingiadas e is tianus in ogni parte della Sardegna, da Iglesias, all’Ogliastra, dal Montiferru, al Nuorese e fino a Sassari e La Maddalena, ci pensavano i carrettieri. Carichi di cabiddadas, con sponde rialzate con sa cedra (i carri potevano trasportare tra i 400/480 pezzi) ben sistemate tra la paglia, il fieno e su “preimentu” (erba palustre), le stoviglie di Pabillonis arrivavano in ogni paese dell’Isola, come documentato dai libro fatture (sec XX) dei laboratori più grandi, che segnavano la quantità consegnata ad ognuno, i nomi dei trasportatori e le località dove venivano vendute. Un’importanza straordinaria e un fenomeno economico eccezionale per quei tempi, oggi poco capita e apprezzata che merita maggior riflessione da parte di storici e analisti. Qualcosa si muove, comunque. Alcuni studi sull’importanza della ceramica di Pabillonis, nel passato (periodo tardo romano o anche prima!!) potrebbe aprire anche spiragli più sorprendenti. Fantasia? Non proprio. Pare infatti, che il territorio dove erano ubicati i vari siti abitati che hanno poi costituito e dato origine al nucleo di Pabillonis, (con le varianti storiche del suo nome), nel periodo tardo romano, fosse addirittura uno dei centri più importanti di produzione mediterranea della ceramica da cucina.

PRODUZIONE ANTICHISSIMA, STUDI SUL PERIODO TARDO ROMANO

La notizia è arrivata a fine 2006, con la presenza in paese di alcuni studiosi che avevano effettuato delle indagini sui campioni d’argilla del territorio del paese e su antichi manufatti. Lo studio in questione fa parte, infatti, di un  progetto bilaterale italo-spagnolo, finanziato dai rispettivi ministeri competenti (MIUR e MEC), che ha come oggetto lo studio della ceramica da cucina tardo-antica (V-VII secolo d.C.), modellata a mano o al tornio lento e commercializzata nel Mediterraneo  L’intento è quello di verificare l’esistenza, al momento solo ipotizzata, di una corrispondenza tecnologica per ciò che riguarda la manifattura di impasti refrattari tra l’importante tradizione ceramica di Pabillonis e una, ancora più antica, che trova le sue radici nella tardo-antichità sarda”, dichiarò, allora, professor Giuseppe Montana (Università di Palermo) che insieme a prof. Miguel Angel Cau Ontiveros (ICREA – Università di Barcellona) e per l’Italia dalla Prof.ssa Sara Santoro (Università di Parma, parte archeologica) avevano intrapreso questi studi. Studi, analisi e ricerche storiche per ora, ma certamente non utopistici e fantastici i risultati che si possono osservare nei prodotti, unici e particolari, degli artigiani di un tempo, almeno fino agli anni 60 del sec, scorso, dovuti a tecniche che non si spiegano se non ad esperienze che risalgono alla notte dei tempi.
Esperienze riscontrabili sia, nei mestus pingiadaius che operavano come tornianti nei laboratori più grandi e più organizzati, sia nei pingiadaius più piccoli, che a livello familiare, producevano a casa propria, dove bastava un tornio, un forno e tanta competenza e ingegno per realizzare pentole, tegami e altri utensili. Caratteristiche tecniche e culturali che si possono far risalire, come stanno cercando di dimostrare gli studi di professori internazionali, fino al periodo romano e anche oltre. E così l’ipotesi suggestiva della bravura degli artigiani, le caratteristiche delle argille che si trovano abbondanti nel territorio di Pabillonis può essere un fatto reale. Per questo motivo, si ritiene, che i residenti dei nuclei abitati di Santu Sciori, Domu e campu e altri siti che testimoniano la presenza dell’uomo nella zona di Pabillonis, anche dopo il loro abbandono, per dar vita al paese attuale, abbiano portato con sé, i segreti e le tecniche di questo tipo di lavorazione, raggiungendo sorprendenti abilità nella produzione di utensili di ceramica da cucina e di uso quotidiano. Un marchio di qualità che ha prevalso su simili prodotti dei vari laboratori che esistevano in altre località dell’Isola. Ecco dunque l’importanza di questo monumento: un pezzo di storia che racchiude nella sua simbologia, un forziere prezioso di alti valori culturali, artistici, economici e sociali della comunità pabillonese. La trilogia de “Is Pingiadas” (pingiada, tianu e ariglia, quest’ultima meno prodotta in paese e forse solo su richiesta) era stata realizzata nell’estate del 1985 dall’artista, pittore e scultore Antonio Ledda di Serramanna. Il monumento aveva bisogno di una rinfrescata: il tempo e anche il poco rispetto di qualcuno aveva deteriorato Is Pingadas. L’amministrazione comunale con una spesa minima e grazie agli operai comunali e al prezioso intervento di Giovanni Floris, collaboratore scolastico in pensione, che si è occupato, come altre volte, del ripristino ha rimesso a nuovo il monumento. Ma forse pochi, sanno chi è l’autore di questo monumento.

ANTONIO LEDDA L’AUTORE DEL MONUMENTO DE IS PINGIADAS

 

Antonio Ledda

Bisogna tornare indietro nel tempo, quando trentasette anni fa, l’artista Antonio Ledda fu incaricato dall’amministrazione comunale di allora di realizzare un monumento all’artigianato, che per antonomasia doveva ricordare l’antica arte del paese, conosciuto come “sa bidda de is pingiadas”. L’entusiasmo dell’artista, per la proposta fatta dall’assessorato alla cultura e pubblica istruzione comunale di allora, fu ben presto trasformato in un progetto insolito e innovativo. Non una statua o un monumento plastico con figure umane o simili, bensì una piazza intera con un punto di riferimento sia per i residenti sia per i turisti che, in quelli anni, soprattutto, visitavano la Rassegna dell’artigianato che nel periodo estivo veniva allestita nei locali dell’ex municipio. L’opera progettata e realizzata da Antonio Ledda era in origine di color bianco sul prato verde, ma venne poi, anni dopo, ridipinta più volte con i colori della terracotta. Forse l’idea originaria e l’immagine artistica che aveva del monumento, l’autore di Serramanna era diversa, anche perché l’inserimento era configurato in una visione soggettiva, metaforica e traslata dell’artista. Antonio Ledda, non è un artista qualunque, diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Firenze ha insegnato per anni, discipline pittoriche e arte visiva presso l’Istituto statale d’Arte di Oristano. Il suo percorso artistico è diventato sensazionale e oggi spazia fino alla produzione letteraria con la pubblicazione di diversi libri. Le sue opere sono spesso un´ironica e appassionata, visione della realtà interiore. Pone al centro della sua opera lo studio dell´uomo nel suo tessuto storico, economico, sociale e culturale. Il monumento, Is Pingiadas, ne è l’esempio. La trilogia della scultura rappresenta un messaggio comunicativo e un punto di riferimento per le giovani generazioni: una sintesi della Memoria storica del paese, in particolare, il simbolo di un contesto culturale, sociale ed economico quando in questo settore erano occupati decine e decine di lavoratori.

Foto Dario Frau

LA VISIONE STORICO CULTURALE DE IS PINGIADAS SECONDO L’ARTISTA

Antonio Ledda, dopo una cognizione storica sull’importanza di questo settore economico, ha recepito queste caratteristiche speciali ed voluto trasmettere, nel suo linguaggio artistico queste peculiarità. Ecco dunque il “gigantismo” dell’opera: tre sculture che devono essere percepite anche da lontano, un simbolo rappresentativo del paese e che deve incuriosire e stupire. Stupire, quindi, per stimolare la conoscenza di un pezzo di storia pabillonese. È per questo che la trilogia è posizionata in una piazza, al crocicchio di diverse strade. Un’opera “gigante”, che oggi è capace di raccontare la sostanza profonda di un mondo passato, di un paese rimasto prodigiosamente quasi fuori dal tempo, ma   che cerca comunque, grazie alla rimembranza storica, di riscattarsi per un futuro migliore. Un messaggio dunque, la scultura di questo artista poliedrico, volto ad una continua ricerca dialettica sempre in movimento.

Foto Dario Frau

Un monumento non statico, ma vivente, che rimanda con la sua trilogia a una serie di pagine da sfogliare e interpretare per capire la realtà laboriosa di una comunità agropastorale e manifatturiera. Ecco s’ariglia, un prezioso contenitore per l’acqua che is messaius portavano nei campi aridi nei mesi caldi durante l’operazione de sa messa (mietitura). Grondanti di sudore, assettati e stanchi, posavano per un momento sa fraci per soddisfare la sete e l’arsura che il caldo e il lavoro procuravano. Sotto i covoni, all’ombra della calura estiva, il prezioso contenitore di terra manteneva fresca l’acqua. Un simbolo dunque che riporta al duro lavoro agricolo de is messaius di un tempo, quando il grano si mieteva a mano e dietro di loro, le spigolatrici, infagottate, per ripararsi dal sole, seguivano i mietitori per raccogliere le spighe cadute. Sa pingiada e su tianu, rimandano all’impegno della preparazione dei pasti, lavoro relegato ai compiti della donna.

Foto Dario Frau

Una lettura di sincronia e anacronismo tra donna e utensili da cucina, forse forzata, ma non certo incongruente e assurda. Immagini, che rimandano dunque alla quotidianità della vita: recipienti universali che posti sul fuoco, fin dal neolitico hanno fissato il modus vivendi dell’essere umano. Ma il linguaggio espresso da Is Pingiadas sono un piccolo esempio della potenzialità, abilità e doti dell’artista di Serramanna. Sono infatti tantissime le opere realizzate e le manifestazioni culturali che caratterizzano l’estro e la complessità artistica di Antonio. Molte opere vengono create senza la paura di imbrattarsi nella manipolazione del materiale con cui creare l’opera d’arte, come ha fatto anche a Pabillonis, con il monumento Is Pingiadas. E così dopo la preparazione dello scheletro, utilizzando,verghe di ferro unite con reticella metallica e cartapesta, la struttura, con l’aiuto anche di volontari, era stata trasportata nella piazzetta tra via Milano e via Sardegna. Qui l’artista, con il supporto, anche della ditta Colombo, aveva terminato l’opera, rendendola dura e compatta con materiale cementizio pressato per resistesse nel tempo e testimoniasse, anche alle generazioni future, un importante pezzo di storia di Pabillonis. Fin qui dunque, il binomio Ledda-Is Pingiadas dove lo scultore ha lasciato la sua impronta significativa. Una piccolissima tessera di un grande mosaico rappresentato dal suo straordinario curriculum.

LE OPERE DELL’ARTISTA LEDDA

Antonio Ledda (1951), artista poliedrico, volto ad una continua ricerca dialettica sempre in movimento, pone al centro della sua opera lo studio dell´uomo nel suo tessuto storico, economico, sociale e culturale. Non manca certo l’astrattismo nelle sue opere. Numerose  le sue mostre  personali e collettive, tra cui, per citarne alcune: “Regionale d´arte figurativa, Cagliari 1980; Immagini sonore, Museo Comunale di Cagliari 1981; 1° Biennale d´Italia di arte contemporanea, 1998 Trevi (PG); Tante le mostre itineranti: ´Evoluzione della civiltà pastorale´, 1997/2005; ´Agricolturarte´, 1999/2008; ´Turismo e rivoluzione in Sardegna´,´Fuori dalla rotta dei gabbiani´, Museo Sa Corona Arrubia, 2014;2001; Organizza ´Trenino dell´arte – dalla città alla provincia´, Cagliari/Tortoli 2001/2002; ´Bisso porpora e carbone´,  2003; ´Il capello d´autore – kentu concas kentu berritas´, Cagliari/Torino 2004; ´Cagliari/Napoli – diario di bordo,  Cagliari/Napoli 2006; ´la bandiera sarda – simbolo bifacciale,  Cagliari/Milano 2007 e poi ´Chelu, terra e mari, Galleria La Bacheca Cagliari 2000; Mostra Internazionale,´toute l´eau du monde, Canada 2004; ´London Biennale in Arcadia´, Stables Gallery di Londra 2006; ´Artisti a Statuto Speciale´, Trento 2015/2017, Bolzano e Alghero 2017. Una sua specificità sono i murales: a Serramanna, Sorso, Oliena, Villamar, Irgoli, Riola, Bosa, Samugheo, Lanusei, Allai, San Sperate, e in altri paesi, realizzati insieme anche ad alcuni gruppi di artisti. Non mancano neppure le sculture, nel curriculum artistico di Ledda: a Serramanna, Cabras, Pabillonis, stazione ferroviaria di Oristano.

ANTONIO LEDDA SCRITTORE

Il suo percorso artistico e culturale è diventato sensazionale e non si pone limiti: oggi spazia fino alla produzione letteraria con la pubblicazione di diversi libri. “Tutte le realtà grandi e piccole subiscono una trasformazione profonda. Il tempo scorre irreversibile e niente tornerà come prima, ecco perché le voglio raccontare”, spiega l’artista. Ecco il leit motiv dello scrittore Ledda. Imprigionare ciò che il tempo trasforma e qualche volta dimentica. Che fare? Raccontare e conservare il passato per farlo conoscere alle generazioni future. La scrittura è un modo per attuare questo obiettivo. Tutti possono fare questo, ma solo a pochi è dato di cogliere e saper trasmettere i valori del passato. Ecco dunque il Ledda scrittore, che racconta gli umili, eroi tuttavia, perché hanno vissuto un’esistenza vera e reale anche se non vincitori, perché non hanno raggiunto gli standard e i modelli di traguardi fissati da una omologazione culturale scontata e non degna, quindi, di essere raccontata dalla “grande storia”. Qualcuno però rende giustizia a questi “eroi/vinti” e Ledda è uno di questi narratori. Tra i libri più conosciuti e recenti, “Memorie di Pendio Grande” pubblicato nel 2018 e “I tempi che cambiano”, nel 2021,

Sono storie un po’ autobiografiche: non ho fatto altro che raccogliere vicende di persone che ho conosciuto durante la mia giovinezza: sono periodi che vanno dagli anni 50/60 e dagli anni 60/70”, racconta Ledda. Storie di paese, storie sarde, ma nello stesso tempo universali, che vengono proposte anche in molte tematiche delle sue opere: quadri, murales e sculture. Storie di vita vera dunque, reali e tangibli e Ledda le può raccontare perché le ha viste e vissute. È questa la sua valenza di grande artista, il substrato culturale che ha respirato fin dall’infanzia, l’esperienza scolastica e la capacità di acquisire nel tempo le diverse ramificazioni in cui l’arte si espande, insieme all’estro personale, gli hanno permesso e gli permettono di esprimere questa specifica dimensione culturale e intellettuale nelle diverse tematiche, espressioni e manifestazioni artistiche. Come la scultura de is pingiadas, dove Antonio Ledda, esprime una storia di umili lavoratori, anonimi e sconosciuti, ma portatori di grande esperienza, e competenze che con grande maestria riuscivano nella loro umiltà a produrre utensili indispensabili e necessari per l’uso quotidiano, nella preparazione dei pasti, sia per le mense dei poveri, che dei ricchi.

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