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Pabillonis STORIA LOCALE

Ponti e fiumi nella storia del paese

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In attesa di una soluzione risolutiva delle problematiche inerenti la chiusura del ponte sul Rio Malu nella strada provinciale che collega Pabillonis a Sardara, aumentano le iniziative di protesta da parte dei cittadini e dell’amministrazione comunale presso le autorità competenti.

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Sono gravi infatti i disagi della chiusura al traffico di questa importante arteria stradale che impedisce di fatto il transito degli agricoltori ed allevatori che possiedono i terreni al di là del ponte. Ma non solo, anche il traffico verso la Costa Verde, il Guspinese, le Terme di Sardara, la S.S 131 è bloccato da questa chiusura. Numerosi anche i lavoratori, tra cui molti insegnanti, che devono fare un lungo percorso alternativo per recasi nei posti di lavoro. Enormi i danni finora causati dalla strada interrotta, all’economia del paese.

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Sembra un destino, una fatalità per la comunità di Pabillonis, il problema dei corsi d’acqua che scorrono nel territorio comunali. Il Riu Bellu e il Malu circondano il centro abitato e la campagne come l’antica Mesopotamia: episodi di allagamenti e ponti spazzati via dalla furia delle acque sono avvenuti anche nel passato con danni all’agricoltura e all’economia del paese. Un riscontro interessante si può notare però in relazione a queste calamità nei primi decenni dell’800: il piccolo comune reagiva prontamente, in diversi modi, per ripristinare i ponti, bonificare i terreni allagati e garantire la sopravvivenza alla comunità. Dalle delibere comunali, nel periodo in cui Pabillonis apparteneva al Regno di Sardegna, si possono ricavare diverse notizie. In quel tempo i due corsi d’acqua che scorrevano attraverso il suo territorio condizionavano la vita economica e sociale della comunità. Quando essi straripavano, quasi ogni anno, invadendo i seminati e compromettendo l’annata agricola, causavano carestia e fame al villaggio. Uno chiamato Riu Bellu, proveniente dalla zona montana del Monte Linas, era impetuoso e ricco d’acqua, specie nel periodo autunno-inverno. L’altro, chiamato Riu Malu, derivando le sue acque dalla zona pianeggiante del Campidano e dalle pendici collinari di Nord-Est, prendeva la sua denominazione, forse, a causa delle sue frequenti e forti alluvioni con acque cariche di terra. Questi due torrenti dopo aver bagnato il territorio in tutta la sua estensione, confluivano a circa 4 Km dall’abitato e formavano il Riu Pabillonis, o Flumini Matta o anche Flumini Mannu, che poi sfociava negli stagni di Marceddì (Terralba). Il Riu Bellu, privo di argini, quando straripava, oltre che invadere le campagne circostanti, lambiva anche le prime case dell’abitato: l’acqua infatti arrivava a non molta distanza dalla chiesa parrocchiale, nel rione di Is Piscinas. Questa era la parte più esposta dell’abitato, mentre la restante parte del villaggio, non correva alcun pericolo. Il fiume era guadabile anche a cavallo, dato che la passerella che immetteva alla strada che portava a Guspini e a San Nicolò d’ Arcidano, spesso veniva spazzata via dalle piene autunnali. Ciò causava dei grossi problemi per i collegamenti tra i villaggi, specialmente con quello di Guspini, dove “bisognava recarsi per spedire  e ritirare la posta”, secondo quanto dichiarato dal Sindaco, nella seduta consiliare del 12/10/1838.I problemi più drammatici erano comunque legati all’economia agricola anche perché il territorio comunale era ripartito in zone specifiche, per quanto riguardava le colture, e l’indisponibilità di un territorio poteva comportare dei cambiamenti che potevano sconvolgere l’ordinamento precedentemente stabilito. Questo capitò anche nel 1835, quando, per l’innalzamento delle acque del Riu Bellu, andò perso il “vidazzone” di Terraintini e si dovette cercare con urgenza, un altro terreno per la semina delle fave. Nel 1838, il Consiglio comunale, chiedeva all’Intendente di poter utilizzare la somma di scudi 50, disponibili sulla voce “ponti e strade”, per riparare e ricostruire i passaggi sui due fiumi. Specialmente quello in legno della regione Sa Taula, che era ceduto, “parte per vecchiezza, parte per le continue e straordinarie inondazioni di questo passato inverno” . Un grosso problema per contadini e pastori anche perché il fiume non si poteva guadare e ciò, impediva lo svolgersi dei lavori agricoli perché, spesso, capitava che prima che scendesse il livello delle acque, bisognava aspettare “ anche 8, 15 giorni e anche 3 settimane”. Le richieste alle Autorità preposte raramente sortivano delle risposte veloci e adeguate e allora il Comune deliberava, con i pochi soldi che aveva a disposizione, gli interventi più urgenti, per poter transitare. Anche nel 1849 si stabilì di aggiustare questo ponte e si preventivò la spesa di 72 franchi, “per acquistare tre alberi di pioppo da fissare con calce e pietre”. La somma richiesta sarebbe stata corrisposta dalla comunità, “ ogni uno a proporzione delle loro classi”. Gravi conseguenze per l’agricoltura ebbe l’inondazione avvenuta nell’inverno del 1855, quando i fiumi straripati in vari punti, si sparsero e”fecero il loro corso attraverso i campi e i chiusi”, delle zone più fertili del villaggio, distruggendo anche le strade di campagna. Il Consiglio comunale proclamò subito lo stato di emergenza, obbligando i proprietari dei terreni ad allargare i canali esistenti, e tutti gli abitanti a prestare la loro opera per “ sanare i danni”. Fu fatto il calcolo dell’opera da eseguirsi: “di quanti metri di fosso, quanti argini da erigersi, quante carrette di pietre o “giarra” e quante giornate di manovali”. E si costrinse i contribuenti a pagare in denaro o prestare la loro opera manuale, decidendo di formare una lista di eventuali morosi, da mandare all’Intendente Provinciale. I territori maggiormente colpiti risultarono: Bau Sa Figu, Is Corralis, Bau Sa Conca, Bau Sterriu, Is Piscinas fino al ponte Sa Taula. Complessivamente occorsero: 450 metri di fosso (sei di larghezza e due di profondità), 730 carri di pietre o giarra, 500 giornate lavorative per i manovali. Alcune parti del territorio di Pabillonis spesso restavano allagate tutto l’inverno, ma in primavera e inizio estate questi terreni potevano essere sfruttati per le colture estive, dopo essere stati prosciugati e bonificati. Era il caso di una vasta zona, situata in località “S’Acqua Sassa”, che veniva allagata dallo straripamento del fiume e l’acqua ristagnava anche in primavera, periodo in cui si incominciavano i lavori estivi. Per questo, fu deciso, nel 1855, di costruire un canale per bonificare la zona in modo che l’acqua stagnante fosse eliminata e convogliata nel vicino fiume. Parteciparono a questo lavoro anche i “giornalieri” che non vi possedevano terreno e che, in cambio delle prestazioni, ottennero di “profittare della metà del frutto senza farsi contraddizione alcuna dai proprietari dei terreni”. Si lavorò così di comune accordo, proprietari e giornalieri per rendere “fruttifero” il terreno, e in poco tempo il canale fu scavato. Ma l’entusiasmo popolare fu di breve durata perché il nobile Diana di Sardara , che aveva li vicino un molino ad acqua, si oppose a questa costruzione, perché riteneva che il canale scavato “togliesse l’acqua alla gora del suo mulino” e ordinò ai suoi servi di distruggere il canale. Il Consiglio comunale non potè far altro che denunciare il fatto al tribunale Provinciale, sperando di avere giustizia e  precisando che, “la distruzione operata dal Diana apportava alla comunità una perdita annuale di circa 6.000 lire.”

Dario Frau

RIPRODUZIONE RISERVATA
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