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Attualità

Pabillonis, la camminata in Sa bia de is Truccus o Turcus

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 Un percorso storico organizzato dall’Università delle Tre Età di Sardara per riscoprire il passato
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di Dario Frau
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“Tutti docenti,tutti studenti!”. È questo il motto dell’Università delle Tre Età, con sede a Sardara, che ha lo scopo di migliorare la conoscenza, stimolare la mente e l’interesse di persone di ogni età.  Nell’associazione culturale, presieduta da prof Angelo Mascia, si tengono corsi e lezioni, seguite non solo da iscritti locali, ma anche dei paesi vicini: “sono oltre un centinaio gli iscritti”, spiega Ercole Colombo di Pabillonis, che insieme ad altri concittadini, frequenta questa “scuola speciale”. Le lezioni teoriche sono integrate da attività pratiche che completano e ampliano le conoscenze, con visite a monumenti storici, artistici ed escursioni ambientali e naturalistiche.
Tra queste iniziative, è significativa “La camminata di Uni Trè in sa bia de Is Truccus o Turcus”, che si è tenuta a Pabillonis. L’iniziativa è stata organizzata e coordinata da prof. Mascia che oltre a essere presidente dell’Università delle tre Età è anche un qualificato storico del territorio e autore di alcuni libri, tra i quali Boe Muliake il re templare, L’Isola dalle vene d’argento, Le terme di Sardara nella Sardegna dell’800. Sa bia de is Truccus è un antico percorso campestre legato al passato storico del paese, ma che interessa anche il territorio circostante, Sardara compreso. È il cammino che percorrevano i saraceni, infatti, nei secoli scorsi, quando sbarcati nello stagno di Marceddì o di Flumentorgiu si dirigevano verso i centri abitati del Campidano per assalirli, depredarli, uccidere o fare prigionieri da portare nei loro porti in Africa.

“È stato un periodo tragico per il nostro paese che ha subìto diverse incursioni, ma che ha anche interessato diversi paesi della zona: un triste passato storico che era degno di essere conosciuto”, spiega Ercole Colombo, impiegato dell’ufficio tecnico, da alcuni ormai in pensione, e che ne “La camminata De sa bia de Is Truccus o Turcus”, come conoscitore del posto, ha fatto da guida in questo “cammino”. E così, definito il programma, una trentina di partecipanti, con il presidente dell’associazione culturale, si sono dati appuntamento in Piazza Podda a Sardara, per ritrovarsi poi a Pabillonis, nei pressi della zona industriale, da dove è iniziata l’escursione. Tra campagne ormai ingiallite, qualche  cumulo di antiche pietre che testimoniano ancora  le antiche vestigia di un passato remoto di Domu e Campu, il nutrito gruppo, ha potuto usufruire delle spiegazioni di prof Mascia sull’importanza storica de Sa Bia de Is Truccus, ed ha percorso alcuni km, con tappa nella zona dell’aeroporto militare, in località Sa Zeppara, “costruito dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, che avevano utilizzato anche manodopera di Pabillonis per la sua realizzazione”, ha spiegato Ercole Colombo. È stato un percorso simbolico, poiché Sa bia de Is truccus, un tempo arrivava fino allo stagno di Marceddì e si collegava, con altre strade campestri all’insenatura di Flumentorgiu, dove le navi dei Saraceni o Mori d’Africa, sbarcavano per depredare. Bia de is Turcus” è un nome che oggi, solo gli anziani, gli agricoltori e gli allevatori, soprattutto, conoscono e sanno individuare nel reticolo delle strade campestri del paese. Eppure il toponimo della strada vicinale che iniziava subito dopo la strada provinciale per Guspini (oggi la prima parte è inglobata nell’area della zona artigianale), riporta alla memoria tristi ricordi per il passato storico del paese.

La strada campestre infatti, era quella che percorrevano Is turcus o meglio, i barbareschi, mori e saraceni, come venivano definiti dagli storici, provenienti dal nord Africa, che una volta sbarcati nell’insenatura di Marceddì e/o di Flumentorgiu assaltavano, a più riprese, il territorio di Pabillonis, ma non solo. Le incursioni barbaresche nell’Isola, sono documentate dal 700 alla metà del diciannovesimo secolo, e tra le varie località interessate non mancava la pianura del Campidano. Furono diversi i villaggi,  che fin dal Medioevo erano stati oggetto di queste incursioni, molti furono anche distrutti e scomparvero per sempre, come Bonorzuli (a pochi km dal il territorio di Pabillonis e Mogoro) e in precedenza, Domu e Campu (e prima ancora, sicuramente, anche Pavilio, (a San Lussorio), come scrive, nella metà del 1800, lo storico Vittorio Angius,: “perché nel tempo di (E)Lenora non più si nominava tra i paesi abitati secondo la indicata memoria i Mauri dell’Africa sbarcati nel seno di  Flumentorgiu avrebbero invaso, disfatto, incendiato questo luogo  e le reliquie della popolazione si sarebbero ritirate nel luogo attuale di Pabillonis”. In effetti, i superstiti di Domu e Campu, e anche dell’antica Pavilio,forse in tempi diversi, lasciate le rovine, realizzarono un nuovo centro abitato, Pavigionis, Pavillionis, Panigionis, come veniva indicato allora, nei vari documenti e dove si trova l’attuale paese. Intorno al 1200/1300, fu edificata anche la chiesetta di San Giovanni Battista, che ricoprì il ruolo di parrocchia per vari secoli (almeno fino al 1524, come testimonia la visita pastorale del vescovo di Ales-Terralba, mons Andrea Sanna). Ma la sicurezza del paese e dei centri abitati del Campidano non erano mai sicuri, le scorrerie dei Barbareschi nella pianura, continuavano. Dopo varie incursioni, nel 1527, i Barbareschi alla guida di Aydin Rais (Scacciadiavoli) tornano nel golfo di Oristano, “sbarcano nel porto di Terralba (Marceddi) e assaltano alcuni villaggi quali la stessa Terralba, Uras ed Arcidano. Gli abitanti vengono sorpresi; alcuni sono uccisi, altri riescono a fuggire nelle campagne circostanti. Chiese ed abitazioni sono poste a sacco. I corsari si preparano a continuare nelle loro depredazioni verso Mogoro, Pavillionis e San Gavino quando, un fierissimo temporale che scoppiò nella sera e lo stato di ebrietà, in cui era la massima parte, salvò quei paesi dalla sventura e interrompe l’azione. Il mattino seguente Aydin Rais, reimbarca con i prigionieri”, scrive l’Angius. I danni per Pabillonis, in questa occasione, furono evitati, ma circa cinquant’anni dopo, un altro assalto ben più disastroso, dovette subire il paese, come raccontano alcuni storici sardi.

“Nel 1584”, narra il Fara, furono assalite e saccheggiate Gonnosfanadiga e Pabillonis, sorprese da un gruppo di corsari che era sbarcato nella marina di Arbus e si era inoltrato all’interno”. Ma è l’Angius, a proposito di Pabillonis, a descrivere in modo più esaustivo, il saccheggio e la violenza nei confronti degli abitanti: “i barbareschi vi furono condotti da un rinnegato sardo e  mentre  una parte dei popolani poté salvarsi con la fuga, gli altri vedendosi stretti dai barbari si ritirarono nella chiesa e dal campanile e dal tetto combatterono per molte ore sperando di essere soccorsi  dagli altri paesi, ma prima che comparissero i  desiderati liberatori, la masnada barbarica espugnava la chiesa, legava in grandi funate i prodi con le persone imbelli, donne, vecchi e fanciulli e poteva tornare indietro sino  alle navi con i prigionieri e con la preda”. In questa fuga, una parte degli abitanti, scappò nei centri vicini, Villa Abbas, Santa Maria Aquas, Sardara e San Gavino, che furono allertati da questo pericolo, altri sfuggirono al massacro, nascondendosi, secondo la tradizione popolare, nella folta vegetazione del riu Bellu e si affidarono a San Giovanni Battista, il protettore della comunità a cui attribuivano la salvezza.

È anche per questo, secondo la tradizione, che forse si colloca, fin dal lontano passato, l’usanza de is carrus de s’abiu: omaggio, promittentza e ringraziamento nei confronti di San Giovanni Battista, che ancora oggi il 30 agosto, sfilano con grande partecipazione di popolo. In rapporto a queste vicende storiche è significativa, dunque, La camminata di Uni Trè in sa bia de Is Truccus”, un’esperienza culturale che ha arricchito ed ampliato la conoscenza del passato, non solo di Pabillonis, ma anche di Sardara. “In riferimento a questi fatti storici va posto anche la tradizione popolare, riguardo alla statua della Madonna di Santa Mariaquas, poiché si racconta che alcuni pabillonesi per sfuggire al massacro dei Saraceni, scapparono a Villa Abbas (distante 6 km), e avvisarono gli abitanti del pericolo e questi, senza perdere tempo, decisero di nascondere la statua della Madonna, tra i ruderi delle antiche terme romane e si rifugiarono a Sardara, dove era più facile difendersi”, racconta Ercole Colombo. Alla fine delle incursioni, dopo vari anni, secondo gli anziani sardaresi, “fu ritrovato il simulacro della vergine vicino ad una fonte termale e per questo la Madonna fu chiamata “Santa Maria ad Aquas”. In seguito venne restaurata anche la chiesetta e con il tempo, fu ampliata e modificata, e oggi Santa Mariaquas, l’antica Villa Abbas, è un punto di riferimento per tanti pellegrini che arrivano da tutta l’Isola, per la sagra che si tiene ogni anno nel mese di settembre per onorare la statua della Madonna, sfuggita ai Saraceni.

 

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