Attualità

Parco Geominerario della Sardegna: un patrimonio da valorizzare

Montevecchio (foto di Sandro Renato Garau)
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di Sandro Renato Garau

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Le miniere sarde una grande risorsa per i territori interessati all’estrazione e per quanti, con la loro intelligenza, vi hanno lavorato e sviluppato nuove e moderne tecnologie sin dal 1840. Durante il quarto decennio del 1800, dopo l’estensione, nel 1848, dell’editto promulgato da Carlo Alberto di Savoia il 30 giugno 1840 che stabiliva, anche per la Sardegna, che la proprietà del sottosuolo era disgiunta da quella del soprassuolo, l’attività mineraria ebbe grande impulso uscendo dal torpore che la aveva ricoperto dopo il lungo dominio spagnolo, dal 1479 al 1714 circa. Dal 1714 l’ispettorato delle miniere cominciò a concedere l’utilizzo di cave e l’estrazione di minerali utilizzando criteri legati soprattutto alla quantità di tonnellate di materiale estratto e al pagamento di una tassa al Re.

Montevecchio Piccalinna (foto Sandro Renato Garau)

Si accennerà alle miniere più produttive e ai territori dati in concessione dalla metà circa del 1800 e che sono state tenute in vita e poi chiuse negli ultimi decenni del secolo scorso inserite in quello che è stato denominato Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna istituito dal ministero con DM 16.10.2001 a seguito del quale è stato adottato il primo Statuto del Consorzio del Parco nel 2004. Ma è nel 1989 che nasce l’idea di un parco nella sala della Biblioteca dell’Istituto Tecnico Industriale Minerario “Giorgio Asproni” in Iglesias dove una ventina di persone si costituiscono in “Comitato promotore” del Parco.

La Sardegna viene divisa in otto aree e sono 81 i comuni su 377 totali che fanno parte del Parco Geominerario del 1989. Una comunità composita che si rivelerà di difficile gestione perché molto complessa con esigenze e idee di sviluppo diverse. Comunque, da Monte Arci a Guzzurra Sos Enattos, da Funtana Raminosa all’Argentiera, Nurra e Gallura, il Sarrabus Gerrei, il Sulcis con l’Iglesiente, Il Guspinese e l’Arburese, questi i confini.

Montevecchio (foto Sandro Renato Garau)

Il processo per la nascita del parco va avanti non senza difficoltà, sino alla emanazione della “Carta di Cagliari” nel 1998 ché aveva l’ambizione di farsi riconoscere formalmente dall’Unesco, cosa che avvenne nel luglio dell’anno successivo.

La “Carta di Cagliari”, un documento condiviso dalle Istituzioni partecipanti, voleva fissare i principi e gli obiettivi fondamentali del Parco. I principi: sono da salvaguardare e tutelare i Valori presenti nel territorio del Parco: il contesto geologico strutturale, il patrimonio tecnico scientifico dell’arte, tecnica, ingegneria mineraria, il patrimonio di archeologia industriale sotterranea e superficiale, il patrimonio documentale, le emergenze e i reperti archeologici e storico-culturali; tale patrimonio deve essere conservato e valorizzato al fine di promuovere il progresso economico, sociale e culturale delle popolazioni e per assicurarne la trasmissione alle nuove generazioni.

Inerti a Montevecchio (foto Sandro Renato Garau)

Gli obiettivi: riabilitare e bonificare i siti minerari dismessi; recuperare e conservare cantieri e siti minerari; recuperare e conservare le archeologie industriali e le documentazioni; proteggere e conservare i valori naturalistici; proteggere e conservare i valori antropici; promuovere attività educative, e ricreative compatibili; promuovere attività di formazione e ricerca scientifica; promuovere e sostenere un nuovo modello di sviluppo compatibile.

Principi e obiettivi che dovevano coinvolgere le ex miniere e le comunità, perché chiedevano grande impegno, soprattutto la realizzazione degli obiettivi che erano e sono ambiziosi, visto il numero enorme di siti da bonificare e recuperare, la densità dei cantieri, il numero dei pozzi, la natura da rimettere a suo agio, i valori antropici e le attività educative che sostengono quella cultura immateriale che è così diffusa nei territori minerari e che si sta perdendo perché non raccontata.

Qualche esempio, impossibile citare tutti i territori. Già nel 1813, grazie al permesso all’estrazione iniziò l’attività estrattiva nelle miniere di Masua, dopo 186 anni, nel 1999 vennero chiusi i cantieri e gli impianti di trattamento del minerale.

Il 1840, sfruttando la legge degli stati sabaudi, ottiene le concessioni minerarie nasce la Miniera di Monteponi ad Iglesias che sarà attiva sino al 1998. (158 anni)

 

Montevecchio, diga fanghi (foto Sandro Renato Garau)

Il 1842 è l’anno delle prime concessioni provvisorie a Montevecchio, quelle di Levante in territorio di Guspini e quelle di Ponente in territorio di Arbus. Nel 1848 la concessione perpetua. L’ultimo cantiere chiuderà nel 1991 dopo 149 anni di attività.

Gennamari e Ingurtosu, in territorio di Arbus, ottennero i primi permessi per effettuare ricerche nel 1850. Nel 1968, dopo circa 120 anni termina l’attività.

L’area mineraria di Buggerru ottiene le concessioni nel 1864 e il suo ultimo grande cantiere è stato chiuso nel 1955. (126anni)

La miniera di San Giovanni a Iglesias inizia l’attività nel 1859. Lo smantellamento degli impianti, la chiusura dei pozzi e dell’ultima laveria datano l’anno 1985. (118 anni).

Per la miniera di San Giorgio nel 1868 venne chiesto un permesso di ricerca e nel 1871 si ottenne la concessione mineraria del sito. La sua chiusura nel 1982. (114 anni)

Ingurtosu, discarica Pireddu (foto sandro Renato Garau)

La Miniera di Sos Enattos a Lula ha la concessione nel 1868. La sua definitiva chiusura nel 1996. (118 anni)

Perd’e Pibera in territorio di Gonnosfanadiga inizia la sua attività nel 1870, era una miniera di molibdenite (Solfuro di Molibdeno), nel 1952 chiude definitivamente. (82 anni)

Fluminimaggiore, il 13 luglio del 1873 ottiene la concessione per il territorio denominato Canali Bingias per estrarre minerali di zinco. Ultimi anni ’70 chiusura. (100 anni circa)

Funtana Raminosa a Gadoni inizia la sua attività estrattiva nel 1915 e cessa nel 1983.(68 anni)

A eccezione delle miniere di Monteponi e Montevecchio le altre iniziano l’attività estrattiva quasi subito dopo l’Unità d’Italia.

Serbariu a Carbonia, attiva dal 1937 al 1964, ha caratterizzato l’economia del Sulcis. Durerà circa 27 anni per essere poi riabilitata e rispondere, almeno in parte, agli obiettivi della “Carta di Cagliari”.

Solo alcuni esempi. Per molte di queste una vita produttiva di oltre 100 anni, per altre un po’ di meno ma con attività di estrazione intensa che ha consentito a molti territori di crescere economicamente e sviluppare una propria cultura, quella tipica dei paesi minerari che non ha, però, impedito ai i territori tornassero nell’oblio.

Ingurtosu, cantiere Sanna inerti

Ingurtosu, cantiere Sanna inerti (foto Sandro Renato Garau)

La cultura mineraria ha permeato molte parti della Sardegna, stravolgendo, in alcune zone, abitudini e consuetudini oppure, come quasi dappertutto integrandosi con l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato locale.

Molte le strutture lasciate sul territorio tra palazzi e case di minatori, castelli di pozzi, laverie, officine, invasi d’acqua e molte gallerie, spesso non protette e, come dicevano i minatori, molto pericolose. Pochissime restaurate e a disposizione delle comunità. Non ci si dimentichi delle grandi discariche di materiali inerti distribuite in tutto il territorio minerario. Il loro livello di inquinamento è altissimo, basti pensare ai fanghi rossi delle miniere di Iglesias, alla diga Fanghi e il cantiere Sanna a Montevecchio, per citare quelli più vicini, o la decadente colonia di Funtanazza. Luoghi dove neanche la vegetazione più resistente e forte, dopo decine e decine di anni d’abbandono, riesce a rifiorire o è riuscita a riconquistare il suo posto originario.

Un problema al quale doveva iniziare a dare risposte il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna del 2001

Casargiu, acque reflue

Casargiu, acque reflue (foto Sandro Renato Garau)

Immaginare che sia difficile governare una struttura così ampia e diversificata è prevedibile. Se poi, a detta degli amministratori locali e degli stessi vertici del Parco, le normative risultano talmente complesse e gli attori chiamati a decidere sono troppi si assiste a questa sorta di immobilismo. A suffragio di quanto accennato si può aggiungere l’impossibilità di recuperare migliaia di m3 sparsi in tutti i territori minerari perché, nonostante siano censiti, è difficile pensare che possano essere utilizzati dalle comunità in territori così vasti come quelli minerari e con una densità di popolazione, che dopo la chiusura delle miniere, è tornata a livelli molto bassi. Le urbanizzazioni primarie dei cantieri e dei villaggi minerari, ormai obsolete, avrebbero bisogno di un restyling. Ma, quale comune, grande o piccolo è in grado di accollarsi queste spese, tanto meno lo stato che tra catastrofi naturali e territorio fragile può solo fare promesse. A meno che non si pensi che qualche milione di euro possa risolvere la questione. Quantificare i costi di un recupero di costruzioni civili, uffici, gallerie e infrastrutture a bocca di pozzo è problematico. Bisognerà scegliere e forse accontentarsi di spazi simbolo che aiutino a ricordare e, dove possibile, diventino produttivi.

Gli 81 comuni facenti parte del Parco, hanno sperimentato le difficoltà a governare i territori, ormai abbandonati, come pure la governance dello stesso.

scinas, acque reflue (foto sandro Renato Garau

Con il decreto del 6 novembre 2001 viene nominato il Comitato di gestione provvisoria del Parco che ha come presidente l’Assessore Regionale dell’Ambiente dott. Emilio Pani, con il compito di esercitare tutti i poteri di indirizzo, controllo e gestione necessari per assicurarne l’immediato funzionamento. Nel 2004 viene rimosso per decreto e c’è il tentativo, non riuscito, di affidarlo a dott. Mario Palomba.

Nel marzo 2004 viene emanato lo statuto del Consorzio del Parco Geominerario storico e ambientale della Sardegna. Previsto dallo stesso decreto di istituzione dell’ottobre 2001.

Il Parco sino a ad aprile del 2018 non ha mai avuto un presidente ed è stato governato da Commissari Straordinari. Gli stessi non hanno mai portato a termine, per un motivo o per un altro, il loro mandato mancando gli obiettivi previsti dalla “Carta di Cagliari”. Probabilmente le difficoltà a governarlo sono state superiori alla volontà di trovare una possibile soluzione in armonia anche con i comuni interessati. Solo dal 17 aprile 2018 ad agosto 2021 il parco ha avuto un  suo Presidente, gli altri sono stati sempre Commissari: Dott. Giampiero Pinna (febbraio 2007 – febbraio 2009);  Dott. Antonio Granara (febbraio 2009 – 3 dicembre 2013); Prof. Gian Luigi Pillola (dicembre 2013 – marzo 2016); l’ Avv. Francesco Mascia (marzo 2016 – ottobre 2016); Dott. Giovanni Pilia (ottobre 2016 – giugno 2017); Prof. Tarcisio Agus Commissario Straordinario dal giugno 2017 all’aprile 2018 poi nominato Presidente nell’aprile 2018 e rimosso dall’incarico nell’agosto di quest’anno.

Piscinas, acque reflue (foto Sandro Renato Garau)

Decisamente articolato il lavoro per un commissario e per i comuni del parco. Complesso gestire richieste, difficile programmare interventi su tante strutture fatiscenti, riaprire strade, riportare acqua, munirle di un qualsiasi servizio. Impossibile pensare che possano esserci finanziamenti sufficienti per rendere la maggior parte delle strutture almeno visitabili. Inoltre, il territorio minerario abbandonato sta diventando sempre più pericoloso per l’uomo che lo percorre a piedi o in macchina e spesso è privo di segnali di pericolo. Riconvertirlo? Sotto voce si può dire: di questo si parla dalla chiusura di Ingurtosu nel 1961, di Montevecchio nel 1991, di Monteponi nel 1998 e di tutte le altre miniere del Parco Geominerario. Da allora il sonno, come un torpore, ha avvolto la ragione, la natura si è ripresa quello che non era troppo compromesso. Rimarrà un nostalgico ricordo della nostra storia, come i nuraghi. Cosciente pessimismo. Cercasi persone capaci, giovani che vogliono ridisegnare il futuro. L’età c’entra… e come. Se anche fanno un colpo di mano e lo rubano agli adulti questo futuro non commettono nessuna mancanza, tanto è loro!

Cammino Santa Barbara (foto Sandro Renato Garau)

A ricordare ci aiuteranno i libri e qualche segno come quello del Cammino di Santa Barbara. Il Cammino si sviluppa lungo un anello di circa 500 km nella regione del Sulcis-Iglesiente-Guspinese. “Un itinerario storico, culturale e religioso nel Parco Geominerario Storico della Sardegna, lungo gli antichi cammini minerari del Sulcis-Iglesiente-Guspinese”, recita la pagina dei Cammini d’Italia. Di recente istituzione, i percorsi si snodano tra scenari mozzafiato dove la natura e la decadenza dei manufatti minerari si sposano e, a seconda dello stato d’animo, suscitano tristezza, bellezza, rabbia, desiderio di riscatto e aspettative.

P.S. sarà utile farsi prendere disperatamente dalla speranza.

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