Attualità

Pabillonis, “Pitanu”, 90 anni, l’ultimo pescatore di anguille

Sebastiano Frau, noto Pitanu
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di Dario Frau
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I problemi del degrado ambientale che  incidono sulla vita attuale e con prospettive catastrofiche per il futuro, sono spesso relegati ad eventi che fanno da cassa di risonanza nei mass media. Spesso però, nessun giornale o canale televisivo,in genere,dedicano lo spazio ad avvenimenti sull’ambiente che non suscitano, “un grande”clamore presso l’opinione pubblica, ma che possono condizionare la vita di comuni  cittadini, e per di più senza grandi redditi con una vita al limite della sussistenza, seppur dignitosa, ma pur sempre difficile.
È il caso di Sebastiano Frau, (noto in paese come Pitanu), classe 1930, che tra mille espedienti lavorativi per mantenere la sua famiglia composta da 11 figli, ha dovuto rinunciare, alcuni anni fa, a una attività che gli permetteva di vivere dignitosamente.

Rio Bellu

L’inquinamento dei fiumi che scorrono in paese, Fiume Bellu e Fiume Malu, avvenuto alla fine degli anni settanta e nei primi degli ottanta, ha decretato la fine di un attività per lui importante:la pesca. Non sportiva, ma di sussistenza. Così può essere definita l’attività praticata nei corsi d’acqua del paese: pesca di anguille, sopratutto, fonte per lui di un’ importante entrata che arrotondava, insieme ad altre attività lavorative il necessario per mantenere la numerosa famiglia.

Rio Malu

È comprensibile lo sconforto di Sebastiano Frau, quando, a suo tempo, si vide  tagliato all’improvviso, una fonte così importante di reddito. Ma bisogna cominciare dall’inizio per capire quanto è stata avventurosa, travagliata e difficile, ma sempre laboriosa e determinata ad affrontare qualsiasi situazione lavorativa nel corso della sua lunga esistenza.
Pitanu, originario di Ruinas, arriva a Pabillonis subito dopo la guerra nell’agosto del 1945. Il padre Stefano che lavorava nelle miniere di Montevecchio aveva un amico di Pabillonis che lo convinse a cambiare mestiere e stabilizzarsi in Campidano.
La famiglia, con la moglie Carmelina “Lina” e i figli, tra cui Pitanu, si stabilisce definitivamente nel nuovo paese. Il lavoro non mancava, soprattutto nel settore dell’agricoltura. Sebastiano appena adolescente di 14/15 anni, fu assunto come “Boinargeddu” da un piccolo proprietario del paese per accudire un armento di buoi. Seguirono fino agli anni Cinquanta, diversi lavori, sempre in agricoltura: pascolare pecore, mungere, e nei campi, arare, seminare mietere, presso altri proprietari del paese.
Nel 1953, fu chiamato per il servizio militare: prima a Bologna poi a Parma. Il rientro nell’Isola non cambia il settore lavorativo, l’agricoltura era sempre quello prevalente.
Nel 1958 si sposa con Giuseppa Floris. Dal matrimonio nascono 11 figli. In questo periodo ha qualche problema di salute, il lavoro in agricoltura è saltuario e la famiglia cresce e così nel 1963 chiede e ottiene la licenza di pesca per le acque interne.
Negli anni Sessanta viene anche pensionato e il piccolo assegno dell’Inps anche se poco, dà un pò di respiro alla famiglia insieme all’introiti della pesca. In paese i due fiumi Bellu e Malu sono sempre stati ricchi per la pesca, soprattutto di anguille. Grazie alla sua abilità e al suo spirito di adattamento, la pesca gli permette, se non altro, di garantire qualche soldo in più alla famiglia. Agli inizi degli anni Settanta intraprende anche un’altra attività: diventa ortolano. In località su Cungiau de Santu Juanni, a poche centinaia di metri dal paese, su un terreno preso in affitto, pianta ogni tipo di verdure (lattuga, carciofi, patate, finocchi, carote, bietole, cavoli, aglio, cipolle, indivia, cetrioli, zucchine, spinaci), con la caratteristica di essere prodotti senza l’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. In paese, l’orto di Pitanu, (seguito dal figlio Dino) è ancora oggi un punto di riferimento per l’acquisto di prodotti a km zero.
«Ma il reddito prodotto, è stato sempre basso, poiché le colture sono soggette all’andamento climatico: certe annate una gelata improvvisa e una stagione siccitosa, può distruggere in poco tempo le colture impiantate, con grosse perdite», spiega l’anziano agricoltore. Ogni tanto gli torna alla mente però, la pesca delle anguille. «È stato un peccato che abbia dovuto smettere per l’inquinamento dei fiumi, poiché, per me, oltre che un certa fonte di reddito era anche una passione», ricorda con rimpianto. In effetti questa attività aveva creato un certo rapporto anche con i compaesani: «a casa, avevo un vascone dove mettevo le anguille pescate e le vendevo direttamente ai clienti in cartocci di carta di paglia; alcune volte le portavo anche a domicilio, e spesso, se non avevano i soldi facevo credito e aspettavo quando li procuravano», dichiara il pescatore.
Le anguille allora erano un pasto ottimo e a buon prezzo: «le vendevo a 600/800 lire al kg», ricorda il pescatore e anche i poveri potevano permettersi questo alimento. La pezzatura più grossa veniva cucinata arrosto, quelle di taglio inferiore a cassola, (in umido), oppure infarinate e fritte.
Ci voleva abilità, attitudine e pazienza per pescare. I fiumi Riu Bellu e Riu Malu erano le mete preferite insieme ai diversi canali ricchi d’acqua del territorio pabillonese dove le anguille non mancavano e venivano pescate soprattutto con sa pixedda, (fatta in giunco) su droi, (groviglio di lombrichi fissati ad una lenza), su cogulu. La quantità pescata dipendeva spesso dalla fortuna o da particolari situazioni ambientali,” spesso qualche kg, certe volta niente, ma una volta sono riuscito a pescarne una grande quantità”, ricorda l’anziano pescatore.
In paese Pittanu non era il solo a pescare le anguille anche altri, con licenza o no, occasionalmente, per consumo familiare si recavano nei corsi d’acqua per praticare questa attività.
Nel fiume si costruivano anche le nasse, uno sbarramento con paletti di legno, canne, sassi e spadula, dove si piazzava su fibau (una rete), ma erano proibite in certe parti del corso d’acqua perché potevano creare lo straripamento del fiume in caso di piena. A tale proposito si rileva che a Pabillonis questo sistema era praticato anche nel tempo passato. Nella delibera comunale del 26/10/1849 moltissimi agricoltori si recarono dal sindaco per protestare poiché le numerose nasse costruite da questi pescatori facevano straripare il fiume che allagava i campi seminati. Il sindaco prese subito dei provvedimenti emanando un’ordinanza in cui si intimava di: “1°- di distruggere entro il mese di agosto questi sbarramenti; 2°- di costruire questi sbarramenti in primavera, solo con le canne per non creare solidi ostacoli allo scorrere dell’acqua; 3° – di essere proibita la pesca se non con previa licenza rilasciata dal sindaco”. Appese al chiodo is pixeddas e is arrezzas, ora Pitano trascorre il tempo percorrendo il tragitto, tra casa e l’orto, e dando una mano al figlio, nello smercio degli ortaggi. Ma il ricordo della sua vecchia passione è sempre presente: «ora le anguille sono scomparse a causa dell’inquinamento dei fiumi, delle nutrie che hanno invaso i corsi d’acqua e anche di una specie di gambero che dicono provenga dall’America: è una disgrazia per la pesca di anguille nel nostro paese», commenta con rammarico l’anziano pescatore.

 

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